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La Vita Cattolica

Giovedì 25 Luglio 2013

 

Con un importante convegno la Fiba-Cisl ha lanciato la sua proposta di legge popolare per mettere «un tetto» ragionevole agli stipendi dei manager privati.

Banche, più sobrietà

D'accordo banchieri e politici: «Operazione difficile, ma necessaria come inizio di una moralizzazione dell'intero sistema creditizio italiano»

A parole, tutti sono più che d'accordo con la proposta di legge di iniziativa popolare lanciata dalla Fiba-Cisl (il sindacato dei bancari e degli assicurativi). E ci mancherebbe altro. La proposta - per la quale è iniziata la raccolta delle firme -, in questi tempi di forte crisi, appare più che ragionevole: vuole imporre un limite massimo di 588 mila euro (294 mila di compenso fisso piu altrettanti di compenso variabile legato ai risultati, che dovranno comunque essere approvati dall'assemblea dei soci) lordi l'anno ai «top manager» delle società per azioni private quotate in borsa. E dice stop ad altre forme retributive (come i bonus di entrata e di uscita, i premi per acquisizioni e vendite, le consulenze per società dello stesso gruppo) che spesso vanno a gonfiare a dismisura i compensi di questi alti dirigenti.

Come ha detto Roberto Muradore, segretario generale della Cisl di Udine e della Bassa Friulana, aprendo il convegno che ha messo a confronto banchieri, politici e sindacato, organizzato venerdì 19 luglio per presentare l'iniziativa, «non c'è coesione sociale se non si persegue la giustizia sociale». Ed è difficilmente accettabile che ad uno di questi dirigenti possano bastare tre giorni di lavoro per guadagnare lo stesso reddito di un suo dipendente in un intero anno. E magari, come ha osservato Roberto De Marchi, segretario della Fiba Cisl di Udine, è uno di quei dirigenti che si riempie la bocca di sviluppo ma poi non sa far altro che tagliare posti di lavoro o delocalizzare.

Strada tutta in discesa? Quindi, porte spalancate a questa proposta di legge? Le firme, di sicuro, non mancheranno, ma poi, quando la proposta arriverà in Parlamento, che succederà? Opportunamente è stato ricordato che nessuna proposta di legge di iniziativa popolare, in tutta la storia repubblicana, è stata mai presa in considerazione dal Parlamento.

Il «giallo» di Poste e Ferrovie. E ancora non si sapeva, nel corso di questo convegno, cosa sarebbe successo di lì a poche ore. Il governo Letta aveva predisposto, nel «Decreto del fare», un tetto di 300 mila euro annui per i top manager delle aziende statali. Ebbene, nella notte tra il 22 e 23 luglio, nella stesura definitiva del decreto, un «refuso tipografico» con l'aggiunta di un «non» all'articolo che ampliava questa misura anche a quelle società nominalmente private, ma di fatto controllate dallo Stato, ha «salvato» provvidenzialmente da questo tetto i manager di Anas, Poste e Ferrovie. Solo un caso?

I dubbi dei banchieri. I casi più eclatanti di elevate retribuzioni non devono far dimenticare che le medie sono molto diverse. Questo l'invito di Giuseppe Graffi Brunoro, presidente della Federazione regionale delle Banche di credito cooperativo. «Noi non abbiamo delle linee guida vincolanti a livello nazionale, perché l'autonomia è un valore fondamentale per le Bcc - ha spiegato -, però posso dire che il nostro n° 1 a livello nazionale guadagna circa 250 mila euro». Perplesso, Graffi Brunoro, anche sulla dimensione nazionale di questa proposta di legge: «I manager sono inseriti su un mercato globale. Una norma del genere dovrebbe avere almeno una applicazione europea».

Anche Giovanni Ravidà, presidente del Mediocredito del Friuli-V.G., inizia situando il suo istituto fuori dal fenomeno dei «mega stipendi»: «Io guadagno 60 mila euro l'anno. La carica più alta, quella dell'amministratore delegato, si situa sicuramente al di sotto dei limiti della vostra proposta di legge».

