UdineEconomia

Mercoledì 30 Ottobre 2013

 

L'intervista.
Parla Roberto Muradore, segretario provinciale della Cisl Udine e membro del consiglio camerale

“Giovani e over 50, la vera emergenza”

“Questa, più che una crisi, è un cambio d'epoca”: non usa mezzi termini Roberto Muradore, segretario provinciale della Cisl Udine, nel commentare i dati Excelsior. Dati che, però, non possono essere letti separatamente dall’intero contesto economico.

Ormai da cinque anni il saldo occupazionale in Fvg è negativo: qual'è l’aspetto di questa congiuntura che più la preoccupa? “La caratteristica micidiale della crisi attuale è che, a differenza di quella degli anni 80 e di quella degli anni 90 che hanno visto l’ affermarsi della piccola impresa e del terziario avanzato, questa tocca tutti: non c’è nessun settore che possa compensare, assorbendo i lavoratori rimasti a casa”.

I dati dell’indagine che riguardano il Fvg dicono comunque che la situazione è meno drammatica rispetto al Nordest e al resto d’Italia... “Chi si vuol consolare cosi può farlo, ma questo non porta a nulla: abbiamo una delle performance peggiori in quanto ad export, e per una regione come la nostra, che vive di un manifatturiero votato alle esportazioni, questo è un fattore estremamente critico”.

Un dato interessante che emerge dall’indagine è che solo il 13% delle assunzioni previste riguarda i laureati, mentre si preferiscono i diplomati nel 42,6% dei casi: l’università incontra quindi le esigenze delle aziende in misura minore rispetto agli istituti tecnici e professionali? “Va sfatata la favola che studiare non serve più. Capisco che viviamo in una società in cui l’idea dominante è che la ricchezza si fa grazie all’apparire - pensiamo a tanti programmi tv - o alla furbizia, cosi che il denaro non e più considerato frutto dello studio o del lavoro; ma cosi perdiamo un capitale sociale, e la ricchezza della società è ricchezza anche dell’impresa. Certo alcuni imprenditori hanno una sorta di diffidenza verso i laureati, e nel caso di produzioni a basso contenuto tecnologico è sufficiente una formazione più breve; ma nel lungo termine un laureato trova una collocazione più soddisfacente e meglio remunerata”.

Colpisce inoltre che gli apprendistati siano più che raddoppiati: segnale positivo o utilizzo improprio di questa tipologia di contratto? “L’apprendistato, se ben utilizzato, è un buon inizio: quando un impresa investe su un giovane ha interesse a che il rapporto di lavoro diventi stabile”.

Altre tipologie di inserimento però - pensiamo agli stage o alle work experience – non prevedono un investimento diretto da parte dell’azienda... “In effetti alcune di queste andrebbero ripensate, mettendo al centro l’interesse del lavoratore e non quello dell’azienda. Ma l’apprendistato è altra cosa».

Il rapporto evidenzia una difficoltà ad assumere maggiore nelle piccole imprese: come la spiega? “Se le piccole aziende hanno dalla loro la duttilità, è anche vero che molte stanno alla fine della filiera lavorando per conto terzi: la grande impresa, che è più strutturata, prima di tagliare sul personale taglia sulle commesse esterne, per cui sono le realtà minori a soffrire. Inoltre le medie e grandi imprese utilizzano di più gli ammortizzatori sociali, che consentono di gestire in modo diverso la questione occupazionale”.

Secondo Excelsior, il 5% in più di imprese sarebbe disposto ad assumere in assenza di vincoli burocratici: è davvero un ostacolo cosi consistente? “Gli adempimenti relativi all’assunzione in sé non credo siano così gravosi da pregiudicarla: c’è ancora un atteggiamento ideologico verso le assunzioni, quasi in uno strascico neoliberista. Piuttosto sono un problema gli adempimenti fiscali e amministrativi».

Dalla politica sono arrivati, anche recentemente, segnali di voler intervenire per alleviare la crisi occupazionale: può essere un aiuto? “Finché si considera il lavoro separatamente dal resto dell’economia, non si va da nessuna parte: è quest’ultima a creare lavoro, non un decreto. Serve una seria politica economica e soprattutto industriale, non misure slegate l’una dall’altra”.

Che prospettive vede per il futuro? “Dovremo ragionare in modo diverso: la ripresa, che ammesso che ci sia sarà modesta, non creerà lavoro. Vedo due emergenze: una di breve termine, ossia i 40 e 50 enni che perdono il lavoro, e devono mantenere la famiglia senza potersi appoggiare ai genitori come sono spesso costretti a fare i giovani; e una di lungo termine che sono appunto i giovani, ai quali stiamo mangiando il futuro scaricando su di loro i costi del nostro benessere passato: basti pensare che molti di loro, con stipendi inferiori a mille euro, contribuiscono a pensioni più alte”.

Roberto Muradore
Roberto Muradore
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