25 Aprile

Anno 2013 Udine, Piazza Libertà

Intervento di Ferdinando Ceschia per le Segreterie CGIL CISL UIL

Le donne e gli uomini che hanno fatto la Resistenza, hanno conosciuto molte delle identità del buio. Il presente di allora, minaccioso e violento, tingeva di apprensione e di dolore quasi tutti i frammenti della loro vita. Quasi, perché leggendo le lettere che hanno lasciato ai loro cari ed ai loro compagni, traspare potente l’equilibrio di qualcosa che li ha resi liberi, nel momento stesso in cui hanno deciso con il cuore e con la mente, da quale parte stare. Nulla di casuale in questo, di obbligatorio, di scontato o di meccanico. Scegliere significa in fondo selezionare il meglio, avvalendosi di una scala di valori e di riferimenti in grado di offrire senso autentico a parole importanti quali umanità, giustizia, equità, solidarietà. Tutte interne al nucleo delicato e portante di una democrazia pagata a caro prezzo, che non solo oggi e non solo in questa piazza, siamo tutti chiamati a ricordare, ad ascoltare e soprattutto a difendere come un’eredità, come una lezione magistrale asciutta ed essenziale.

Senza retoriche fuori luogo, o spinte provocatorie gratuite, il sindacato confessa di avvertire disagio di fronte al senso lontano che ha ultimamente finito per assumere il concetto di scelta e di consapevolezza. In nome di interessi spesso difficili da spiegare ed ancor più da capire, piccole coreografie pretendono di assurgere al rango di interessi generali del Paese, quasi che questo fosse un contenitore votato ad accogliere rassegnato ogni sconsiderata leggerezza, ogni bizzarria.

CGIL CISL UIL sono un grande soggetto collettivo, magari non sempre in grado di approntare risposte all’altezza di ciò che sarebbe necessario, ma popolato dalle quote deboli ed esposte della società, giovani ed anziane, esuberate ed esodate, impoverite, messe all’angolo ed offese nei loro diritti fondamentali, come oggi ci ricordano i dipendenti dell’OBI, o come ci testimoniano le migliaia e migliaia di storie difficili che si accompagnano alle chiusure di attività, ai concordati, ai fallimenti, ad un mercato del lavoro che impone di candidare alcuni ad una improbabile eternità e ad altri invece divora l’orizzonte o la vita.

Cos’è un Paese se non la comunità umana che lo abita, quella che si da fare per migliorare, per produrre benessere, per costruire una dimensione di prosperità e di civiltà rispettando le leggi ed offrendosi con generosità agli altri.

Non tutti hanno partecipato alla Resistenza. Non tutti partecipano al Paese.

Di fronte a difficoltà che non sono piovute dal cielo, ad una crisi che ha origini e responsabilità fin troppo evidenti, si sono invocate logiche da diagramma e spread, cambiando tutti i costumi di scena, esaltando la freddezza distaccata quale pregio di valore, così da poter rappresentare, con effetti collaterali sbrigativamente giudicati sopportabili, una storia abusata: quella dei doppi tempi. I sacrifici sono arrivati tutti, il rigore è andato oltre ogni limite, l’area della povertà si è estesa a livelli mai raggiunti prima, il lavoro è stato accartocciato e dissanguato, le imprese messe in ginocchio, ma tra questo ed il Paradiso la distanza cresce. Dopo 6 anni terribili il risultato di una gigantesca spremitura ci regala il passaggio della recessione alla depressione.

E’ colpa del porcellum? Delle televisioni? Della confusione che gli avversari dispensano sempre con interessata generosità? Del popolo, che non capisce mai abbastanza e si lascia infinocchiare dai tanti finti taumaturghi?

Quando la situazione è drammatica è necessario scegliere, con lealtà e coraggio

Lo hanno fatto i nostri partigiani, patendo la prigionia, le deportazioni, i rastrellamenti.

Grazie a loro questi orrori sono lontani e la democrazia è nel nostro respiro di ogni giorno.

Avvaliamocene sempre, senza sprechi, partecipando e lottando perché si affermino i principi che lo sostengono questo respiro. Dosiamo le parole e il senso che le guida, anche quando dobbiamo alzare i toni per farci ascoltare, quando dobbiamo battere i pugni e puntare i piedi perché non si limitino a dedicarci attenzioni distratte.

“Il lavoro che manca ruba il futuro” abbiamo scritto in occasione della festa dei lavoratori.

“Il lavoro che manca ruba il futuro” è dimensione e percorso, è scommessa ed impegno che vorremmo vedere riconosciuto come un pezzo naturale dei sentieri aperti il 25 Aprile 1945. Sentieri ancora integri e percorribili, nonostante tutto, che non chiedono eroismi ma coerenza nel giusto, e lealtà vissuta come un debito vero, da onorare.

Viva la Resistenza

Viva il 25 Aprile

Cgil Cisl Uil
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Ferdinando Ceschia
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