L'intervento di apertura di

Marco Balestra
Presidente dell’ANED -Sezione Provinciale di Udine

NON ESISTONO EROI ANONIMI

“Vi chiedo una sola cosa: se sopravvivete a questa epoca
non dimenticate. Non dimenticate né i buoni né i cattivi.
Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono
caduti per loro e per voi. Un bel giorno oggi sarà il passato
e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi
che hanno creato la storia. Vorrei che tutti sapessero che
non esistono eroi anonimi. Erano persone, con un nome,un
volto, desideri e speranze, e il dolore dell’ultimo fra gli ultimi
non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà.
Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini
come persone che abbiate conosciuto, come membri della
vostra famiglia, come voi stessi”

poesia Julius Fucik, eroe e dirigente della resistenza cecoslovacca, impiccato a Berlino l’8 settembre 1943:

Ringrazio la CISL, e per essa l’amico Roberto Muradore, per avermi assegnato il compito di celebrare la Resistenza davanti ad una platea di lavoratori, che per me e per l’Associazione che presiedo rappresenta un grande onore.

 
 

E’ la seconda volta per me: la prima fu nel 2010, proprio il 25 aprile, sul piazzale antistante il forno crematorio del campo di concentamento di Dora Mittelbau in Turingia, nei pressi di Weimar, alla presenza di ex deportati, dei familiari di deportati caduti, di simpatizzanti, ma soprattutto di un centinaio di studenti delle quinte classi delle scuole medie superiori di Udine, Pordenone, Cividale, Tolmezzo, Sacile, tutti partecipanti all’annuale pellegrinaggio organizzato dall’ANED.

Ricordo quell’evento (in mattinata avevamo visitato le gallerie dove venivano costruiti i missili V2: un vero e proprio girone infernale), come un momento di forte emozione, in un’atmosfera che, ricordando, mi pare ancora irreale.

L’ ANED – Associazione Nazionale Ex Deportati politici nei campi nazisti, ha tra i propri scopi la valorizzazione in campo nazionale ed internazionale del grande contributo dei deportati alla causa della resistenza e la riaffermazione degli ideali perenni di liberta’, di giustizia e di pace.

Nella convinzione che la memoria deve essere “vissuta” per poter essere tramandata alle nuove generazioni, verso la meta’ degli anni novanta, una felice intuizione di Paolo Spezzotti, allora presidente dell’ANED di Udine, ex deportato a Dachau, d’intesa con alcuni insegnanti, diede inizio ai pellegrinaggi nei campi di concentamento e di sterminio nazisti,degli studenti delle classi quinte di alcuni degli istituti scolastici superiori delle province di Udine e Pordenone che inserirono tale iniziativa tra i programmi,

I pellegrinaggi non sono le tradizionali gite studentesche perché sono caratterizzati da momenti intensi di meditazione e di formazione, presso i luoghi del dolore e della sofferenza, sono momenti di crescita culturale, umana e spirituale a stretto contatto con i sopravissuti: e’ apprendimento della storia dalle fonti autentiche.

E, ricordiamolo bene: la conoscenza della storia e’ alla base della nostra liberta’.

Fin dal primo anno e’ stato chiesto ai ragazzi di lasciare una propria traccia sull’esperienza vissuta, originariamente attraverso temi e, successivamente, per mezzo di tutte le forme culturali e artistiche che avessero ritenute più congeniali. Parallelamente gli insegnanti hanno organizzato, per gli studenti interessati, dei percorsi di conoscenza del fenomeno della deportazione propedeutici rispetto ai pellegrinaggi.

Tutto ciò ha consentito che, nel corso degli anni, i ragazzi creassero un gran numero di documenti: temi, poesie, disegni, sceneggiature, componimenti musicali, elaborati multimediali, interviste ad ex deportati, che rappresentano efficacemente l’impatto emotivo, la presa di coscienza individuale e collettiva, il rifiuto della violenza e della sopraffazione come metodo di governo.

