Messaggero Veneto

Lunedì 08 Aprile 2013

 

«Fiducia e creatività, ma meno burocrazia»

Da Pozzo (Camera di commercio) d’accordo su un patto per rilanciare l’università friulana.

di Giovanni Da Pozzo - Presidente della Camera di Commercio di Udine

Con questo intervento anche il presidente della Camera di Commercio di Udine, Giovanni Da Pozzo, entra nel dibattito aperto di recente sulle nostre pagine dal professor Sandro Fabbro che propone un nuovo patto fra le istituzioni per rilanciare il ruolo dell’Università del Friuli.

Un nuovo patto per un’università che rinnovi il suo legame con il territorio e le specificità della sua economia. Un nuovo patto per un’università che sia sempre più aperta e connessa in un network internazionale, e contemporaneamente sappia individuare le priorità della sua terra e della sua produttività tanto diversificate e speciali.

Ritengo siano queste le prospettive per una rilettura di quell’importante accordo tramite cui nel 2008 le principali istituzioni fecero quadrato attorno all’ateneo, tema ripreso nel recente intervento del professor Sandro Fabbro, che ho letto con molto interesse. Apprezzando in particolare il fatto che sia stata rivolta grande attenzione al lavoro e all’economia, nella riflessione su argomento così articolato come quello che contestualizza il ruolo dell’università di Udine all’interno della regione. Perché qui si gioca la partita: il rapporto fra competenze professionali, territorio ed economia, cioè fra università, Friuli e imprese.

La crescita culturale del Friuli dipende dalla crescita di un sistema di alta formazione in cui l’università è legata a doppio filo con la sua realtà imprenditoriale, effettivo punto di riferimento dell’intera economia. Realtà che ha perciò bisogno, a supporto dei processi di crescita, innovazione e internazionalizzazione, di un’università moderna, di qualità e inserita in una rete che guardi oltre confine. Un percorso così si è consolidato soprattutto negli ultimi tempi, grazie a un sapiente lavoro del rettore Cristiana Compagno, che ha posto come obiettivo primario il collegamento dell’ateneo con il territorio e le aziende, peraltro non in un’ottica autoreferenziale ma entro uno sviluppo fortemente sinergico con l’università di Trieste, che continua a essere giustamente approfondito.

Un nuovo patto non potrà prescindere, a mio avviso, anche da una forte convergenza con le aspettative del Friuli occidentale, per dare risposta e rafforzamento a una realtà con un marcato temperamento economico, che ambisce ad avere una specificità nell’alta formazione. In tal senso, lo sviluppo dell’università deve tenere in considerazione le peculiarità dell’intera regione, favorendo sinergie e percorsi di integrazione di quelle strutture e quegli enti che hanno il compito di rafforzare l’economia, riportando così il Friuli a ragionare senza divisioni, tutti insieme, sulla rivitalizzazione del sistema imprenditoriale, sulla creazione e tutela dei posti di lavoro.

Ecco che una cultura universitaria sempre più rappresentativa dell’identità produttiva multiforme del suo territorio e connessa internazionalmente, soprattutto ai Paesi contermini, può fare da testa di ponte per un’armonizzazione migliore di tanti asset dello sviluppo economico e per una maggior parificazione delle condizioni di partenza e di permanenza sul mercato delle nostre imprese, dai costi del lavoro a quelli dell’energia e della burocrazia, che in questo momento invece giocano a sfavore di quelle del Fvg e a vantaggio, per esempio, di Austria e Slovenia.

Un nuovo patto per l’università, a maggior ragione, non deve servire “solo” a razionalizzare e tagliare, a realizzare l’ormai improcrastinabile, ma deve essere occasione per individuare i punti cardinali del nostro futuro. Il ragionamento va a toccare il concetto più ampio di specialità e di rappresentanza politica del Friuli. Ritengo che la specialità vada intesa proprio come valorizzazione delle peculiarità del territorio, rivitalizzazione di quell’economia ora così in sofferenza, in cui abbiamo perso in poco tempo tante posizioni a livello di capacità innovativa, di internazionalizzazione, di export, di crescita demografica delle imprese, forse perché abbiamo inteso la specialità in termini più burocratici che strategici. Più istituzionali che economici.

Questo auspico per un nuovo patto: che sia meno legato alle istituzioni e agli apparati e più alle esigenze dell’economia e della creatività di un Friuli che ha bisogno di riconoscersi un'altra volta e di contare sulla propria peculiarità, ma con freschezza e concretezza, con apertura fiduciosa al mondo – soprattutto quello a noi più vicino – e al nuovo.

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Giovanni Da Pozzo
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