La Vita Cattolica

Mercoledì 14 Settembre 2016

 

Amatrice, non sarà Modello Friuli

Mentre ricordiamo il 40° anniversario del terremoto del 1976, ecco che un altro disastroso sisma scuote alcune località dell’Italia centrale seminando lutti e rovine. I friulani, memori e grati della tanta solidarietà ricevuta, hanno il dovere morale di esprimere concretamente e significativamente la propria solidarietà e vicinanza alle popolazioni colpite, ora impegnate nel difficile cammino della emergenza e poi della ricostruzione. Ed io sono certo che la nostra solidarietà ci sarà. L’emergenza, carica di problemi di ogni tipo a cominciare da quelli umani per quanti hanno perso persone care e, non solo per loro, è nella fase acuta per altro ben curata dalla Protezione Civile che, nata con l’esperienza Friuli, è, si può be dire, il fiore all’occhiello del nostro Paese.

Adesso c’è una urgenza da affrontare: bisogna dare un tetto «provvisorio» a quanti ne hanno la necessità causa sisma. L’inverno si sta avvicinando e con esso il freddo. Andando indietro nei ricordi quando da noi taluno con troppa disinvoltura e con poco realismo diceva di passare dalle «tende alle case» come se rendere agibili le case fosse questione di tempi immediati, il sindaco di Moggio Udinese, Carletto Treu, per citarne uno, affermava invece che non era «eludibile» la fase delle baracche. Fu così che si allestirono ben 350 villaggi, appositamente urbanizzati, e si installarono oltre 20 mila prefabbricati che hanno ospitato 75 mila persone, ponendo fine all’esodo invernale 1976/1977 di ben 40 mila persone lungo il litorale adriatico.

I numeri delle nuove località colpite sono per fortuna assai più contenuti il che dovrebbe rendere più agevole la soluzione del problema. Ci sono diverse altre questioni da risolvere: sgombero macerie, accertamenti tecnici di staticità degli edifici e loro messa in sicurezza pre-recupero, analisi geologiche, dotazione di strutture, pure provvisorie, per i servizi essenziali di comunità (municipio, scuole, chiese, ecc..), e così via. E poi c’è la ricostruzione che richiede un progetto organico su indirizzi chiari, meditati e condivisi per un’opera che non sarà breve. Resto ancora convinto che emergenza e ricostruzione, seppur collegate, devono essere distinte per tipologia di problematiche ed anche, anzi soprattutto, perché la ricostruzione riguarda l’assetto futuro di una comunità ragion per cui deve essere la gente interessata, con i propri rappresentanti nelle istituzioni ad occuparsene o quanto meno ad avere voce decisionale in merito. Conosciamo le scelte di fondo che costituiscono il Modello Friuli e sappiamo bene che esse sono il frutto della delega a ricostruire affidata alla Regione ed alle autonomie locali. Sappiamo che da noi la ricostruzione è dovuta alla messa in comune di tutte, nessuna esclusa, le energie disponibili.

Laggiù, nelle zone colpite, come sarà? Si è sentito più volte invocare il Modello Friuli specie per uno degli elementi che lo caratterizzano: «ricostruire i paesi dove erano e come erano», dimostrando così, nel rifiuto alle New Town, l’attaccamento alla propria terra. Se sarà così, ed io me lo auguro, è una scelta positiva.

Con riguardo alla nostra esperienza è bene ribadire che anche qui all’epoca si respinse l’idea della «Grande Udine» e della «Grande Pordenone» che, se attuata, avrebbe snaturato il Friuli. È pure bene ribadire che il senso di comunità è un valore importante da coltivare sempre e che il terremoto non distrugge, anzi rivitalizza, i valori consolidati di una comunità che diventano ancoraggio in momenti di gravità. È importante, a tal fine, riparare edifici il più possibile, ovviamente per quanto possibile ed in sicurezza, e non come pure si è sentito, procedere alla demolizione di tutto per passare, seppure in loco, a nuova totale ricostruzione. Oggi la tecnica consente recuperi anche difficili.

Ma a chi sarà affidata la ricostruzione delle zone colpite: alle autonomie locali come per il Friuli? Questo è il punto “centrale” della questione. È l’elemento cardine del Modello Friuli. Una tale scelta implica almeno tre precondizioni: lo Stato disposto a delegare l’opera, le istituzioni locali disposte ad assumersi in toto le responsabilità conseguenti che sono tante e gravose, la gente terremotata disposta a darsi da fare con l’aiuto ed il sostegno, ben si intende, del potere pubblico. Francamente non so se la risposta a queste precondizioni sarà idonea a far scattare la delega. Temo che questa non ci sarà e quindi, alla fin fine, del Modello Friuli non sarà applicata la parte più sostanziale; ad esso, forse, si farà riferimento per qualche spunto particolare. Il mio timore nasce anche dalla nomina, da parte del Governo, di un Commissario. Anche noi abbiamo avuto un Commissario, un grande Commissario, che risponde al nome dell’on. Zamberletti; ma per l’emergenza, non per la ricostruzione come sembra sia nel caso attuale. È tutt’altra cosa. Se l’attività ricostruttiva farà capo al Commissario, la gente e le istituzioni locali saranno sentite, guai se non lo fossero, ma la potestà decisionale non sarà loro, con tutta una serie di conseguenze anche operative. Eppoi si sa che la partecipazione stimola la trasparenza.

Nel dibattito pubblico in essere si registra un coro di interventi pro messa in sicurezza degli edifici con opere di consolidamento statico. Ne parlano tutti come si trattasse di una nuova scoperta. Noi friulani nella riparazione di case terremotate (Legge 30/1977) abbiamo realizzato, prima di tutto dette opere (opere a) e poi le altre; abbiamo pure sperimentato, su mandato del legislatore nazionale, interventi di consolidamento statico in zona sismica in abbinamento ad opere di manutenzione straordinaria (L.R. 30/1988). È fuori dubbio che anche quanto si andrà a ricostruire od a riparare nei centri colpiti dovrà essere fatto previa messa in sicurezza degli immobili.

Ma il problema è ben più vasto. Larga parte del territorio italiano è a rischio sismico e quasi ovunque abbiamo edifici vetusti che necessitano di opere statiche. La scelta politica è tra lasciare le cose come sono in precarietà salvo intervenire dopo eventuali (ma neppure tanto) sismi oppure dar corpo ad una azione preventiva. La risposta del buon senso è evidente: intervenire per quanto possibile prima.

Ecco allora la nostra antica sollecitazione: lo Stato predisponga un progetto organico di interventi scansionato in 30/50 anni con procedure speciali, con sostegni contributivi e fiscali. Sarebbe anche un ottimo volano per l’economia che langue. Ed allora chi ha voce a Roma si assuma anche questo impegno.

Roberto Dominici - già assessore regionale alla Ricostruzione

Roberto Dominici
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