A giorni verrà presentato un libro edito dall’ANED di Udine che raccoglie una corposa selezione degli elaborati degli studenti e che ripercorre 14 anni di pellegrinaggi.

Il pellegrinaggio 2012 ci porterà a Mauthausen in occasione delle celebrazioni del 67^ anniversario della sua liberazione, avvenuta il 5 maggio 1945, ad opera delle truppe americane.

Da un saggio del prof. Flavio Fabbroni, pubblicato dall’Istituto Friulano per Storia del Movimento di Liberazione, risulta che in provincia di Udine vi furono 1188 deportati dei quali 673 morirono e 515 ritornarono a casa

Si tratta di uomini e donne, in gran parte operai e agricoltori, ma anche artigiani, impiegati, militari di carriera, professionisti, studenti.

La deportazione nella provincia di Udine riguardò soprattutto i resistenti e solo in minima parte gli ebrei in quanto non esisteva una comunità ebraica, presente invece a Gorizia e Trieste

Ha riguardato, quindi, chi ha saputo coscientemente opporsi alla tirannia nazi-fascista, a chi ha sentito il dovere di dire di no e ha saputo dire di no ad un regime liberticida.

Scorrendo i nomi dei deportati si scopre che la maggior parte di essi aveva un’età compresa tra i 18 e i 30 anni. Una generazione nata a cavallo della prima guerra mondiale, per lo più ragazzi giovani, resi “uomini” dalla guerra e dalla resistenza, che seppero “imbracciare l’ideale di libertà” per combattere l’oppressore.

Assieme ad essi vanno ricordati tutti quegli uomini e donne di ogni età che per la libertà hanno messo a repentaglio la propria vita o l’ hanno perduta: chi in montagna, chi nelle patrie galere chi nelle strade delle città.

Vanno ricordate le donne, madri e mogli, e la loro sofferenza, che non viene ricordata da alcuna lapide o monumento. Mi piace citare una bella espressione di una giornalista francese che commentando fatti di morte nel conflitto israelo-palestinese scrisse: “le lacrime delle madri sono fatte tutte dello stesso sale”

Pensate alle donne friulane e al loro fondamentale e insostituibile ruolo nel mantenimento in vita di un tessuto sociale devastato dalla prima guerra mondiale, dalla emigrazione e, infine dalla seconda guerra mondiale. Chissà quante lacrime, ma quanta forza! Il loro fu un sacrificio per il quale il Friuli non potrà mai essere sufficientemente grato.

Scrisse Piero Calamandrei che ciò che distingue la Resistenza da tutte le altre guerre, anche da quelle fatte da volontari, come ai tempi dell’epopea garibaldina, è costituito dal fatto di essere più che un movimento militare un movimento civile: era la coscienza di un dovere civile da adempiere, la consapevolezza non più differibile di un rinnovamento della nostra vita nazionale, di una ricostruzione dalle fondamenta della struttura sociale che aveva reso possibile quegli errori.

Un movimento di uomini e donne che vollero affermare il loro diritto ad essere cittadini e non sudditi di un regime: ecco la modernità della Resistenza.

Un movimento civile nel quale militarono uomini e donne, dei quali, molti non conoscevano ancora compiutamente il concetto di democrazia, da studenti educati nella scuola fascista, ma tutti animati da un desiderio incredibile di creare una società diversa da quella in cui vivevano dominata dalla violenza, dalla prevaricazione, dalla propaganda e dalla apologia di valori assurdi e non più accettabili.

E’ bene ricordare che la Resistenza non fu solo lotta armata, ma lotta civile, di cultura e di ideali, basti pensare, senza volere escludere alcuno degli altri che non nominerò solo per ragioni di brevità, a grandi uomini quali, Pietro Gobetti, Antonio Gramsci, Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, i fratelli Rosselli, don Minzoni, assassinati dal regime fascista a causa delle loro idee. Basti pensare a tutti coloro che vennero inviati al confino e che dovettero espatriare per sfuggire alla persecuzione.

