Messaggero Veneto

Domenica 15 Dicembre 2013

 

I 14 milioni al Verdi. Ma siano gli ultimi.

di Omar Monestier

Senza l’imbarazzo di alcuno e nella comprensibile gioia di molti il Consiglio regionale ha cancellato un debito di 14 milioni di euro che il teatro Verdi di Trieste avrebbe dovuto restituire in rate annue di un milione ciascuna. Quattordici milioni quattordici.

L’aula del Consiglio regionale non poteva spaccarsi su questa decisione perché tutti i partiti sono egualmente coinvolti nella malagestione del teatro, salvo il M5S che non c’era. Un pozzo senza fondo del quale la Regione è socia e, dunque, complice.

Il motivo per cui il Friuli Venezia Giulia rinuncia a farsi restituire così tanti soldi non è riassumibile in poche righe, ma abbozzo una sintesi. In assenza del “nobile gesto” il teatro sarebbe sostanzialmente collassato e il danno sarebbe stato, così dicono tutti, ancor più devastante. Alle ingenti perdite patrimoniali la chiusura del Verdi avrebbe sommato il drammatico licenziamento di 250 dipendenti. Avendo davanti un abisso l’assessore alla Cultura, Gianni Torrenti, ha preferito far prevalere, d’accordo con la Giunta e con larga parte del Consiglio presente e passato, la logica del contenimento del danno.

Se un così ampio consesso di amministratori lungimiranti ha optato per questa soluzione, ritenendola la più opportuna, immagino che si sia trattato davvero della sola percorribile. Non mi dilungo, anche se fa male al cuore sapere che in tanti anni non si è riusciti a far altro che accumulare debiti senza mai arrestare un processo che è stato sotto gli occhi di tutti.

Azzardo, però, un auspicio: che sia l’ultima volta. Per il Verdi e per tutte quelle istituzioni, enti, partecipate, società regionali, che succhiano in maniera abnorme risorse alla collettività senza uscire dal gorgo dell’inefficienza. Vale per il Verdi, vale per quel disastro industriale che sono Friulia e Mediocredito. Non sembri una provocazione l’accostamento fra realtà così differenti. Di diverso fra loro questi baratri in cui finiscono valanghe di quattrini hanno solo i consigli di amministrazione e le mission aziendali, le tasche da cui pescano sono sempre le stesse.

La Cultura e la Finanza sono, è evidente, settori non comparabili fra loro. Si è intolleranti con gli sperperi delle società pubbliche, con l’eccezione di quelle che producono cultura. E’ giusto che sia così, non è usuale che una grande istituzione culturale generi profitto al pari di una multiutility. E l’esperienza del Verdi di Pordenone e del Giovanni da Udine testimonia quanto è difficile tenere entrate e uscite in equilibrio. Eppure... eppure ci riescono. Non è la dimensione del teatro o della città o la qualità della produzione a fare la differenza. Il Giovanni da Udine ha avuto un direttore artistico che ha prodotto una stagione respinta dal pubblico e che ha mandato in sofferenza i conti. Il consiglio di amministrazione ha imposto una sterzata e i conti sono tornati in ordine. Se il Verdi di Trieste è riuscito ad accumulare più di 20 milioni di disavanzo non è stato certo per lo sbandamento di un attimo. La grandeur e la presunzione che i conti saranno sempre pagati da qualcun altro, Pantalone, hanno generato una serie infinita di sciagure in tutt’Italia. Anche la ben più famosa Orchestra del Maggio musicale fiorentino ha dato dei grattacapi al sindaco rottamatore, contestato dai musicisti e dagli intellettuali locali per l’affronto: si pretendeva che il buco non si ingrandisse più e che la gestione tornasse ad essere equilibrata (anche nella scelta dei musicisti e nella stipula dei contratti). Non serve qui rivangare il passato, ormai i milioni sono svaniti. Neanche la Corte dei Conti dice nulla.

Ripartiamo pure, ma prima chiariamo un punto. La Regione si è distratta troppo a lungo (e non solo la Regione, visto che il Verdi è una primaria istituzione nazionale) e questo ha corroso assieme al teatro triestino molti enti culturali in tutto il nostro territorio.

I teatri di Udine e di Pordenone hanno sterzato e si sono fatti impresa. Un’impresa che ha ancora bisogno di molte attenzioni pubbliche, è vero. Ma stanno coniugando le manifestazioni, spesso di grande qualità, con il saper fare di conto. Ci sono almeno 14 milioni di ragioni per spingere anche il Verdi di Trieste in questa direzione.

Omar Monestier
Omar Monestier
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