Messaggero Veneto

Domenica 03 Maggio 2015

 

I giovani disertano il corteo dedicato al lavoro e alla scuola

A Cervignano attacchi a Jobs Act e riforma dell’Istruzione
E la piazza ricorda Luciano Rapotez e Giuseppe Zigaina

Sempre meno festa. Sempre più giornata di rivendicazioni. In difesa del lavoro. E dell’economia reale. Quella poca che resta. Si è consumato così il Primo maggio 2015 in Friuli Venezia Giulia. Nelle piazze dei capoluoghi di provincia e in quella storica di Cervignano si sono date appuntamento migliaia di persone sotto lo sventolio delle varie insegne del sindacato. Un pienone in mezzo al quale però si sono contati pochi giovani. Eppure sono stati proprio loro i protagonisti, purtroppo in chiave negativa, della festa del lavoro. Loro e la cronica difficoltà di trovare un’occupazione. In cima ai pensieri degli oratori che si sono succeduti sul palco nella Bassa friulana, a farla da padrone è stata la disoccupazione giovanile, con il dato allarmante del 26 per cento in Fvg.

«È un dato senza precedenti – ripete il sindaco di Cervignano Gianluigi Savino – e tarpa le ali a ogni progetto, come farsi una famiglia, accendere un mutuo, mettersi in proprio». Sul banco degli imputati è finita la “dea” flessibilità, ragione più che di sviluppo di tanta precarietà nel lavoro. «Pur forte di un curriculum di prestigio, oggi un giovane guadagna molto meno del proprio genitore alla sua stessa età – aggiunge Savino –, lavora continuativamente per meno di un anno, non di rado per più datori, e dispone di un’unica certezza: avrà una pensione sotto la soglia della povertà». Un’istantanea cruda. «Il lavoro è oggi la vera priorità per questa regione. Abbiamo bisogno di stabilità, non di precarietà. Di merito e impegno», valori che il sindaco vorrebbe tornassero a essere stelle polari per i giovani, contraltari del successo facile o peggio della raccomandazione. Sul palco c’erano anche la parlamentare Ue Isabella De Monte, il senatore Carlo Pegorer, la deputata Serena Pellegrino, gli assessori regionali Loredana Panariti e Mariagrazia Santoro e il segretario provinciale dell’Anpi, Dino Spanghero.

La segretaria di Cisl Fvg, Iris Morassi, proprio dall’Anpi è voluta partire, guardando con occhi velati di lacrime ai gagliardetti schierati sotto il palco. «Piangiamo la perdita di Luciano Rapotez – ha esordito –, uno che della giustizia e della libertà la fatto lo scopo di una vita. Che il suo ricordo ci motivi a un impegno sempre maggiore». La piazza ha applaudito di slancio. Ricordando Rapotez, così come l’artista cervignanese Giuseppe Zigaina. Un fine conoscitore e ammiratore della Bassa, che con pennelli e macchina da presa tante volte aveva raccontato. «Oggi riaffermiamo che il radicamento nel territorio è un valore – ha dichiarato Morassi – per il lavoro e le persone, oltre che un vantaggio competitivo per le imprese. Purtroppo siamo qui, più che a festeggiare, a fare la conta delle aziende che hanno chiuso, dei posti di lavoro che abbiamo perso, a raccontare una crisi che continua a mordere». Sotto la lente d’ingrandimento del sindacato sono finite le pensioni, il lavoro domenicale, la riforma della scuola, il Jobs Act. Dura la critica della Morassi che ha però chiuso con i toni della speranza, richiamando la piazza a interpretare il Primo maggio con slancio, nell’ottica della «partecipazione, della giustizia, della coesione sociale, del rispetto delle regole, dell’attenzione ai più deboli, del sostegno al lavoro, condizioni essenziali a una società che si voglia civile».

Maura Delle Case

 
 
 

INTERVENTO PRIMO MAGGIO 2015 – CERVIGNANO

Amiche e amici, compagne e compagni.

