25 Aprile

Anno 2016 Udine, Piazza Libertà
Intervento di Ferdinando Ceschia

Tutte le celebrazioni, quando diventano convenzionali, quando assumono il sapore di un vincolo imposto, di un rito scontato, finiscono per smarrire senso e valore, diventando una noiosa ripetizione, quasi un cruccio. Questo rischio diventa tanto più vero quanto più la realtà quotidiana ci consegna rappresentazioni solamente formali, prive di grandezza, impegnate a confondere i ruoli e ad indossare abiti sgargianti per non lasciar trapelare che non c’è una sceneggiatura decente e il teatro è solo di puro cartone.
Questo rischio non può toccare il 25 Aprile.
Gli uomini e le donne della Resistenza, le loro vite, le loro poesie, le speranze e il dolore che hanno condito ogni sacrosanto giorno della loro scelta di parte, sono racchiusi in una dimensione preziosa che, possiamo chiamare semplicemente dignità. Quando capita di vedere vecchie immagini in bianco e nero che richiamano i giorni lontani di quella lotta, con quei volti segnati di contadini e di montanari, con quelle armi imbracciate per scacciare la paura ed uno sguardo che ha visto tanto e che non cerca interpretazioni epiche, non facciamoci prendere dalla nostalgia del “come eravamo”. Poniamoci invece la domanda “cosa siamo”.
Ci è stato trasferito, con tanti sacrifici, un patrimonio di valori e di principi straordinari. LI stiamo trattando con cura ? Quella dignità così forte è ancora in grado di fungere da parametro di riferimento autentico per il nostro cammino e le nostre scelte?
Nell’Aprile del 2010, in un analogo intervento di saluto, ho commesso un errore serio, per il quale oggi sento il dovere di chiedere scusa. Temendo che pasticcieri maldestri privi di sapere, di cultura e di educazione, coltivassero l’insano proposito di porre mano alla Costituzione mettendone a rischio gli equilibri ed il significato, espressi la ferma convinzione che sarebbe stato più saggio mettere all’angolo quel proposito, senza toccare alcunchè. Ma non erano i pasticcieri a costituire un pericolo vero, né con le loro fruste né con i loro sac a poche. Lo erano invece le artiglierie nascoste. La Costituzione è stata toccata e quale sia stata la sapienza che ha mosso la selezione delle scelte mi giunge quasi impossibile comprenderlo. Le vecchie convinzioni cambiano, sostituite dal nuovo, sempre più nuovo. Possiamo andare a dormire convinti che il Friuli ci sia ancora e svegliarci la mattina con al suo posto un sacco di imbuti, con qualcuno che ti spiega che gli imbuti erano proprio il sogno della tua vita e che non vedevi l’ora di contarli tutti. Che strano, dove è andato a finire il popolo ? Il popolo è importante, è la base della democrazia. Non va sempre al mare. Andrebbe coinvolto.
Non “come eravamo” ma “cosa siamo”
Ho fatto riferimento al Friuli perché ricorre il quarantennale dal terremoto e domani il sindacato si troverà a Venzone, a celebrare un dolore ed un impeto d’orgoglio che deve molto al popolo, ai senzastoria, ai lavoratori e alle lavoratrici di cui non ci si ricorda mai i nomi, che non si sono persi d’animo di fronte ad una tragedia immensa, ma hanno messo insieme le loro diversità, le loro storie, la loro cultura e i loro riferimenti, per ricostruire e per rinascere. CGIL CISL UIL diranno con convinzione in questa celebrazione che una delle anime fondamentali che hanno reso possibile questa risposta corale tutta dentro una dignità antica e collaudata, è quella della Resistenza, dell’esempio bellissimo della Libera Repubblica di Carnia. Molti dei 40 comuni che la fecero nascere, molti degli uomini che la difesero in armi, insistevano nelle zone dove l’Orcolat infierì di più. Il passato si fece presente, a dimostrare con l’esempio che il nemico si batte lottando, senza piangersi addosso. Nel ’76 un giornalista di “Paese Sera”, girando per i paesi terremotati, si imbatte a Magnano in Riviera, in un vecchio operaio che ha lavorato in Francia, in Belgio, in Svizzera, in Arabia. Con la scossa di Maggio ha perso la moglie, con quella di settembre ha visto crollare la casa che aveva nel frattempo rimesso in piedi. Scava a mani nude, infonde coraggio a tutti, a tutti chiede di tenere duro. Si Chiama Raniero Persello, detto “Goi”, comandante della Brigata Osoppo. Non “come eravamo”, ma “cosa siamo”.
Termino invitandovi a essere con il Sindacato e la gente di Cervignano il Primo Maggio. Dedicheremo questa scadenza a Giulio Regeni con lo slogan “Da una terra di lavoro, un respiro di libertà. Per Giulio, per gli oppressi verità e giustizia”. Una scelta operata da tempo, non solo sull’onda del l’orrore che la sua morte ha suscitato, e dei segreti infetti che molti hanno interesse a celare, ma anche perché, da studioso appassionato, era andato in quei lontani teatri ad approfondire una relazione precisa che lega la forza dei lavoratori e delle loro organizzazioni con le possibilità di conquistare e difendere la democrazia.
Nella ricostruzione del Friuli e nell’esempio di Giulio abbiamo trovato la sintassi ed il senso profondo della nostra Costituzione.

Viva la Resistenza
Viva i Partigiani
Viva il 25 Aprile

Ferdinando Ceschia
Ferdinando Ceschia
archivio
Cgil Cisl Uil
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