E’ bene fare presente, anche e soprattutto a coloro che non perdono occasione per denigrare la lotta di Liberazione (oggi a Roma sono stati affissi dei manifesti inneggianti alla repubblica di Salò), che i Resistenti hanno combattuto per il bene di tutti noi per dare a questo paese quella libertà che non aveva mai conosciuto, neppure prima del regime fascista.

E’ bene ricordare che l’ Italia fascista ebbe la responsabilità di emanare le leggi razziali, e quelle contro le minoranze linguistiche, che i repubblichini di Salò, servi dei nazisti, collaborarono attivamente con le S.S. nei rastrellamenti degli ebrei e degli oppositori del regime per inviarli nei campi di sterminio; che in Italia, a Fossoli, Bolzano, Gonars, Colfiorito, Asolo e altre località, vennero creati dei campi di concentramento per coloro che dovevano essere trasportati in Germania e che all’interno di quei campi vennero perpetrata la violenza da parte dei custodi fascisti e vennero eseguite delle fucilazioni; che un forno crematorio venne costruito nella Risiera di San Sabba a Trieste; che le tronfie manie di grandezza di un regime pazzo e criminale contribuì alla devastazione bellica dell’ Europa che costò all’umanità 55 milioni di morti e dispersi oltre ad infiniti danni economici.

E’ per questo che abbiamo il dovere di commemorare i Resistenti affinché l’oblio e l’indifferenza non prevalgano (la memoria dell’uomo e’ labile).

A chi vuole mettere sullo stesso piano i Resistenti e coloro che aderirono alla repubblica di Salò possiamo solo rispondere che la pietà comprende tutti, ma non può lavare la coscienza di chi non ha fatto ammenda e strumentalizza tale richiesta al fine di legittimare l’adesione volontaria ad un regime repressivo e assassino. Da una parte staranno sempre coloro che hanno creduto e voluto la Libertà, dall’altra coloro che l’ hanno combattuta la Storia non ammette confusione.

Tutti noi, che crediamo nei valori resistenziali, abbiamo il dovere di salvaguardare il grande patrimonio scaturito dal sacrificio e dagli ideali dei Resistenti: un Paese democratico e una Costituzione, molto spesso disattesa ed insidiata, ma ancor oggi moderna e punto di riferimento fondamentale nei rapporti fra i cittadini e tra i cittadini e lo stato.

Purtroppo, come ha scritto in un suo recente libro il Presidente Emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, non e’ quello attuale il paese che sognava chi ha combattuto la lotta di Liberazione.

La libertà voluta dai Resistenti, tradotta nei dettati costituzionali, e’ una libertà sostanziale che non deve essere solo un vuoto schema giuridico.

Nel suo scritto intitolato “La nuova Italia” Piero Calamandrei, uno dei nostri Padri costituenti, una delle vere coscienze della nostra moderna democrazia, affermò che “se vera democrazia può aversi soltanto là dove ogni cittadino sia in grado di esplicare senza ostacoli la sua personalità per potere in questo modo contribuire attivamente alla vita della comunità, non basta assicurargli teoricamente le libertà politiche, ma bisogna metterlo in condizione di potersene praticamente servire. E siccome l’esperienza dimostra che il bisogno economico toglie al povero la possibilità pratica di valersi delle libertà politiche e della proclamata uguaglianza giuridica, ne viene di conseguenza che di vera libertà politica potrà parlarsi solo in un ordinamento in cui essa sia accompagnata per tutti dalla garanzia di quel minimo di benessere economico, senza il quale viene a mancare per chi e’ schiacciato dalla miseria ogni possibilità pratica di esercitare quella partecipazione attiva alla vita della comunità. il diritto di libertà va riempito di sostanza economica, di giustizia sociale che e’ condizione essenziale della attuazione della libertà politica”.

