Messaggero Veneto

Martedì 05 Aprile 2016

 

Fiumi di denaro ma i risultati sono disastrosi

Occupati appena il 15% degli addetti previsti
Aziende insediate solo in metà degli spazi

Le cronache dell’Italia, antiche e recenti, sono costellate da sprechi pubblici colossali, da opere incompiute, da lavori attesi venti o trent’anni, da vorticosi giri di denaro che finiscono non si sa mai dove, anche se poi i sospetti si moltiplicano in maniera inversamente proporzionale ai pochi che finiscono nei guai, in un tribunale.

La vicenda giudiziaria che ha coinvolto il Consorzio industriale Aussa Corno è tutta ancora da rivelare e raccontare, ma che qualcosa non funzionasse, in quell’ente, lo si capiva da tempo. Ne avevano parlato, negli ultimi anni, studiosi e ricercatori, come Fulvio Mattioni e Paolo Ermano, semplicemente analizzando numeri, cifre, statistiche. Ci sono due numeri che, più di altri, testimoniano la necessità di cambiare rotta sui Consorzi industriali: i 91 milioni di euro di fondi pubblici spesi negli ultimi 5 anni e il mancato raggiungimento degli obiettivi, con 37 mila occupati nelle 10 zone di insediamento produttivo contro i 100 mila attesi. Certo, non tutta l’esperienza è da buttare. Come avevano spiegato Mattioni ed Ermano in un convegno pubblico promosso dalla Cisl a San Giorgio di Nogaro, i Consorzi sono come gli amministratori di condominio: c’è chi fa bene il suo lavoro e chi è stato un pessimo amministratore di contributi pubblici.

Non occorre approfondire ulteriormente le vicende che hanno interessato il Consorzio dell’Aussa Corno per spiegare le differenze. Sta di fatto che la Regione, come ha ribadito anche ieri la presidente Debora Serracchiani e ha fatto a più riprese il vice presidente e assessore alle Attività produttive Sergio Bolzonello, ha voluto voltare pagina. E l’inchiesta gli dà ragione.

La disarticolazione. Accanto ai Consorzi industriali, come hanno spiegato gli autori dello studio, si sono sviluppati in questi decenni i distretti industriali, molte zone comunali a insediamento produttivo e incubatori d’impresa e parchi tecnologici. Questo ha comportato una frammentazione delle risorse disponibili e la dispersione di un’univoca politica industriale. Il bilancio. Gli addetti obiettivo, come citato in premessa, non sono stati raggiunti. Per andare nel dettaglio, come emerge dallo studio, l’Aussa Corno ha 2.500 occupati (dati del giugno 2014) contro i 17 mila preventivati; il Consorzio di Monfalcone 8.400 su 20 mila; la Zona industriale udinese 3.083 su 10 mila; l’Ezit di Trieste 10 mila anziché 25 mila. Anche il grado di occupazione delle superfici non è al massimo: 80 per cento di terreni utilizzati, 44,8 per cento destinate ad aziende. In provincia di Pordenone c’è una buona saturazione per il Nip di Maniago (80 per cento), ma non altrettanto succede al Ponterosso di San Vito al Tagliamento e a Spilimbergo. Tra i 4 Consorzi della provincia di Udine sono mezze libere Ziu (Udine) e il solito Aussa Corno, con pochi spazi Cipaf e Cosint (Alto Friuli). In totale sono 1.478 le imprese attive nei Consorzi industriali, con 37.266 addetti di cui 25.714 vocati al manifatturiero. Dal 2009 si sono persi 5.278 posti di lavoro in gran parte nel monfalconese e nel pordenonese.

I fondi pubblici. Le strutture consortili occupano 101 lavoratori e negli ultimi anni hanno assorbito 91 milioni: 39 milioni per l’esercizio, gli studi e le ricerche e 52 per iniziative in conto capitale. Solo al Consorzio Aussa Corno sono andati 43,4 milioni di euro (il 47,4 per cento del totale) ed è uno dei due che ha chiuso in perdita (1,7 milioni lo sbilancio complessivo delle strutture).

La proposta. Secondo Ermano e Mattioni serve una nuova politica regionale per aumentare imprese e occupati, ridare competitività alle aziende e tutelare l’ambiente. E’ necessario, quindi, a giudizio degli studiosi, rivedere l’ambito territoriale ottimale dei singoli enti, avviare una collaborazione più stretta con i parchi tecnologici e realizzare una cabina di regia.

La Regione. La riforma dei Consorzi industriali è stata fortemente voluta dalla Regione, come spiega il vice presidente Sergio Bolzonello. «Il territorio ha raccolto la sfida e ha avviato il riordino previsto dalla legge regionale Rilancimpresa - dice -. Alla scadenza del termine per l’avvio del processo di fusione stabilito dalla norma, tutti i Consorzi e l’Ente zona industriale di Trieste (Ezit) hanno compiuto, infatti, le prime fondamentali decisioni, ovvero la scelta della “geografia” futura delle zone industriali. Ora gli enti passeranno da dieci a sei. Si tratta di un passo importante per il percorso a tappe della riforma».

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