Il Friuli

Venerdì 01 Febbraio 2013

 

Eresia per costruire

Roberto Muradore - Per il Segretario Cisl di Udine servono politici, dirigenti e anche sindacalisti coraggiosi e responsabili che preferiscono essere impopolari nell’immediato, piuttosto che antipopolari.

Il sindacato non può, se vuole essere progressista, continuare a rappresentare, principalmente o soltanto, quanti sono già tutelati o addirittura garantiti.

Un futuro di benessere per la nostra gente dipende dalla capacità delle nostre imprese di competere e di creare lavoro e ricchezza.

Considerato, spesso, un eretico, perché capace di uscire dai soliti cliché, senza temere fare dichiarazioni scomode anche allo stesso movimento sindacale. Roberto Muradore, segretario Cisl di Udine, con la forza di chi è capace di fare anche autocritica, punta il dito contro quei nodi che non vengono sciolti in quanto i gruppi dirigenti, di tutte le espressioni sociali, temono di perdere il loro consenso.

Fare il sindacalista è una missione o una professione? “La dirigenza sindacale deve essere professionale, formata e informata, ma a conoscenza e competenza deve unire la passione, in quanto un sindacalista, per essere tale, deve essere davvero motivato per impegnarsi tutelare al meglio interessi, valori e cultura del lavoro. Altrimenti, perché candidarsi a quel ruolo? Mi pare che, purtroppo, non sia così per tutti e che più di qualcuno abbia nel sindacato trovato un lavoro come un altro. Ciò porta inevitabilmente a pericolosi conformismi in quanto chi ‘tiene famiglia’ difficilmente si mette in rapporto dialettico con l’ortodossia corrente. Il sindacato, come altre rappresentanze sociali, economiche e politiche, sarà migliorato non dagli yes-man, ma dagli ‘eretici costruttori’ che con idee e proposte arricchiscono le organizzazioni”.

L’attuale modello di sindacato è adeguato al momento storico? “Il pluralismo è sempre una ricchezza perché permette, lo si voglia, sintesi più avanzate e, quindi, più efficaci. Questo, però, non è possibile quando prevalgono fondamentalismi inconcludenti e quando l’interesse di bottega prevale su quello dei rappresentati, cioè dei lavoratori. Per Cgil, Cisl e Uil il minimo comune denominatore dovrebbe essere il filo rosso della confederalità, fatto di scelte responsabili, solidali, coerenti e realistiche e questo non sempre accade. La Cgil, infine, dovrebbe capire, una volta per tutte, che è sciocco, oltre che antistorico, accarezzare sogni di egemonia di uno sull’altro”.

La lotta sindacale rischia di concentrarsi troppo sulla difesa dei posti di lavoro esistenti, anziché sulla nascita di nuovi? “Il sindacato non può, se vuole essere progressista, continuare a rappresentare, principalmente o soltanto, quanti sono già tutelati o addirittura garantiti. Si è costruita una cittadella fortificata inespugnabile, accerchiata da sempre più numerosi precari, disoccupati, scoraggiati. Si è creato un insostenibile e drammatico dualismo. Certamente, sono gli iscritti, e questi si trovano soprattutto nelle grandi e medie imprese e nel pubblico impiego, la linfa del sindacato, ma questo non deve impedire di pensare e agire in termini ‘generali’, cioè uscendo dalla cittadella fortificata per incontrare quei lavoratori oggi non rappresentati”.

Nella nostra società, oggi, dove si trovano le vere forze riformiste? “Vedo una società più stanca e rassegnata che arrabbiata. Sta pagando i guasti di una subcultura neoliberista che ha trasformato le persone in individui solitari e i cittadini in gaudenti consumatori, senza più sogni e speranze collettive. Registro, poi, che i gruppi dirigenti prestano un’eccessiva e pavida attenzione ai propri destini e ciò impedisce quel coraggio che permetterebbe di affrontare questioni economiche e sociali ancora irrisolte che sono la causa del mancato sviluppo del nostro Paese e della crescente diseguaglianza. I nodi non vengono sciolti in quanto i gruppi dirigenti temono di perdere il consenso”.

Qualche mese fa, lei si permise di dichiarare che un impiegato pubblico se fannullone meritava di essere licenziato. Le reazioni che ricevette erano tutte prevedibile o ci fu qualche sorpresa? “Sono state numerose, variegate, contraddittorie e, in qualche modo, esplicative della difficoltà di affrontare alla radice il tema del miglioramento dell’offerta dei servizi pubblici ai cittadini e alle imprese.

Più di qualche furbo ‘dirigente sindacale’, anche a casa mia, mi ha criticato e, su tutti, il segretario regionale della Cgil, Franco Belci: mistificando i miei ragionamenti, mi ha additato quale nemico dei pubblici dipendenti e ha difeso, così com’è, il costoso e inefficace Comparto unico. Lavoratrici e lavoratori della sanità, degli enti locali e dei ministeri hanno, invece, voluto farmi sapere di condividere quanto da me affermato, perché stufi di essere considerati fannulloni da molta parte dell’opinione pubblica e, perciò, desiderosi di recuperare considerazione e status sociale. Del resto, come sostengo da tempo, sono proprio i cosiddetti ‘fannulloni’ e non certamente i politici e i loro dirigenti compiacenti, salvo eccezioni, a mandare avanti i servizi pubblici.

Cercasi politici, dirigenti e anche sindacalisti coraggiosi e responsabili che preferiscono essere impopolari nell’immediato, piuttosto che antipopolari. Persone, quindi, che la raccontano giusta e non piegano le loro scelte, o meglio le loro non scelte, a esigenze di successo, di carriera e di consenso, ma decidono per il bene comune”.