Ravidà, che ha alle spalle una brillantissima carriera di «top manager» nei maggiori gruppi bancari italiani (in particolare nell'Unicredit di Alessandro Profumo), sottoscrive pienamente l'abolizione delle buonuscite: «Sono un balzello che la società paga per risolvere problemi di rapporto tra azionisti ed amministratori - ha spiegato - e non sono assolutamente correlate ai risultati ottenuti». Più problematica l'analisi su altri aspetti, come quello del tetto alla remunerazione dei manager, la cui «esplosione è un effetto pernicioso della finanziarizzazione dell'economia». «Con il superamento negli anni ‘90 della vecchia legge bancaria, l'obiettivo del settore creditizio è diventato solo la profittabilità». La storia della crisi finanziaria ha dimostrato che essa è stata ottenuta esponendo il denaro dei risparmiatori a rischi spropositati. Ritornare indietro, però, non sarà né facile né banale: «C'è il problema del confronto internazionale tra le retribuzioni dei manager - ha osservato Ravidà -. Ad esempio in Germania sono più alte in media del 30%. E poi, se poniamo un tetto ai top manager, a cascata dovranno essere riparametrate le retribuzioni di tutta la linea di comando. E alcune di esse potrebbero diventare eccessivamente basse».

E i dubbi dei politici. Se per lo schieramento di Centrodestra, Cristiana Nicoletti della lista udinese Identità Civica si dice d'accordo sulla filosofia della proposta, Hosam Aziz, capogruppo del Partito Democratico in consiglio comunale a Udine, non si nasconde alcune difficoltà. «Sono d'accordo con la calmierazione degli stipendi - ha spiegato Aziz -, stiamo parametrando quelli dei politici regionali ai livelli dei sindaci. Ma la vostra proposta sui top manager, con onestà intellettuale, la trovo di difficile attuazione. È un settore in cui è sempre valsa la libertà di mercato».

«È l'ultima ratio». A tirare le fila del confronto, Sergio Romani, segretario nazionale della Fiba, che non è stato affatto sorpreso dalle critiche: «In realtà la campagna più importante che stiamo conducendo non è quella sul tetto agli stipendi dei top manager, ma la lotta all'avversativo: "Sì, è giusto....ma...però". Se affrontiamo così il problema non lo risolveremo mai. Se siamo arrivati ad una proposta di legge di iniziativa popolare è perché la politica non ci ha ascoltati. Abbiamo presentato documenti sul tema al G8 de L'Aquila e al G20 di Pittsburgh; sugli stipendi dei manager cerchiamo di ragionarci con tutti gli interlocutori dal 2009. Inutilmente».

Ecco perché ora la parola deve passare alla gente. «Quando nel gruppo Intesa San Paolo si porta il livello dei premi ai manager da 37 a 43 milioni l'anno, e al tempo stesso si inducono 300 persone che guadagnano 2 mila euro al mese all'"esodo volontario", un licenziamento mascherato, il rischio è di trovarsi in una situazione sociale nello stile dell'assalto della Bastiglia o a Versailles nella Rivoluzione francese».

Vogliamo proprio arrivare a questo punto?

 
 

Radiografia dei «manager Paperoni»

Il 62% della retribuzione è in «premi»

Sicuramente il problema sollevato dalla Fiba-Cisl, quello delle retribuzione troppo elevate dei manager, è molto importante, specie nel settore bancario, al punto che se ne occupa anche una direttiva europea, la 76/2010, la quale impone alle autorità creditizie nazionali di raccogliere dati riguardanti i manager con le retribuzioni più alte del settore, individuate dal parametro del milione di euro e superiori, comprensivi di elementi diretti, premi e retribuzioni differite, come ad esempio pensioni complementari.

È uscito da pochi giorni il primo rapporto che elabora questi dati riferiti al 2010 e al 2011, a cura della European banking authority. È emerso che in Italia ci sono 96 manager di banca che guadagnano oltre 1 milione di euro, e ci troviamo nell'Unione Europea al 5° posto dopo Germania, Francia e Spagna, che hanno rispettivamente 170, 162, e 125 «top earners». Stacca tutti il Regno Unito, che ha ben 2436 manager che superano una retibuzione di 1 milione di euro l'anno, un dato che riflette l'importanza della city londinese.

Per questi top manager «Paperoni» la retribuzione variabile, legata al risultato, supera di gran lunga quella fissa, e costituisce in media il 62% della retribuzione.

Inoltre circa il 29% della retribuzione è differita, quindi riguarda trattamenti previdenziali e assistenziali futuri.

Non bisogna comunque generalizzare, sulla categoria dei manager. Se prendiamo ad esempio l'ultimo rapporto sulle retribuzioni in Italia di «OD&M consulting», in media un dirigente del settore privato ha guadagnato poco meno di 110 mila euro l'anno, in confronto con i 54 mila euro di un quadro, i 28 mila di un impiegato e i 23 mila di un operaio. Per curiosità, hanno guadagnato di più i manager dell'area direzione generale, oltre 125 mila euro, seguiti dalla vendite e marketing e dalle risorse umane (circa 110 mila euro). I più «poveri» sono quelli più tecnici, legati più direttamente alla produzione, come gli ingegneri, i project manager e l'area ricerca e sviluppo: appena 91 mila euro. E questo ci dice molto sullo strapotere della finanza rispetto alla produzione e al manifatturiero.

