La Vita Cattolica

Mercoledì 04 Maggio 2016

 

La spietata analisi sul lavoro dell’economista Fulvio Mattioni per la Cisl

Ecatombe manifatturiera in Friuli

Nel periodo 2008-2014 in Friuli reddito in calo del 14,4%, rispetto al -9,2% dell’Italia. Perse 2.627 imprese.

Il Friuli-V.G. ha perso nel nuovo millennio (il periodo 2001-2014) e nel tempo della crisi (2008-2014) rispettivamente il 7,7% del reddito della propria economia ed il 14,4% rispetto al -1,1% della media italiana, nel primo caso, e al -9,2%, nel secondo. Ciò significa che nel periodo più lungo la nostra economia regionale si piazza al 13° posto (con 6 regioni che avanzano e altre 6 che limitano le perdita meglio di noi) e 7 regioni che fanno peggio (tra cui 5 del Sud). Significa altresì che nel periodo della grande crisi ci piazziamo al 15° posto e che nel 2014, infine, scivoliamo al 18° posto della graduatoria regionale con un - 1,3% rispetto al -0,4% italiano.

Nel 2015? Beh, l’Italia è cresciuta dello 0,6% grazie all’aumento di 185 mila occupati (+0,8%) che si aggiungono agli 85 mila aggiunti nel 2014. Il nostro Friuli-V.G., invece, nel biennio 2014-2015 cresce dello 0,0% cioè di 28 unità, differenza che spiega il differenziale patito nel 2014 nell’evoluzione del reddito e il calo dello stesso atteso (per la nostra regione) nel 2015.

Nel periodo della crisi, inoltre, l’economia regionale ha perso 2.627 imprese (838 in provincia di Udine e 745 in quella di Pordenone). Fortemente penalizzati il settore manifatturiero che accusa il 47% delle imprese perse dall’economia regionale e addirittura il 61,9% di quelle perse dall’economia della provincia di Udine. Nel 2015 l’emorragia di imprese continua alimentando il circolo vizioso per cui meno imprese porta ad un calo del lavoro, il minor lavoro comporta un calo del reddito ed il calo del reddito riduce il lavoro (l’occupazione).

Nel convegno promosso dalla Cisl e dai pensionati Cisl di Udine a S.Giorgio di Nogaro, venerdì 29 aprile, si sono evidenziate le drammatiche criticità emerse sul versante occupazionale che impongono l’adozione di un Piano di rilancio dello sviluppo (del reddito) e del lavoro in Friuli V.G.: Rilancialavoro, per l’appunto. La prima criticità si riferisce ai quasi 23 mila posti lavoro persi nel tempo della grande crisi (2008-2015) ed in particolare ai quasi 26 mila lavoratori autonomi (-19,5%) sacrificati alla crisi. Si tratta di una perdita importante di stock imprenditoriale, ma anche di perdita di opportunità future di lavoro alle dipendenze. La seconda criticità riguarda i giovanissimi (15-24 anni) e i giovani (25-34 anni) lavoratori che sono stati espulsi in massa dal mercato del lavoro sempre a causa della crisi. Poco meno di un lavoratore giovanissimo o giovane ogni tre, infatti, ha perso il proprio lavoro ed anche i lavoratori facenti parte della coorte di età 35-44 anni pagano un tributo significativo alla crisi (-18,5%). In valori assoluti queste tre classi di età hanno perso, assieme, 81.150 unità mentre i lavoratori maturi ed anziani crescono di 60.949 unità: il motivo di tali andamenti? Il blocco del turn-over dovuto alla crisi e le politiche pensionistiche fin qui adottate a livello nazionale di differimento nel tempo della quiescenza.

La terza criticità riguarda l’aspetto territoriale ovvero il fatto che la grande crisi connotandosi per il suo tratto industriale ha colpito in particolare la provincia di Udine (75% degli occupati persi) e quella di Pordenone (un ulteriore 18%). Detto in altri termini la grande crisi ha fatto aumentare di ventimila unità il numero dei disoccupati nel passaggio dal 2008 al 2015 che nell’anno finale assommano a 43.102 pari ad un tasso di disoccupazione dell’8%. Ma che nel caso dei lavoratori giovanissimi balza al 28,7% e per quelli giovani al 12,5% mentre nel caso dei lavoratori maturi ed anziani il livello è da considerare fisiologico.

Cosa è stato fatto per fronteggiare l’emergenza occupazione a partire dal 2008 da parte della regione Autonoma Friuli-V.G.? Nella legislatura precedente l’attuale è stata chiusa l’Agenzia regionale del lavoro (unico caso in Italia) e sono stati spesi in favore del settore una quarantina di milioni l’anno. Nella legislatura attuale l’importo annuo è molto diminuito e le funzioni del collocamento sono state nuovamente avocate a sé dalla Regione dopo la soppressione delle Province che le esercitavano da una decina di anni. In entrambi i casi, però, il percorso di inserimento lavorativo è tutto centrato sui Centri per l’impiego dai quali passa una quota trascurabile di lavoratori (meno del 10% del totale) poiché preferiscono utilizzare reti più informali che danno risultati migliori.

È tempo, pertanto, di cambiare strategia rendendo protagonisti del proprio inserimento lavorativo i cittadini/lavoratori dotandoli di una opportuna «dote» finanziaria da poter spendere presso le strutture pubbliche o private che danno loro fiducia di saper meglio corrispondere alle proprie esigenze di professionalizzazione e di metterli in contatto con il modo dell’impresa. Si tratta, insomma, di abbandonare l’illusione (frustrata dalle evidenza empiriche) che la struttura pubblica sappia quale è la formazione ideale per il cittadino/lavoratore che vuole inserirsi al lavoro e che il canale pubblico rappresenti la via maestra per conseguire tale obiettivo. Si tratta di responsabilizzare i giovanissimi ed i giovani in particolare che possono usufruire di risorse pubbliche per rafforzare le proprie capacità professionali tramite un percorso formativo e/o consulenziale e contattare un inserimento lavorativo in impresa facendo leva su di esse anziché su mere agevolazioni monetarie.

Il Patto per lo sviluppo e il lavoro «Rilancialavoro » intende dare corpo a questo cambiamento di paradigma che non è solo mercatolavoristico, ma che è anche culturale e sociale. Benché «Rilancialavoro», come apparirà chiaramente entrando nel suo dettaglio, sia un intervento attuabile nel breve periodo, esso richiede il passaggio da un approccio burocratico all’inserimento lavorativo ad uno basato sulla centralità della persona e del cittadino/lavoratore in particolare. Ciò significa che esiste un unico dubbio circa la sua fattibilità concreta: sono o non sono maturi i tempi per superare l’approccio burocratico oppure bisognerà aspettare la prossima legislatura? L’auspicio è che la risposta possa essere positiva di modo che la nostra economia regionale possa tornare a crescere (come è accaduto a livello italiano) sospinta dal rilancio occupazionale e dalla presenza di moltissimi giovani che, in tal modo, centrano un duplice obiettivo: il loro inserimento lavorativo e la loro piena inclusione sociale.

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