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Conquiste del Lavoro

Martedì 12 Giugno 2012

 

Danieli guarda a Est

Capitali in fuga. Serbia e Croazia alla finestra. Fim: rischiano di saltare 3500 posti.
Udine potrebbe perdere la nuova acciaieria da 400 milioni.
Sindaci e ambientalisti in scena con il solito balletto dei veti.

Un elettrodotto che non s’ha da fare, un’azienda che minaccia di andarsene, le resistenze dei sindaci, il veto degli ambientalisti. Va in scena in Friuli l’ennesima replica di un copione recitato in mille altre contrade d’Italia. Cambiano i nomi e i luoghi: le “maschere”, invece, restano sempre le stesse.

L’elettrodotto è quello che dovrebbe collegare Redipuglia a Udine Ovest. L’azienda è la Danieli, un gigante della siderurgia da tre miliardi di fatturato che, attraverso la controllata Abs (Acciaierie Bertoli Safau), dà lavoro a 1.100 persone nello stabilimento di Cargnacco. I Comuni che hanno alzato le barricate contro il progetto del nuovo elettrodotto – una linea a 380mila volt al posto dell’attuale da 220mila – sono tre dei tredici coinvolti: Pozzuolo, Pavia, Mortegliano. Quanto agli ambientalisti, quelli che si fanno sentire di più stanno nel Comitato per la vita del Friuli rurale.

La recita, come sempre in questi casi, va avanti da tempo. Ma ora il tempo sta per scadere. La deadline è fissata alla fine di luglio: o entro quella data Comuni e Regione trovano l’accordo oppure Danieli andrà a costruire la sua nuova acciaieria altrove - magari in Serbia, paese con il quale è ancora in piedi un memorandum d’intesa, magari in Croazia, dove il gruppo di Buttrio ha di recente rilevato per 25 milioni uno stabilimento siderurgico: le alternative non mancano.

Sul piatto Danieli mette un investimento da 400 milioni, una manna in tempi di recessione. Una manna che potrebbe ricadere su Cargnacco, con l’ampliamento del sito attuale e la creazione di 1000 posti di lavoro. “Ma sarebbero molti di più considerando l’indotto, quasi 3500“, fa i conti il segretario della Fim di Udine, Sergio Drescig.

In questa partita i sindacati non sono spettatori che si godono lo spettacolo dagli spalti, stanno in campo anche loro, e anche loro sono chiamati ad assumersi una parte della responsabilità. Oltre al nuovo elettrodotto, Danieli chiede infatti regole più elastiche per l’organizzazione del lavoro. Flessibilità sui turni, insomma. La Fim non è contraria a priori, tutt’altro: “Possiamo raggiungere un’ipotesi di accordo entro luglio, poi quando ci sarà la conferma degli investimenti verrà pure la firma. Vogliamo garanzie”. Non tutti la pensano allo stesso modo:“Si tratta di concordare alcune deroghe al contratto nazionale e la Fiom ne sta facendo una questione ideologica: non credo che alla fine firmerà”, sospira Drescig.

Per la verità la Cgil friulana ha preso una posizione più sfumata, e con il segretario generale Franco Belci ha fatto sapere di essere “disponibile a ragionare all’interno di un quadro che contemperi la necessità di maggiore produttività con la salvaguardia della qualità del lavoro e della vita in fabbrica”. Disaccordo tra metalmeccanici e confederazione? Non sarebbe una novità, nemmeno a livello locale.

Più delle bizze della Fiom, comunque, a tenere sulle spine la Fim sono i Comuni che si oppongono al nuovo elettrodotto: “Abbiamo chiesto chiarezza e un incontro ai sindaci, non dobbiamo nasconderci che il rischio di perdere l’investimento è elevato”. E gli ambientalisti? “Il problema esiste, ma va trovata una mediazione. Interrare l’elettrodotto lungo tutto il suo percorso, del resto, significherebbe far crescere i costi in modo esponenziale”.

A questo punto una precisazione è necessaria: la nuova linea a 380mila volt non risolve il problema del costo dell’energia. Che per Danieli, come per tutte le imprese energivore italiane, resta quel che è: mostruosamente alto. Si tratta invece di avere una potenza installata che consenta alle macchine di funzionare senza intoppi. Se l’obiettivo fosse quello di tagliare i costi e gonfiare i profitti senza farsi troppi scrupoli la scelta sarebbe già caduta sulla Serbia. Dove l’accordo firmato con l’ex presidente Tadic, sconfitto alle recenti presidenziali dal conservatore Nikolic, garantisce un taglio del30% sul costo dell’energia, il cofinanziamento dell’impianto e robusti incentivi fiscali.

Ma le sirene di Belgrado non sono state in grado di convincere i vertici della multinazionale italiana. Almeno finora. Per rimanere in Friuli, ha spiegato il presidente Gianpietro Benedetti, “siamo disposti a rimetterci qualche punto di margine”. A patto, ovviamente, che ”si costruisca la nuova linea elettrica e vi sia maggiore flessibilità della manodopera”.

Ecco, forse le cose non sarebbero arrivate a questo punto se il problema della rete elettrica fosse stato affrontato per tempo. Invece tra veti più o meno legittimi, tra resistenze più o meno motivate, se ne discute da dieci anni senza cavare un ragno dal buco. Ora la Regione rassicura e dice che una soluzione è vicina. Vedremo. Nel frattempo forse è bene non dimenticare cosa accadrebbe a Cargnacco se Danieli decidesse di investire all’estero anziché in Friuli. Ancora Benedetti: “Se un’azienda non investe non può competere. Dunque se non investiamo a Cargnacco, tra cinque anni qui non lavoreranno 1.100 persone ma 300. E alla fine il declino della competitività porterà allo smantellamento”. Tutto chiaro?

Carlo D’Onofrio

 
 

Un player globale che vale 3 miliardi di fatturato.

In Friuli dà lavoro a 6mila persone.

Tre miliardi di fatturato, 10mila dipendenti sparpagliati in tutto il mondo. Il gruppo Danieli è tra i primi tre player globali nella produzione di impianti siderurgici. Con Abs, nata dalla fusione di due acciaierie storiche (Bertoli e Safau), è attivo anche nella produzione di acciai speciali, settore nel quale è al primo posto in Italia e al terzo in Europa. Gli occupati in Friuli Venezia Giulia sono circa 6mila, tra diretti e indotto. Il peso di Danieli nell’economia friulana e, in particolare, in quella della provincia di Udine sta nelle cifre delle esportazioni: 40% sul totale della provincia, 20% sulla regione.

Al 31 marzo il portafoglio ordini supera i tre miliardi di euro, anche se nel trimestre si è registrata una contrazione degli utili del 7%. Pesa il rallentamento dell’economia globale che va di pari passo con un atteggiamento attendista sugli investimenti, nonostante la domanda di acciaio resti forte in alcune aree come la meccanica, la cantieristica, l’automotive. Ragioni per le quali il gruppo non ha mutato gli obiettivi che si è dato a inizio anno.

Sergio Drescig
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