La Vita Cattolica

Giovedì 27 Settembre 2012

 

L'INTERVISTA.
MURADORE SUL CASO DELLA SOPRINTENDENZA:
È SOLO LA PUNTA DELL’ICEBERG. E DOV’ERANO
I DIRIGENTI? SONO LORO I PRIMI DA CACCIARE

40 assenteisti? «Molti di più!»

Il sindacalista punta il dito contro il sistema pubblico, lontano da logiche
di risultato ed efficienza. La politica? «Colpevole quanto i lavoratori.
Interessata al proprio destino elettorale più che al bene pubblico»

«Nel sistema pubblico la cultura diffusa è quella dell’adempimento: “Ho fatto? Bene. Con quali risultati? Non conta”. Ma proprio i risultati, oggi, sono sotto gli occhi di tutti»

«In un’azienda privata il caporeparto sa in ogni momento se i lavoratori sono sul posto di lavoro. Perché nel “pubblico” non è così? Il primo da mandare via è il responsabile di quel servizio»

Dov'erano i dirigenti mentre i dipendenti pubblici stavano per ore fuori dall’ufficio?

Esordisce così, con una domanda che dice più di tante risposte, Roberto Muradore, segretario della Cisl dell'Udinese e della Bassa Friulana, alla nostra richiesta di un commento sulla vicenda dei lavoratori assenteisti della Soprintendenza resa nota dalla Polizia tributaria di Trieste nei giorni scorsi. Si dice «lieto di parlarne», Muradore, «dal momento che sul tema sono state dette tante cose, ma poche verità». E subito va al cuore della questione con una secca denuncia: «Mi stupisco che qualcuno possa stupirsi», afferma. Lui che per «mestiere» sta dalla parte dei lavoratori, non cerca per loro giustificazioni e ammette ciò che altri non osano dire: «Questa è solo la punta di un iceberg. È ciò che emerge. Di sommerso, nella pubblica amministrazione, ce n’è ancora molto. Ed è ipocrita fingere che il problema non esista». Secondo il sindacalista, però, «a Trieste come da altre parti, le responsabilità vanno individuate su più livelli».

La sua è una bocciatura al «sistema»?

«Dire che tutto va bene nell’offerta pubblica è il modo migliore per affossare i servizi pubblici nel nostro paese. Bisogna gridarlo che le cose non funzionano. L’offerta pubblica, per essere mantenuta tale, deve essere riformata. Per far sì che sia qualcosa di utile e universale per tutti i cittadini. Se la difendiamo così com’è la perderemo e chi ne avrà danno maggiore saranno gli ultimi».

Ha parlato di responsabilità a più livelli. Di chi è, dunque, la «colpa»?

«Andiamo con ordine. Chi è la proprietà di tutto ciò che è pubblico?».

Le istituzioni.

«Esatto. Dunque la politica. Una politica interessata ad altro, a se stessa e al proprio destino elettorale piuttosto che ad efficientare la macchina pubblica. Anzi una politica che ha usato la macchina pubblica non per dare servizi migliori ai cittadini ma per ottenere clientele politiche».

La sta prendendo «alla larga»?

«Al contrario. La politica è colpevole tanto quanto i lavoratori assenteisti. E con loro i dirigenti. Mi stupisco che in questi giorni non si sia mai parlato di loro. Quali sono le loro responsabilità? Dovrebbero indicare ai lavoratori la strada del risultato, gli obiettivi da raggiungere, lo fanno? La verità è che questi dirigenti non dirigono. Non efficientano. Ora i lavoratori assenteisti, giustamente, rischiano il posto. Ma i dirigenti? Questi 40 lavoratori erano diretti da qualcuno o no? Il primo da mandare via è il responsabile di quel servizio, che ha abdicato alla propria responsabilità di dirigente».

Nel «privato», probabilmente, sarebbe così.

«Certo. I dipendenti sono definiti tali proprio perché “dipendono” da qualcuno. In un’azienda privata normale il caporeparto sa in ogni momento se i lavoratori sono o meno sul posto di lavoro. Perché nel pubblico questo non avviene? Evidentemente, se la tendenza dei dirigenti è di continuare a non essere responsabili, ci sarà sempre chi fa ciò che vuole».

E la responsabilità dei lavoratori?

«Certo c’è anche quella. Ma sappiamo bene che non esiste una diversità etnica o cromosomica tra gli operai metalmeccanici o i commessi e gli impiegati pubblici. Eppure i primi stanno sempre sul posto di lavoro. Il lavoratore “privato” è collocato in un sistema che deve funzionare. Altrimenti l’azienda muore. Un sistema in cui si lavora per obiettivo/risultato».

Nel pubblico cosa conta se non i risultati?

«La cultura diffusa è quella dell’adempimento: “Ho fatto? Bene. Con quali risultati? Non conta”. Proprio i risultati, però, sono sotto gli occhi di tutti».

I capigruppo regionali Galasso (Pdl) e Moretton (Pd) affermano (come riportiamo nell’articolo sotto) che negli uffici regionali il problema dell’assenteismo non c’è. Lei è d’accordo?

«La domanda corretta da porre non è quante ore si trascorrono all’interno dell’ufficio, ma cosa si fa durante quelle ore. In Regione, come altrove, si scrivono carte, alcune delle quali servono a poco o nulla. Anche qui ci si dovrebbe chiedere, invece, cosa producono i dipendenti pubblici, che risultati ottengono, che servizio viene dato ai cittadini».

Non la penserà come l’ex ministro Brunetta... I dipendenti pubblici sono tutti fannulloni?