Servizi a cura di Roberto Pensa

 
 

Dopo la crisi finanziaria. Non è cambiato niente.

Al dibattito organizzato dalla Cisl sugli stipendi dei manager, emerge un forte allarme, soprattutto dai banchieri: dopo la crisi dei mutui subprime americani che ha investito tutto il mondo, in pratica non è cambiato niente e tutti i meccanismi che l'hanno generata sono pienamente attivi. «Coloro che nel ‘92 hanno redatto il Testo unico bancario non avevano idea di ciò che sarebbe successo», ha spiegato il presidente di Mediocredito Friuli-V.G., Giovanni Ravidà. Il testo unico è quello che abolì la legge bancaria del 1936, quella che, sull'onda della crisi del 1929, aveva imposto una netta suddivisione tra le banche di risparmio - alle quali, avendo la responsabilità di amministrare i soldi dei risparmiatori, erano precluse la gran parte degli investimenti speculativi o in capitale di rischio delle imprese - e le banche di investimento. La nuova «banca universale» nata nel clima iperliberista degli anni ‘90, ha avuto così il via libera a tutti gli impieghi, anche i più rischiosi, come quelli in derivati.

La ricerca prioritaria del profitto ha «svuotato» di motivazioni, dal di dentro, il mondo bancario: «Al centro del credito ci dovrebbe essere l'impresa e il territorio - ha spiegato Ravidà -. Allora ci fu una grande fase di concentrazioni e fusioni tra banche. Si diceva che sarebbe rimasto fondamentale il contatto con il territorio. Ma era un falso obiettivo (solo per trarre in inganno gli oppositori, Ndr). E chi ha fatto il militare sa che cosa sto dicendo. Oggi i soldi li si porta via subito da dove sono stati raccolti per impiegarli dove rendono di più a livello globale, senza guardare in faccia al territorio che li ha generati». Ravidà non ha paura nemmeno di attaccare il ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni: «Il 16 luglio scorso ha dichiarato che, per risolvere i problemi di scarsità del credito in Italia, si dovrebbe ricorrere di più allo "shadow banking", al sistema bancario ombra, quello che crea titoli di credito al di fuori del settore normativo bancario». Insomma lo stesso che è all'origine dell'attuale crisi finanziaria.

Credito cooperativo. «Tanti complimenti, ma...»

In sala, nei diversi interventi al convegno promosso dalla Cisl, si sprecano gli apprezzamenti al sistema delle Banche di credito cooperativo, che hanno saputo più di altre mantenere i prestiti alle piccole imprese ma anche i livelli di occupazione. Giuseppe Graffi Brunoro, che delle Bcc regionali è il presidente, incassa con piacere, ma anche con un retrogusto che sa di beffardo. «Menomale che le Bcc sono ben viste - ha affermato -. Era ora. Mervyn King, governatore della Banca di Inghilterra, ha detto recentemente che bisognerebbe rifondare il sistema bancario sul modello cooperativo. L'hanno prepensionato. È un problema di regole, ma anche di cultura. Per troppi anni siamo andati a scuola alla Bocconi a farci insegnare che l'unico grande obiettivo dell'impresa è il profitto. È vero, c'è il problema dell'efficienza. Ma dopo la grande crisi finanziaria e i fallimenti, non sarebbe il caso di considerare anche l'efficacia?».

Norme antiriciclaggio. Al bancario non far sapere...

Pochi lo sanno, ma il sindacato dei bancari e assicurativi della Cisl, la Fiba, è diventato, sorprendentemente, uno dei principali enti di formazione nel contrasto al riciclaggio. Come ha raccontato il segretario nazionale, Giulio Romani, il sindacato ha assoldato degli importanti consulenti - che nel frattempo sono diventati delle vere autorità in materia a livello nazionale - che girano l'Italia a formare i bancari per affinare la loro sensibilità nell'individuare operazioni in odore di riciclaggio e di illiceità, che devono essere segnalate alle autorità competenti. Ma le banche sono contente di questo impegno dei sindacato per elevare la professionalità e l'attenzione alla legalità dei bancari? Niente affatto, ha rivelato Romani. Anzi l'iniziativa ha dato molto fastidio e provocato forti reazioni contrarie nei vertici degli istituti di credito.

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Roberto De Marchi
Roberto De Marchi
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Roberto Muradore
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