Quanto scritto oltre sessanta anni fa da Calamandrei mi porta a considerare i continui, quotidiani, attacchi al welfare, quasi si trattasse di un lusso nel quale gli italiani si sono crogiolati troppo a lungo, non avendone le possibilità economiche.

Si tratta, a mio parere, di una misera mistificazione.

Il welfare e’ una conquista del mondo del lavoro. L’aspettativa di una vita serena, di adeguate protezioni sociali, da parte di chi dedica la propria esistenza al lavoro e alla famiglia, non e’ un lusso ma e’ un diritto! Un diritto sacrosanto di chi ha contribuito con il lavoro e con il pagamento delle tasse e degli oneri sociali a far crescere il paese!

L’attacco al welfare proviene da parte di chi sostiene, e ha sostenuto in questi anni che l’attuazione di una politica liberistica, senza regole (si pensi al tentativo di modificare l’art. 41 della Costituzione), è l’unica via per il progresso economico del mondo. Ma sappiamo bene che questa politica improntata alla speculazione ha creato nuove schiavitù e nuova povertà nel mondo allargando la forbice tra chi detiene il potere economico e chi ne è vittima, che ha prosciugato i risparmi dei cittadini e le disponibilità finanziarie del sistema bancario, che ha esasperato il concetto del prodotto interno lordo, il PIL, quasi fosse un sacramento, strumentalizzandolo al fine di affermare che si lavora troppo poco e male e che gli eccessivi diritti dei lavoratori e l’eccessivo costo del lavoro contrastano con la necessaria competitività delle aziende.

Di certo non si può non essere d’accordo con il taglio degli sprechi, ma non si può essere d’accordo con chi vuol comprendere tra gli sprechi la spesa sociale, facendo di tutta una erba un fascio. Indubbiamente, la politica finalizzata al benessere sociale deve essere rapportata alla situazione economica e attuata nel rispetto del pareggio di bilancio dello stato, ma è altrettanto vero che la scure dei tagli può benissimo colpire molte fonti di spreco fino ad oggi protette ed intoccabili, quali ad esempio i costi della politica. Si pensi, per esempio ai tagli indiscriminati attuati nel mondo della scuola e della cultura, dove certamente vi saranno stati anche degli sprechi, senza mai prendere adeguatamente in considerazione quale sia il costo sociale dell’ignoranza.

Il premio Nobel per l’economia Amartya Sen sostiene che la funzione degli indicatori del PIL e’ quella di mettere in evidenza lo stato economico della società alla quale noi tutti apparteniamo. L’economia e’ importante per il ruolo che svolge nel determinare i nostri stili di vita. Ma ciò che ci deve realmente interessare e’ “la vita” delle persone che appartengono ad una determinata comunità. Ne consegue che centrare l’attenzione sull’aggregazione dei prodotti e’ limitativo. Nell’analisi economica andrebbe focalizzata la qualità della vita. In una comunità occorre valutare anche le disuguaglianze e la distribuzione del patrimonio, quindi occorre differenziare il fine dal mezzo, ovvero: e’ importante collegare l’economia allo stile di vita delle persone.

A sostegno di ciò mi pongo una semplice domanda: che senso ha la crescita del PIL a due cifre percentuali della Cina e di altri Pesi asiatici, se la ricchezza, nel senso della crescita del welfare, non viene distribuita tra i lavoratori cinesi, se i lavoratori, che contribuiscono in maniera determinante ad ottenere quei risultati economici non vedono riconosciuti i propri diritti civili, politici e sindacali?

La Cina, così come tutti gli altri Paesi in cui i diritti dei lavoratori vengono compressi, anche con la violenza, non possono essere portati come esempio di modelli di sviluppo economico e di organizzazione della produzione ai lavoratori italiani.