Recentemente, proprio su questo mensile, il rettore Compagno denunciò l’assenza nella nostra regione di una vera e seria politica industriale. Condivide l’opinione? “Completamente. La Cisl di Udine ha, da ben prima della crisi mondiale, avanzato proposte tanto ascoltate, quanto bellamente disattese. Ricordo brevemente: il ritorno alla sobrietà nei costi della politica regionale, l’istituzione di un Assessorato al manifatturiero, una Friulia nuovamente a fianco delle imprese e con sede a Udine, una mission rivista di Mediocredito e un suo maggior impegno per le aziende friulane e non per quelle venete, interventi per favorire le aggregazioni di imprese, l’incontro del mondo universitario e della ricerca con le Pmi, un ruolo di Finest più concretamente utile all’internazionalizzazione, l’istituzione di un osservatorio regionale delle imprese, un’effettiva sburocratizzazione delle procedure. Nel Comitato provinciale dell’economia e del lavoro, inoltre, i soggetti del territorio hanno costruito una proposta che la Regione ha snobbato e su cui il suo presidente non ha mai voluto confrontarsi. Non è sufficiente la buona volontà di qualche singolo assessore regionale: sono mancate la regia e la strategia, nascondendosi dietro l’alibi che, essendo la crisi globale, poco o niente si può fare in sede regionale”.

Infrastrutture necessarie per l’industria e l’occupazione, ma penalizzanti per l’ambiente e il paesaggio. Può esistere un compromesso? “Rispetto alla logistica sono soddisfatto del fatto che, finalmente, si discuta di cose serie e non solo, come in un recente passato, dell’alta velocità e del Corridoio V. Da anni sosteniamo che le infrastrutture servono, eccome, per non isolare e spegnere la nostra regione. Devono, però, essere ben pensate e funzionali non al business di chi le costruisce, ma alle comunità e alle economie locali. È bene comprendere che una nuova e più ricettiva portualità è necessaria e che il porto deve svilupparsi nell’entroterra con adeguati collegamenti ferroviari e stradali. Va condiviso da tutti che il Corridoio Adriatico-Baltico rappresenta una prospettiva irrinunciabile. La terza corsia dell’A4, inoltre, non può essere un impegno della sola regione, ma di tutto il Paese. Non condivido il ‘fasin di bessoi’, perché rischia di fagocitare risorse che, invece, potrebbero essere meglio impiegate a sostegno del lavoro e del sistema delle imprese. Sono assolutamente contrario a opere infrastrutturali inutili, quale la Manzano-Palmanova, che divorano il territorio e non danno nulla.

In regione, poi, c’è più energia di quanta ne serva. Manca, però, la garanzia dell’approvvigionamento e dell’impegno di potenza che và data, in particolare, alle imprese siderurgiche e alle cartiere. Serve, per fare ciò, un elettrodotto drammaticamente impattante come quello Redipuglia-Udine o ci sono altre soluzioni? Mi pare che le alternative non siano state minimamente né cercate né prese in considerazione da parte della Regione”.

La politica è colpa di tutti i mali di oggi… o anche errori degli imprenditori hanno portato alla situazione attuale? “La responsabilità dell’attuale pesantissima situazione economica e sociale sono imputabili, sebbene in misura diversa, a tutti: proprio a tutti. Gli imprenditori hanno per troppo tempo sposato la subcultura neoliberista, secondo la quale il lavoro doveva essere deregolato e lo Stato doveva tenersi lontano dall’economia e dalla società. Oggi si vedono i risultati. Gli imprenditori non hanno neppure colto l’occasione dell’entrata nell’euro e dei bassi tassi di interesse per investire massicciamente nelle loro imprese, preferendo egoisticamente patrimonializzare per se stessi. Negli ultimi anni non hanno capito fino in fondo che solo facendo ‘sistema’ si può fronteggiare e superare una crisi che è di sistema e che dalla competizione di tutti contro tutti si deve passare alla ‘co-opetizione’, cioè competizione e cooperazione insieme.

Le associazioni datoriali, inoltre, sono andate in ordine sparso dai vari presidenti e assessori regionali che, però, non hanno più la borsa piena di quattrini da elargire a questo o a quello. C’è, almeno a Udine, un’inversione di tendenza che porta le associazioni imprenditoriali a considerare il lavoro non più solo un costo, ma una risorsa e che le spinge a volersi confrontare con il sindacato per pensare e costruire possibili politiche di crescita. Quello che ancora manca è una relazione più stretta tra le varie rappresentanze per incidere maggiormente nelle scelte di politica economica della Regione: insomma, per dare una sveglia alla politica”.

Quale priorità dovrà darsi il prossimo governo regionale? “Vanno eliminati gli sprechi e contenuti i costi degli organi politici. La Regione deve snellire decentrando funzioni e risorse umane e finanziarie nei territori e gli enti locali vanno razionalizzati. Il sistema parapubblico va ridisegnato riformando società partecipate, enti e agenzie, nel duplice intento di recuperare risorse mal utilizzate e investirle a favore dell’occupazione e delle imprese. Gli interventi regionali si concentrino sull’economia reale, ridando centralità all’industria, ovviamente senza dimenticare agricoltura e turismo, recuperando così una necessaria maggiore competitività basata sull’innovazione, aggregazione di impresa, internazionalizzazione, accesso alle risorse comunitarie e del sistema di credito pubblico regionale anche da parte delle Pmi. Va ripensata la formazione professionale dei lavoratori per renderli effettivamente più ‘occupabili’. Vanno proposte una conferenza regionale sul tema delle infrastrutture e una sui fabbisogni energetici regionali. Un futuro di benessere per la nostra gente dipende dalla capacità delle nostre imprese di competere e di creare lavoro e ricchezza. Lo si capisca una volta per sempre”.

Roberto Muradore
Roberto Muradore
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