Messaggero Veneto

Lunedì 21 Dicembre 2015

 

Con le Uti scompare il Friuli. A trarne vantaggio è Trieste

Il capoluogo regionale diventa città metropolitana, mentre il resto è frammentato
Come porvi rimedio? Ridurre le Unioni e dare al progetto un senso strategico
di SANDRO FABBRO

Sembra che in Consiglio Regionale si sia riaperto uno spiraglio per discutere come migliorare la legge sull’ordinamento delle autonomie locali, meglio conosciuta come “legge Panontin” o legge delle “18 Unioni intercomunali” (o Uti). Questa riforma, infatti, coraggiosa negli intenti (altri tentativi precedenti erano comunque falliti), si è incartata nel percorso attuativo forse perché ha accumulato troppe criticità di fondo. Ma prima di discutere di miglioramenti è opportuno ripercorrere il dibattito su obiettivi ed esiti di una riforma che, nell’interesse di tutti, va comunque fatta.

Per il riordino dell’amministrazione del territorio regionale, quasi tutte le forze politiche, quale più quale meno, hanno puntato, negli ultimi dieci anni, su un modello duale puro: Regione e Comuni senza Province. Con una visione forse un po’ miope, perché limitata ai soli aspetti di risparmio di spesa pubblica, volevano avere, cioè, solo due livelli amministrativi invece di tre. Ma siccome i Comuni sono troppi e spesso troppo piccoli e per governare validamente il territorio si devono raggiungere dimensioni comunali maggiori, per realizzare il modello duale in maniera coerente c’era davanti solo una strada: promuovere forti aggregazioni comunali dal basso, ovvero arrivare a 60/70 macro-Comuni aggregati con vere e proprie “fusioni” (è, peraltro, anche la proposta della Società geografica italiana nel suo rapporto 2014). Si tratta comunque di una strada lunga e difficile e che implica anche i referendum comunali sulle fusioni (dall’esito sempre incerto).

Con la legge 26 del 2014 si è perseguito invece un modello “dall’alto” e “non puro”, chiamiamolo “2 e mezzo o 2 e 3/4” e cioè Regione più Comuni più 18 unioni comunali (le Uti). E’ il risultato che ci si poteva aspettare?

Le 18 Uti della legge regionale 26 del 2014 non sono né aggregazioni dal basso (anche se la maggioranza dei Comuni vi ha aderito senza particolari resistenze) né “aree vaste strutturate per politiche di sviluppo territoriale”. Sono troppe e, escluso Trieste, sono senza polarità forti: Udine, Pordenone e Gorizia sono depotenziate ed “amputate” di parti significative dei loro tradizionali hinterland. Non possono essere, quindi, “motori di sviluppo” territoriale. Alcune Unioni, inoltre, includono Comuni “esterni” al sistema locale; altre escludono Comuni da sempre “interni” al sistema locale. I Comuni si sentono “espropriati” di loro competenze, a vantaggio delle Unioni, mentre la Regione, di suo, ci ha messo molto poco. L’idea di territorio che emerge da queste Uti è, quindi, quella di un territorio fatto di comunità locali un po’ artificiali destinate a gestire servizi comunali in riduzione e senza alcuna capacità di incidere sul futuro dei territori. Il Friuli, nel frattempo, con una sorta di rimozione freudiana - di cui nessuno sembra essersi accorto -, come istituzione è scomparso (ridotto solo ad una “assemblea di comunità linguistica”).

Le 18 Uti, valide a tavolino, nella verifica pratica si sono dimostrate un “tertium non datur” perché non perseguono efficacemente né la coesione dal basso né la competitività territoriale promossa dall’alto. Fanno emergere, invece, tre criticità serie: le Uti riaggregano solo poteri comunali; solo Trieste, come area vasta, si rafforza (e giustamente ambisce ad essere “città metropolitana”) mentre Udine, Gorizia e Pordenone si indeboliscono (basta guardare i dati degli abitanti delle relative unioni); il Friuli, spacchettato in numerose Uti, sparisce dalle carte della geografia istituzionale.

La riforma Regione-autonomie locali, coraggiosa negli intenti, alla fine si è impantanata in soluzioni sostanzialmente burocratiche ed autoritarie: priva di un progetto di territorio, fa pagare la riforma solo ai Comuni e la impone anche con la forza. E’ chiaro che la somma di queste criticità produce lo stallo nel quale siamo finiti e il Friuli, intanto, non ha più alcuna rappresentanza istituzionale (con buona pace degli autonomisti alla Tessitori, Pasolini, D’Aronco). Ma una riforma delle istituzioni del territorio riguarda tutti e per lungo tempo e, quindi, ricercare un più ampio consenso non è un optional ma un dovere.

Si può quindi fare qualcosa per correre ai ripari anche se in extremis? La politica regionale, nel suo complesso, dovrebbe esprimere una mossa coraggiosa, capace di superare l’impasse, di modificare giochi contrapposti e di allargare il consenso alla riforma. Ma come?

Torniamo alle alternative che abbiamo discusso all’inizio. O dal territorio, dai sindaci sostanzialmente, nasce la proposta di un percorso per arrivare in poco tempo ad un certo numero di fusioni che porti a 60-70 macro-comuni (ma questa, temo, sia una soluzione un po’ complessa e che richiederebbe una riforma completamente diversa). O si deve cambiare approccio ed immettere “risorse” nuove (non necessariamente finanziarie) nella riforma in essere. Prima di tutto andrebbe rimosso l’approccio burocratico ed autoritario per sostituirlo con un approccio che ricrei fiducia reciproca tra Regione e territori. Bisogna, cioè, dare un senso a queste Unioni.

Ci vorrebbe un progetto strategico che, per me, non può che essere di “rigenerazione del capitale territoriale” (come spiegherò in un prossimo libro). Sulla base di un progetto strategico condiviso (e non di operazioni a tavolino) si devono poi assicurare ai territori: più garanzie sulle grandi invarianti identitarie e storico-culturali; più “diritti” territoriali (riconoscimento di particolari valenze strategiche o criticità ambientali); più poteri, più strumenti amministrativi, più personale (trasferendoli dalla Regione) per promuovere nelle Unioni “piani di rigenerazione territoriale”. Solo un progetto strategico, allora, potrebbe riequilibrare la forza coercitiva dall’alto e far uscire le Unioni (magari riviste un po’ nei confini e ridotte di numero) dallo stallo in cui le ha cacciate una visione troppo burocratica.

Ma c’è tempo e c’è, soprattutto volontà politica per una operazione di questo genere? A questa domanda non spetta certo a me rispondere. Rimane comunque aperto il problema istituzionale del Friuli che merita una soluzione sua propria ma che ormai non può certo darsi nel contesto di questa riforma amministrativa.

Sandro Fabbro
Sandro Fabbro
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