Io credo che per uscire dalla crisi del nostro Paese e dell’Europa occorre avere la capacità di immaginare un modello di sviluppo che sia fondato soprattutto sugli investimenti mirati alla crescita dell’occupazione, senza peraltro pregiudicare i diritti acquisiti dai lavoratori.

I diritti degli uomini, dei lavoratori, non si possono barattare!

Il lamento del Presidente Ciampi assume ancor più valore in relazione al dettato dell’art. 54 della costituzione nel quale viene sancito che i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore.

Come afferma il prof. Stefano Rodotà nel suo libro intitolato “l’elogio al moralismo” l’articolo 54 parla di etica pubblica, non di codice penale perciò è inaccettabile l’assoluzione politica fondata sulla formula “nulla di penalmente rilevante”! Che e’ una formula traditrice perchè fa supporre che possa esistere qualche cosa d’altro che non avendo la connotazione del reato non è coerente con il modo con cui il potere dovrebbe essere esercitato, ma che non avendo rilievo propriamente penale, può essere tollerato.

A mio giudizio, non serve appurare l’esistenza del reato affinché scattino le dimissioni di un pubblico rappresentante: è sufficiente averne riscontrato l’esercizio della funzione pubblica in contrasto con i principi etici dettati dalla costituzione.

Per questo lo scenario politico di questi ultimi tempi appare come una aperta violazione del dettato costituzionale.

La costituzione e’ stata offesa, e con essa la dignità del nostro Paese, ogni volta che nei palazzi istituzionali hanno avuto libero accesso mafiosi, ladri, affaristi, furbetti di quartiere, malversatori, lenoni e prostitute.

E’ dovere di ciascuno di noi, a partire dalle cariche istituzionali più elevate, impegnarsi per riconquistare un senso comune della democrazia, per riaffermare le regole di convivenza basate sul rispetto delle persone e delle Istituzioni.

Credo che tutti noi vorremmo una classe politica capace di rappresentarci degnamente.

Credo che ciascuno di noi, che con il proprio ruolo e con il proprio lavoro contribuisce onestamente alla crescita del Paese, nel proprio intimo abbia la piena convinzione di meritare di meglio rispetto alla classe politica attuale.

Quel che ci viene proposto ogni giorno dalle cronache politiche offende noi cittadini ma lasciatemi dire senza retorica offende ancor di più chi ha combattuto con le idee e con le armi, chi ha sofferto la prigionia, chi e’ passato per il camino di un forno crematorio per regalarci una Italia diversa da quella nella quale abbiamo vissuto in questi ultimi anni.

L’ ANED sente come proprio dovere operare per difendere i veri valori della Resistenza e della Costituzione. Per questo si rivolge soprattutto ai giovani, che rappresentano il nostro più grande patrimonio e rappresentano il nostro futuro.

Dobbiamo aiutare i giovani a maturare e a comprendere che la Democrazia e la Liberta’ non cadono dal cielo come per un fatto naturale, come la pioggia o la neve, ma sono il frutto del sacrificio di chi ha anteposto l’interesse collettivo a quello individuale.

La Democrazia, così come la Pace, vanno praticati quotidianamente, con l’impegno negli studi, nel lavoro e nell’attività sociale e politica, con il rispetto delle Istituzioni, con il rispetto degli Altri, in un rapporto di effettiva interdipendenza, rifuggendo i richiami di chi propone le semplificazioni a scapito del dibattito e del confronto

Il 25 aprile ci insegna tutto questo e deve essere per tutti un giorno di celebrazione e di meditazione, di festa e di gioia ma anche di impegno a far si che noi tutti, ma soprattutto i nostri giovani possano inserirsi effettivamente nel mondo del lavoro, e, al di fuori dal precariato, possano costruire il sogno di futuro migliore.

viva la Resistenza, viva la Democrazia, viva l’Italia unita, viva il Lavoro.

AST CISL Udine
AST CISL Udine
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