La Vita Cattolica

Giovedì 23 Aprile 2015

 

Dove «abita» oggi la Resistenza?

di Roberto Pensa

Settant'anni fa, sotto gli urti dell'offensiva degli alleati anglo-americani e il fondamentale supporto della Resistenza, il regime fascista si avviava alla definitiva resa. Convenzionalmente tale ricorrenza verrà festeggiata in tutta Italia il 25 aprile, anche se in Friuli in realtà la Liberazione tardò di qualche giorno rispetto a Milano: le forze partigiane entrarono nel capoluogo friulano il 30 aprile.

Il rischio è di annegare la riflessione su un fondamentale snodo della storia italiana - e ancor più di quella friulana - in un mare di retorica. O di piegare quegli eventi ad una sterile polemica sui dibattiti politici contingenti. Non mancheranno le solite diatribe sull'effettivo valore militare e morale della Resistenza, che alcune forze politiche di destra mettono in dubbio, come anche il dibattito sull'opportunità di onorare anche la memoria dei caduti Repubblichini.

Ma a 70 anni di distanza, in un Paese dilaniato dalla crisi economica, dalla decadenza morale della corruzione che assedia il mondo politico, in un processo di globalizzazione che sembra espropriare senza armi la nostra sovranità e la capacità di autodeterminare i nostri destini, forse la cosa più impellente è chiedersi: che ne è rimasto di quel patrimonio ideale che diede vita alla Costituzione e alla Repubblica italiana? Dove «abita» oggi la Resistenza, dove sopravvivono i valori che essa espresse?

Quei valori possono essere ancora la bussola dell'Italia di oggi?

La risposta è certamente sì. E per i cittadini italiani che si ispirano ai valori del cattolicesimo democratico la risposta dovrebbe essere entusiasticamente positiva, anche perché bisogna riconoscere come i fondamentali principi programmatici che animarono la Resistenza prima e la Costituzione poi sono ancora lungi dall'essere realizzati, nonostante in questi decenni siano diventati ancora di più importanti perché sempre più spesso calpestati. E per questo, ora come 70 anni fa, servirebbe una nuova Resistenza, non per asserragliarsi sulle montagne ma per mobilitarsi nella lotta ad un «pensiero unico» che ci sta portando su strade pericolose per la giustizia e la libertà. Non basterebbe un trattato ad esaurire il tema, ma in questa sede possiamo ricordare tre nodi fondamentali.

Il primo valore in pericolo è la sussidiarietà. Detta con le parole di Giorgio La Pira,«non la persona per lo Stato, ma lo Stato per la persona». I partigiani della Osoppo lo avevano tradotto nel motto «Pai nestris fogolârs», per far ben intendere da dove si genera la democrazia. Fu un grande contributo dei cattolici nel movimento della Resistenza l'aver sostenuto, resistendo alla visione delle forze marxiste, la scelta di un ordinamento democratico bilanciato, caratterizzato dalla creazione delle Regioni (Ordinarie e Speciali) e dallo sviluppo delle autonomie locali, garantite da una Corte costituzionale forte. Tutto ciò oggi è in pericolo. La crisi economica, una visione tecnocratica, l'ideologia dell'efficienza stanno spingendo verso un modello neocentralistico dello Stato mentre lo sviluppo dei mass media porta verso una interpretazione sempre più leaderistica del potere politico. Un processo che sta svilendo l'autonomia delle formazioni sociali e dei territori e di cui vediamo una chiara traccia nei progetti statali di riforma che minacciano la specialità. Ma, paradossalmente, mentre il Friuli-V.G. rivendica la sua diversità a Roma, esso stesso, nella propria riforma regionale delle autonomie locali (Province e Comuni) riproduce i medesimi stereotipi omologanti che annullano differenze storiche, culturali e territoriali.

Un secondo valore che merita una nuova Resistenza, è quello di uno Stato che non solo enuncia l'uguaglianza dei cittadini ma che si fa parte attiva della rimozione delle cause dell'ingiustizia, come anche della promozione della funzione sociale della proprietà privata e della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, limpidi corollari della premessa che l'economia è per la persona, non la persona per l'economia. Oggi tali valori entrano in fatale collisione con la dottrina liberistica imperante che, essendo legata ad una visione formalistica dell'uguaglianza, sempre più spesso si risolve nella creazione di oligopoli e nell'allargamento delle differenze sociali.

Una terza e ultima questione fondamentale potrebbe apparire più «legalistica»: le forze politiche uscite dalla Resistenza vollero una Costituzione «rigida», cioé fuori dalla portata di modifiche imposte dalle maggioranze del momento, ben sapendo che erano stati dei parlamenti legalmente eletti a dare semaforo verde a Hitler e Mussolini. Bisogna ricordarsene anche oggi, quando il «pensiero debole» tende a trasformare ogni desiderio in un diritto finendo per imporre alla società scelte che inevitabilmente portano verso la creazione di cittadini di «serie A» e di «serie B». Basti pensare, ad esempio, al grande dibattito (oggi ancora sotto traccia ma destinato ad esplodere...) riguardo a temi come la manipolazione dell'embrione, la maternità surrogata e l'utilizzo di sempre più sofisticati screening genetici prenatali.

Roberto Pensa
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