Messaggero Veneto

Sabato 03 Maggio 2014

 

«Aprire i negozi il Primo maggio è un’offesa al lavoro»

Critici i responsabili di Uil e Cisl sulle decisioni di numerosi punti vendita: così, tra l’altro, aumentano i costi

«Aprire i negozi il Primo maggio è un’offesa verso il lavoro dal punto di vista etico e morale». Non usa mezzi termini il segretario provinciale della Uil Ferdinando Ceschia. «Sono sempre sorpreso davanti alle aperture straordinarie, ma il giorno della festa del Lavoro è persino peggio perché si tratta di una tradizione di civiltà e rispetto verso tutto il mondo attivo».

Anche il segretario regionale della Fisascat Cisl, Paolo Duriavig, condanna le aperture: «Peggiorano la situazione di tutti, sia dei lavoratori sia dei clienti, perché hanno soltanto costi aggiuntivi».

In barba agli appelli dei sindacati, in città è stata lanciata una serie di sconti ad hoc con punte del 20% per fare diventare conveniente fare la spesa il primo maggio. E così concorrenza e crisi economica hanno allungato la lista delle aperture straordinarie: il supermercato Billa di viale Palmanova, ma anche il Panorama in viale Venezia, l’Iper del centro commerciale Città Fiera ed entrambi i Carrefour di viale Tricesimo e di Tavagnacco. Aperti in centro pure Sephora e l’Upim. Serrande alzate anche all’Outlet Village di Palmanova. Ma c’è anche chi ha deciso di rispettare la festa del lavoro: le catene Despar e Coop nord est sono rimaste chiuse per una precisa presa di posizione della proprietà.

«È un buon segnale che qualcuno assuma la responsabilità di dire no alla deregulation – continua Ceschia –, anche perché aprire senza limiti è un modo sbagliato di rispondere alla crisi, oltre a essere un elemento che azzera i confini. Fa diventare plausibile qualsiasi soluzione al problema. Analizzando le statistiche, si capisce come la violazione dei diritti dei lavoratori sia un elemento che non migliora la situazione del commercio. Insomma, non ci sono vantaggi per chi apre: le vendite non migliorano mai».

Fra quanti protestano per le aperture straordinarie, c’è anche chi non le condanna a 360 gradi. «Anche perché ormai viviamo in una società multietnica e quindi le ricorrenze da santificare non sono più le medesime per tutti», spiegano. La condanna ricade però sul mancato riconoscimento dal punto di vista remunerativo dello sforzo al dipendente. «In questo caso dovrebbero essere modificati i contratti – continua Ceschia –, ma personalmente ritengo che il rispetto delle differenti usanze religiose debba comunque salvaguardare le tradizioni prevalenti nel paese ospite e questo dovrebbe valere per tutti. L’elemento produttivo non dovrebbe cancellare qualsiasi confine religioso o laico. Un tempo il valore del riposo alternato al lavoro era un elemento fondamentale, il recupero di una dimensione personale di equilibrio psicofisico e insieme il mantenimento di un nucleo di elementi che rafforzano una comunità, i momenti in cui la collettività si ritrova».

Michela Zanutto

Paolo Duriavig
Paolo Duriavig
archivio
Ferdinando Ceschia
Ferdinando Ceschia
archivio

altre risorse: