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Mercoledì 28 Agosto 2013

 

Drescig (Fim-Cisl): “Nel 2013 picco della crisi in regione”

Non dimentica le proprie origini valligiane (di Clabuzzaro, in comune di Drenchia) Sergio Drescig, da maggio di quest'anno segretario regionale della Fim, la sezione metalmeccanici della Cisl. Un valligiano chiamato a ricoprire uno dei ruoli più importanti per la rappresentanza sindacale in quello che, con ogni probabilità, è uno dei momenti più difficili per il lavoro (e in special modo per il settore metalmeccanico) di tutto il secondo dopoguerra. Nonostante l’abbassamento dello spread e il buon andamento dei titoli di piazza affari, la crisi dei settori produttivi e dell’occupazione non accenna ad affievolirsi. Neanche nella nostra regione che molti anni è stata indicata come modello di sviluppo industriale per tutto il Paese. A confermare tutto ciò è lo stesso Drescig in questa intervista che ci ha rilasciato a ridosso della settimana di ferragosto negli uffici della Fim-Cisl di Udine.

La prima domanda, inevitabile, è sull'evoluzione della crisi: recentemente la Camera di Commercio ha reso noto che dal 2008 solo in provincia di Udine hanno chiuso i battenti duemila imprese. Qual è la situazione nel settore metalmeccanico? “Anche nel nostro settore la crisi è iniziata nell'autunno del 2008.”

“C'è stato un momento nel 2011 in cui sembrava si stesse ripartendo poi però nel 2012 si è verificato un nuovo crollo, fino ad arrivare a questi mesi del 2013 in cui ci ritroviamo, in regione, nella situazione peggiore di tutto questo periodo.

L'evoluzione è stata infatti questa: nei primi anni hanno iniziato a trovarsi in difficoltà le (tante) piccole e medie imprese. Le ditte più grandi hanno quindi accentrato la produzione, nel senso che hanno assorbito anche quella parte del lavoro che un tempo “delegavano” alle realtà con meno dipendenti. Oggi però la crisi ha iniziato a colpire anche le grandi industrie, con evidenti e pesanti ricadute sull'occupazione.”

La risposta da parte di Stato e Regione è stata quella di venire incontro ai lavoratori con diverse forme di ammortizzatori sociali. Come giudica l'intervento del settore pubblico in questo periodo? “Solo nella provincia di Udine abbiamo in questo momento circa 3500 lavoratori in cassa integrazione. Ad oggi, nelle condizioni in cui siamo, sono lavoratori che rischiano il posto di lavoro. Nel senso che molte di quelle aziende difficilmente riapriranno i battenti.

Spesso quindi la cassa integrazione è solo una soluzione tampone. In questi 5 anni in Italia sono stati spesi 80 miliardi di euro in ammortizzatori sociali. La riforma Fornero ha già tagliato pesantemente la spesa per questo capitolo. Quanti soldi ci sono ancora? Nella migliore delle ipotesi ce ne saranno ancora per tre o quattro anni. Ecco che quindi andando avanti di questo passo la situazione diventa preoccupante soprattutto in prospettiva.”

Ma davvero tutte le imprese che chiudono gli stabilimenti lo fanno perché mancano le commesse? “La crisi c'è. Ma ovviamente ci sono anche quelli che io definirei i ‘furbetti’. Imprenditori che, ad esempio, chiudono gli stabilimenti con cassa integrazione a zero ore per i dipendenti perché vogliono trasferire la produzione all'estero. Noi a questo gioco non ci stiamo, e in casi del genere (ne succedono proprio in questi giorni anche nel nostro territorio) abbiamo proclamato scioperi e mobilitazioni. È il colmo: noi contribuenti dobbiamo pagare perché poi gli imprenditori trasferiscano la produzione all'estero.

È anche vero che fare impresa in Italia non è così semplice. Mancano regole certe, anche in tema sindacale. La giustizia procede lenta, la tassazione è fra le più alte in assoluto e spesso le infrastrutture non sono adeguate.

A proposito di infrastrutture, nelle Valli del Natisone si discute da anni dell'elettrodotto Okroglo-Udine. Un'opera che, nelle intenzioni, dovrebbe contribuire ad abbassare i costi dell'energia e dunque favorire gli investimenti, soprattutto per le imprese metalmeccaniche. Eppure il segretario generale della Cisl Udine Roberto Muradore, in un recente convegno a San Pietro al Natisone (lo scorso 27 luglio, organizzato dal Comitato per la vita del Friuli rurale, ndr) in cui si parlava proprio di quest'opera si è detto sostanzialmente contrario alla sua realizzazione. Lei cosa ne pensa?

“All'incontro di San Pietro ero presente e conosco bene l'argomento. La questione in ogni caso è molto complessa. Se dovessimo guardare solo all'immediato e, quindi, al valore aggiunto che ha il settore manifatturiero per la nostra regione, dovremmo dire incondizionatamente di sì all'elettrodotto. Senza l'industria manifatturiera non c'è futuro per il Friuli Venezia Giulia: non si reggerebbero i servizi, mancherebbero i soldi per pagare i dipendenti pubblici, in poche parole si fermerebbe tutto. In ogni caso, però, diventa difficile capire perché gli elettrodotti non si possano fare con un tracciato interrato. In Piemonte ad esempio ne stanno realizzando uno interrato di 120 chilometri. Siccome i costi li copriremo tutti noi con le nostre bollette l'ipotesi dell'interramento dovrebbe essere presa in considerazione.

Bisogna poi considerare anche il lungo periodo e in questo concordo con quanto affermato da Muradore a San Pietro. Dovremmo ad esempio ripensare a una seria politica di sviluppo e ricerca sulle fonti rinnovabili e abituarci al risparmio energetico.

E tutto questo ci porta a considerazioni ancora più generali. In Italia dobbiamo ‘ricostruirci’ culturalmente, capire che per trent'anni abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. È vero che il rilancio dell'economia passa per il rilancio dei consumi, ma in questo momento dovremmo diventare consumatori intelligenti: non è più il tempo in cui si può comprare tutto per poi buttare. Questa crisi, in qualche modo, ci costringerà inevitabilmente a procedere in questa direzione.”

Sergio Drescig
Sergio Drescig
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