«Assolutamente no. Non è così, per fortuna. Brunetta ha usato parole volgari e inopportune. La maggior parte non sono fannulloni e proprio questi sarebbero per primi contenti di poter recuperare uno status che in passato era motivo d’orgoglio: “servitori dello Stato”, si diceva. Sono proprio questi che mandano avanti la baracca. Mal diretta e mal gestita dai dirigenti della politica. Pur inseriti in un sistema che non prevede controlli, né risultati, comunque loro fanno il loro dovere. E lo fanno per libera scelta, senza imposizioni. Semplicemente per un loro senso etico, per deontologia professionale. Loro, più di tutti, chiedono di poter operare in un sistema organizzato, più efficiente. Poi c’è chi ne approfitta, ovvio. Ma non è corretto mettere tutti nello stesso calderone. Certo, è più facile: si “sbatte il mostro in prima pagina” e ci si dimentica del resto. Non ci si interroga nemmeno sulle responsabilità. Anche il mondo sindacale ne ha».

Quali sono?

«Il sindacato a volte è poco confederale nel pubblico impiego, cede a istinti corporativi».

Si riferisce alle divisioni riguardo agli aumenti per i lavoratori del comparto unico?

«Oggi un dipendente degli enti locali in Friuli-Venezia Giulia prende più che a Milano. E questo a prescindere da ciò che il comparto unico offre al cittadino o all’impresa, a prescindere da obiettivi raggiunti o meno. Ricordo bene la polemica Cisl-Cgil. A questi ultimi non bastavano nemmeno gli aumenti che la Cisl aveva portato a casa, salvo poi firmare alle stesse condizioni. Troppo spesso si dimentica che la rappresentanza deve essere esercitata nell’interesse generale, pensando al bene comune della società tutta. Basterebbe del coraggio in più, da parte di politica e sindacato. Anche il coraggio di cacciare i fannulloni. Si capirebbe che sono gli stessi lavoratori, per primi, a voler lavorare di più e meglio».

Valentina Zanella

 
 

Il fatto

Risultavano al lavoro, ma erano a fare la spesa, a svolgere commissioni personali o semplicemente a passeggiare nel centro di Trieste. Lo rivelano 1.100 ore di registrazioni video da parte dei finanzieri della Polizia tributaria di Trieste che hanno «smascherato» i comportamenti di 40 dei 75 dipendenti (oltre il 50 per cento!) della Direzione e delle Soprintendenze per i Beni culturali del Friuli-V.G., ora indagati per truffa ai danni dello Stato e falso.

I primi nomi sono emersi nei giorni scorsi: gli architetti Alvaro Colonna e Marino Sain, la storica dell’arte Maria Chiara Cadore, la segretariadel soprintendente Elvi Bossi. E, ancora, Alessandro Bruni e Francesco Tuppo, assistenti amministrativi, e Luisa Zubelli, restauratrice. I finanzieri, per i controlli, si sono piazzati per cento giorni, tra il 2010 e il 2011, davanti al palazzo di piazza della Libertà. C’era chi si assentava dal lavoro più volte al giorno, altri lo facevano solo in alcune giornate, ma anche per diverse ore, sempre senza «timbrare» né fornire, successivamente,giustificazioni.

Il «recordman» dei «latitanti»? Ha totalizzato 110 ore di assenza. «Fenomeni di questo genere – ha spiegato Michele Dalla Costa, procuratore capo di Trieste – minano la credibilità delle istituzioni e creano disservizi», perciò «c’è un costante monitoraggio da parte della Procura». Sulla possibilità che l’assenteismo riguardi anche altre istituzioni Dalla Costa non risponde, ammettendo però che «non si tratta delle prime segnalazioni del genere». Oltre al processo penale, i dipendenti «fantasma» affronteranno ora anche un procedimento contabile da parte della Corte dei Conti (con l’accusa di danno erariale e danno all’immagine) oltre ad un’indagine interna alla Soprintendenza che potrebbe portare a sanzioni o al licenziamento.

 
 

I POLITICI

In Regione non si fa!

Assenteisti negli uffici regionali? Nessuno. Almeno stando alle affermazioni dei capigruppo di Pdl e Pd in Consiglio regionale, interpellati da «la Vita Cattolica» per un commento sulla vicenda dei 40 dipendenti della Soprintendenza sorpresi a trascorrere ore ed ore, durante l’orario d’ufficio, lontano dalla scrivania.

Per una volta, dunque, destra e sinistra sono d’accordo. Daniele Galasso (Pdl) precisa che «la Soprintendenza dipende direttamente dal Ministero e non ha rapporti di alcun genere con la Regione». A suo avviso, peraltro, «in Regione non possono essere messi in atto comportamenti analoghi, poiché l’accesso e l’uscita avvengono tramite utilizzo del tesserino».

Gianfranco Moretton (Pd), è d’accordo con lui. E aggiunge di confidare anche «nel senso di responsabilità e abnegazione al lavoro dei dipendenti della Regione». Nessun commento, invece, sullo specifico caso della Soprintendenza: «È una realtà che non conosco – risponde –. È evidente però che chi ha messo in atto questi comportamenti ha contravvenuto ai propri doveri di dipendente pubblico e ora è giusto che se ne assuma la responsabilità».

Chi si è invece espresso nettamente (e duramente) sull’istituto della Soprintendenza è il presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini. Commentando lo scandalo degli assenteisti e stigmatizzandone i responsabili («vanno puniti con il massimo della pena»), Fontanini ha infatti colto l’occasione per attaccare le Soprintendenze: «Sono davvero utili? A chi servono?», ha chiesto. Per poi suggerire l’ipotesi della loro chiusura.