Messaggero Veneto

Venerdì 03 Febbraio 2012

 

Autonomie locali: un progetto nuovo.

Di Roberto Dominici - comitato per l'autonomia e il rilancio del Friuli

In questa Regione quando si parla di questioni istituzionali non si può prescindere dalla “specialità statutaria” e ciò non solo per la competenza primaria in materia di enti locali, ma anche per le ragioni che stavano ieri, che stanno oggi e che possono stare domani alla base della specialità stessa. La “specialità” però non va solo invocata o declamata di tanto in tanto, va sostanziata con rapporti carichi di dignità verso lo Stato del quale siamo ovviamente coscienti di far parte, con una legislazione regionale che sappia cogliere in positivo ogni spazio di autonomia, convinti anche che le diverse “specificità” presenti sui nostri territori trovano proprio nella specialità la ragione forte della coesistenza unitaria. Il pericolo, almeno ora, non è quello della cancellazione formale della specialità; il pericolo, presentatosi più volte, è quello del suo “svuotamento”, della sua più o meno marcata “limitazione” con leggi, cosiddette di riforma, dello Stato.

Fa bene la Regione a sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale con riguardo alle norme del decreto-legge 201/2011 riferite alle Province proprio per contrastare, al di là dei contenuti di merito, l’”invasività” statale e per rivendicare la propria potestà legislativa. Accanto alla doverosa difesa attiva della specialità c’è una questione di fondo da affrontare anche ai fini dell’assetto futuro delle autonomie locali, province comprese. Tale questione attiene al “modo di essere” della Regione, ai suoi rapporti con il sistema delle autonomie. Una riflessione va fatta anche perché, superati pure gli eventi straordinari della nostra storia recente, ci stiamo avvicinando al 31 gennaio 2013, data del 50° anniversario del nostro statuto di autonomia.

Occorre un nuovo progetto istituzionale che dovrebbe imperniarsi su una Regione “snella”, “leggera”, “non accentrata”, fortemente caratterizzata sui suoi compiti “centrali” ed “esclusivi” che attengono alla attività legislativa, all’alta programmazione, all’alto indirizzo, con l’attribuzione delle funzioni amministrative avuto riguardo della loro natura e portata, al sistema delle autonomie locali. Il trasferimento delle funzioni ha il pregio di stimolare e potenziare l’autogoverno locale che consente da un lato di dare meglio voce alle “specificità” presenti sul territorio e dall’altro di dare spazio alle identità esistenti senza “minare” il telaio unitario della Regione. Un’operazione questa che tornerebbe utile anche sotto altri aspetti se a essa di accompagnasse, come noi fermamente auspichiamo, un processo di profondo “ripensamento” dei complessi iter burocratici esistenti per riportarli all’essenziale. In questo contesto la Provincia, come del resto i Comuni singoli o associati, non può non essere chiamata a svolgere un ruolo anche con compiti affidati dalla Regione e che la Regione può già affidare. È evidente che il progetto di trasferimento delle funzioni dalla Regione deve avere carattere di “organicità” e “completezza” anche se poi dovesse essere attuato per tappe successive.

Quanto al dibattito sulle Province esso non è nuovo. Se ne discusse abbondantemente in sede di Assemblea Costituente prima di giungere all’approvazione dell’art. 114; se ne è discusso quando di tanto in tanto la politica, anche nella cosiddetta 1° Repubblica, ha riproposto l’argomento; se ne è parlato nell’ultimo anno prima con la proposta di soppressione generale, poi con la soppressione di quelle con popolazione inferiore a un certo dato e da ultimo con la trasformazione in ente di indirizzo e di coordinamento dei Comuni su date materie. E chissà cosa si dirà dopo le elezioni politiche. Ma è alla luce del progetto di valorizzazione delle autonomie locali prima indicato che si deve valutare l’opportunità, l’utilità o meno di mantenere la Provincia, non già solo perché abbiamo la competenza a farlo e tanto meno in virtù di spinte spesso intrise di altre motivazioni. Un ente siffatto non può limitarsi, dunque, al “coordinamento dei Comuni” per altro in grado di ben camminare da soli. Circa l’assetto delle Province in Regione abbiamo ascoltato ipotesi diverse: si va dall’Area Metropolitana di Trieste (opportuna se non altro per accorpare competenze amministrative ora sparse tra più soggetti) alla Provincia del Friuli e ad altre ancora. A nostro giudizio sono ipotesi fascinose ma riteniamo di difficile, se non addirittura impossibile, realizzazione. Le riforme, specie quelle istituzionali, non devono essere imposte. E su dette ipotesi non pensiamo vi sia ampio consenso. Noi riteniamo invece che le Province potrebbero, per loro scelta, attuare forme di collaborazione su cose o su progetti di comune interesse e di valenza interprovinciale, senza nulla togliere all’autonomia di ciascun ente. A suo tempo il nostro Comitato si è decisamente adoperato per la Comunità delle Province friulane. Ora siamo a rammaricarci del fatto che la costituita Comunità, anche se limitata a Udine e Pordenone per la scelta di Gorizia di non farvi parte, non sia stata posta nelle condizioni di operare. Per noi il disegno è tuttora valido, anzi è di viva attualità. Per completezza di ragionamento dobbiamo valutare anche la eventualità che con legge costituzionale le Province siano effettivamente soppresse e che la politica locale, temendo l’isolamento, si adegui a questa linea lasciando da parte il progetto prima indicato.

A chi affidare i compiti istituzionali della Provincia? Il timore è che non vadano ai Comuni, data anche la realtà dimensionale di essi, ma alla Regione. Ma allora andremmo verso l’accentramento e non verso il decentramento di funzioni. In tal caso bisogna pensare a una nuova entità intermedia, con compiti di area vasta, derivanti in parte da funzioni regionali ed in parte da affidamenti comunali. Anche in questa ipotesi è necessaria una larga ed efficace progettualità. La politica cominci a pensare, a elaborare, per l’appunto, un progetto strategico, tanto per l’ampiezza e la profondità, quanto per la proiezione temporale. E la Regione non si limiti a annunciare il referendum consultivo, ma dia vita ad un gruppo di pensiero politico, giuridico, amministrativo per “costruire” soluzioni ai problemi sulle quali aprire poi il confronto ai vari livelli. L’attendere non aiuta.

Roberto Dominici
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