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La Vita Cattolica

Mercoledì 20 Luglio 2016

 

Banche, politici giù le mani

Nostra intervista con Roberto De Marchi, dei Bancari Cisl, sulle fibrillazioni del mondo del credito in Friuli-Venezia Giulia

L'ultimo «bollettino di guerra» dal fronte delle banche friulane.

Leggiamolo insieme: «I Iavoratori di Hypo Alpe-Adria-Bank Spa hanno dichiarato il proprio allarme derivante dalla caparbietà dell’azienda nell’attuare il piano di liquidazione controllata comunicato ai lavoratori dai responsabili delle funzioni aziendali. Le Organizzazioni sindacali deplorano l’ennesima assenza di comunicazione ai Rappresentanti dei Lavoratori sul reale evolversi della situazione aziendale, soprattutto in relazione agli imminenti licenziamenti di 157 colleghi entro la fine del 2016. I lavoratori di Hypo Bank hanno rivelato il proprio stato di angoscia derivante anche dalle notizie circolate che palesano la predisposizione da parte dell’azienda di piani di incentivazione finalizzati a garantire la chiusura della banca da parte di pochi soggetti, senza usufruire degli strumenti di solidarietà esistenti nel settore bancario».

A questo grido di allarme si aggiunge una notizia dell’ultima ora che riporterà in fibrillazione risparmiatori ed azionisti. Nel procedimento, a Padova, sulle responsabilità degli ex vertici di Veneto Banca, è stato accertato che le vendite di azioni di questo istituto, almeno quelle avvenute in passato, non sono da considerarsi una truffa.

Dunque, che cosa sta succedendo nel mondo bancario friulano? «la Vita Cattolica» ne parla con Roberto De Marchi, segretario dei Bancari Cisl.

Quanti sono i posti di lavoro in pericolo all’Hypo Bank? «300, come all’inizio della vertenza, di cui 157 in Friuli».

Ci sta dicendo che da quando la presidente della Regione, Debora Serracchiani, ha dichiarato guerra all’Austria (si fa per dire, ovviamente), non c’è stato nessun passo avanti? «Si è aperto un tavolo di confronto a Roma, presso il Ministero dello Sviluppo economico, ma l’Austria non ha partecipato».

Chi intende per Vienna? «Rappresentanti del Governo e vertice dell’Hypo Bank».

La guerra, dunque, l’hanno dichiarata loro. «Loro sostengono che l’Europa li autorizza a vendere l’istituto a spezzatini. Ciò che noi non vogliamo. Sosteniamo, infatti, che la banca si può salvare e rilanciare solo se resta unita».

L’europarlamentare De Monte è intervenuta, a Bruxelles, con un’iniziativa per sbloccare l’impasse. «Speriamo molto che accada. Va detto, però, che la (non) trattativa risente del clima che si è instaurato dentro e fuori l’Austria, in particolare con l’Italia».

C’entra il Brennero? C’entra Tarvisio? «C’entra tutto. Sì, anche il tema delle migrazioni ha il suo peso, con le polemiche che ne sono seguite ».

Ma è Vienna a far di tutto per rompere le buone relazioni. Lo dimostrano anche gli ultimi provvedimenti per rallentare il traffico che dà sul confine di Coccau. «Tutto influisce e una soluzione positiva può arrivare da uno sblocco generale dei rapporti. L’Austria punta, con determinazione, a riprendersi il miliardo e 300 milioni “investito” da Hypo Bank. Non sono bruscolini».

Come non bastasse questo bubbone, il sistema del credito in regione soffre di un’altra situazione pericolosa, quella di Mediocredito. Ritiene che l’ingresso di Iccrea sia vicino e possa finalmente risolvere le criticità? «Ce lo auguriamo ovviamente. Non si dimentichi che Mediocredito è aggravato da 350 milioni di sofferenze. E, al riguardo, dobbiamo chiederci come sono maturate. Deve chiederselo soprattutto la politica. Dopo la cessione di questi asset deteriorati potrà finalmente maturare l’operazione Iccrea».

Con la Regione che ci mette delle ingenti risorse. Soldini che sono dei contribuenti del Friuli-Venezia Giulia. «Appunto, altri 32 milioni dopo quelli già investiti. E fanno 70 circa. Una bella cifra».

Lei dice che la politica dovrebbe farsi un esame di coscienza? «Dovrebbero dirci, i signori politici, dove sono finite le risorse investite in Medio Credito…».

Ma è evidente, nel sostegno alle imprese. Compito istituzionale del Mediocedito. «Non è evidente per niente. È vero o no che Mediocredito ha investito anche in realtà industriali che sono poi fallite? Perché l’ha fatto? Quali politici sono stati accontentati? In questi anni l’istituto ha davvero sostenuto e promosso la produttività regionale?».

C’è chi gli contesta addirittura di essere intervenuto nelle politiche per la casa… «Lasciamo perdere questo filone. L’aiuto a chi voleva farsi la casa non ha avuto solo finalità sociali, anche economiche. Ha rappresentato una boccata d’ossigeno per il comparto dell’edilizia che era in agonia. I politici, piuttosto, dovrebbero farsi un esame di coscienza sulle operazione di finanza, anche speculativa, compiute dalle partecipate della Regioni».

Quali partecipate? «Anzitutto Friulia. E di conseguenza anche Mediocredito. Ma non solo. È un capitolo, quello delle partecipate, che merita di essere esaminato, approfondito a fondo. Chiediamoci in particolare se Friulia ha fatto di tutto, proprio di tutto, in questi anni di crisi, per contrastare la congiuntura, per mettere in sicurezza le nostre aziende ed aiutarle a rilanciarsi».

Non lo ha fatto? «Il mio sindacato, la Cisl, ritiene di no. Dati alla mano, come hanno certificato studi e convegni di cui anche “la Vita Cattolica” ha dato conto».

L’orizzonte sembra grigio anche per la Popolare di Cividale. Fin dove arriva la preoccupazione di chi rappresenta i lavoratori? «La presidente Michela Del Piero mi pare decisa, per la verità, a dare una svolta: per la messa in sicurezza dell’istituto. Le vicissitudini in corso dovrebbero essere superate. Certo, la navigazione oggi è a vista».

Friuladria non vi dà preoccupazioni? «Possiamo dirlo? È un gioiello».

Perché un gioiello? «Perché è governata da un management, quello di Credi Agricole, che sa fare il suo mestiere. E da dirigenti delle varie realtà del gruppo, in Italia, che recepiscono e rilanciano. È un management, mi lasci dire, che non conosce amici. Che non guarda in faccia nessuno. Insomma, che sa fare finanza».

Gli altri istituti sono in difficoltà perché hanno dovuto dare ascolto a troppi amici? «E a troppi amici degli amici».

Come nel caso della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca? «Appunto».

Il popolo dei risparmiatori e degli azionista si è dato appuntamento il 20 luglio a Treviso, con don Torta, per chiedere… giustizia. Intanto il cda di Bpvi ha dato il via all’accertamento dei presupposti per l’azione di responsabilità. L’assemblea di Vb eleggerà, l’8 agosto, il nuovo cda e c’è da aspettarsi che anche questa governance proceda nella stessa direzione. Il presidente del Veneto, Luca Zaia, ci diceva ancora lunedì scorso che i due istituti dovrebbero costituire una grande banca veneta. Sembra, però, che i gestori del Fondo Atlante, che ha acquisito le due banche, non siano così orientati. «Evidentemente perché due storti non fanno un dritto. La fusione non fa gli interessi dell’economia veneta e, di riflesso, quelli dell’economia friulana».

Perché? «Con una banca anziché due gli affidamenti diminuirebbero, forse si dimezzerebbero. E a pagare sarebbe il nostro sistema produttivo».

Le conseguenze sarebbe gravi anche per i dipendenti? «La fusione comporterebbe pesanti provvedimenti di razionalizzazione, con chiusura di filiali e tagli di posti di lavoro. Il sistema occupazionale si ridurrebbe a metà. In ogni caso ritengo che Atlante non abbia in serbo un progetto per fondere o aggregare ma per rivendere».

La settimana scorsa abbiamo titolato, a proposito di tanti vostri direttori o dirigenti di filiale: si sono truffati. Quanti di loro sono stati premiati con i bonus? «Come facciamo a saperlo? Ma non speculiamo su questo. Abbiamo direttori di filiale, ad esempio, che a seguito di qualche telefonata da Vicenza o da Montebelluna affinchè provvedessero a vendere quote, per ben figurare hanno compromesso i risparmi loro, dei famigliari, degli amici, convinti che si trattasse di operazioni davvero utili. Capirete che questo è un dramma, pure per loro. E, appunto, non sono stati loro a rubare».

Chi è stato, dunque? «Beh, evidente, quanti sedevano nei cda. E chi ha manovrato questi amministratori. Certo, oggi la gente, i risparmiatori e gli azionisti, sono sfiduciati verso tutti».

Che cosa chiede, in sostanza, questo popolo? «Che la politica sia capace di non rubare».

Chiudiamo con le Banche di credito cooperativo. Che cosa accadrà in Friuli-Venezia Giulia? Oggi sono 15. Quante resteranno? «Probabilmente 7, o forse 8. È in corso una riforma che a nostro avviso mette in sicurezza il sistema».

C’è, però, chi teme per l’autonomia degli istituti. «Timori infondati. Diciamo, piuttosto, che in questa presunta autonomia, fino ad oggi rivendicata, numerose Bcc si sono “ingamberate”, hanno fatto pasticci, magari rispondendo ad interessi impropri, di questo o quel politico. È positiva, dunque, la prospettiva di una gestione centralizzata per determinate funzioni».

I prossimi 6 mesi, come si dice, saranno davvero decisivi? «Sì, a mio avviso. Si volerà verso le aggregazioni…».

Aggregazioni o fusioni? «Le chiamano aggregazioni, per addolcirle, in realtà sono fusioni».

Comporteranno riduzione di sportelli e di posti di lavoro? «Evidentemente sì. Ma, attenzione: il personale sarà chiamato, in queste realtà come nel resto del sistema, a reinventarsi un ruolo diverso da quello tradizionale, per servizi molto più innovativi».

Francesco Dal Mas

Roberto De Marchi
Roberto De Marchi
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