Questo primo maggio lo festeggiamo senza Luciano Rapotez. Voglio ricordarlo come l’uomo che della giustizia e della libertà aveva fatto lo scopo della propria vita. Che il suo esempio ci sia di sprone e ci motivi a un impegno sempre maggiore. Caro Luciano, che il cammino ti sia lieve.

Siamo qui oggi – in tanti – a questa storica manifestazione di Cervignano. Questo è un momento molto, molto sentito, vissuto e partecipato. Si ritrova insieme una intera Comunità.

Questa manifestazione va oltre gli stessi confini di Cervignano, coinvolge la Bassa e tutto il Friuli. Questa giornata parla ancora una volta di lavoro e di giustizia sociale. Siamo qui,oggi, per il lavoro!!!.

E lo facciamo riaffermando che il radicamento nel territorio è un valore per il lavoro e per le persone, oltre che un vantaggio competitivo per le imprese. Nella globalizzazione, infatti, ce la faranno quelle comunità che sapranno creare un loro originale e riconoscibile valore economico, sociale e culturale. Solo così potremo creare reali nuove opportunità di lavoro e potremo dare un futuro dignitoso alle nostre famiglie, ai nostri giovani ed ai nostri pensionati.

Il Primo Maggio è un appuntamento importante per tutti noi, ma purtroppo è sempre meno una giornata di festa. Siamo, infatti, a fare la conta delle aziende che chiudono e a soffrire gli effetti di una crisi che – malgrado i timidi segnali di ripresa – è ancora sotto i nostri occhi e sta continuando a colpire pesantemente i posti di lavoro, le fabbriche, il sistema dei servizi e tutto il territorio.

Oggi, da questa piazza, vogliamo dare voce a tutti, proprio a tutti: a chi ha perso il lavoro e non ne trova un altro, ai tanti, troppi, giovani senza fiducia nel loro futuro, cioè senza speranza, a chi è costretto al sommerso e all’emarginazione e a quei pensionati costretti a una vita grama da pensioni sempre più risicate.

A tutte queste persone diciamo: Non siete soli! Stiamo uniti! Insieme ce la faremo! Insieme – senza rassegnarci – dobbiamo ricostruire le basi per una rinascita civile e sociale della nostra regione e del nostro Paese.

Un Paese malandato e maltrattato, nel quale sprechi, inefficienze, insopportabili privilegi e speculazioni la fanno ancora da padroni. Un Paese nel quale crollano viadotti, strade e scuole appena inaugurate, nel quale si stanno sgretolando siti archeologici di inestimabile valore. Tutto questo è il frutto avvelenato della folle e cinica logica dell’appalto al massimo ribasso e di una desolante, devastante incuria. Un Paese nel quale la corruzione diffusa e le troppe infiltrazioni criminali, mafiose escono dalla porta per rientrare dalla finestra, come testimoniano le note vicende dell’Expo di Milano.

Purtroppo è proprio vero quanto affermato da Pietro Grasso, Presidente del Senato, ed ex capo della Procura anti mafia, e cioè: “il metodo mafioso, anche quando non c’è la mafia, è diventato un metodo diffuso nella nostra società. Alla luce dei rapporti amicali si prendono decisioni, si fanno affari”. Enrico Berlinguer colse in anticipo molte di queste questioni affermando, già nel 1981, che “la questione morale era il centro del problema Italiano” e, tra l’altro, si riferiva proprio alla pervasività dei partiti che avevano occupato i gangli dell’economia e della società. Da Tangentopoli in poi, però, non si ruba più per il partito ma per se stessi e lo spettacolo a cui assistiamo quotidianamente è ancora più indecente.

Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere inermi. Dobbiamo dire basta a questo squallore pubblico. Dobbiamo anche dire basta a un crudele neo liberismo, ad un mercato senza regole e ad una finanza senza scrupoli che ci hanno ridotti in questa gravissima situazione e che continuano, indisturbati, a giocare colpevolmente con le nostre vite.

Dobbiamo dire basta ad una economia sottomessa alla finanza. Dobbiamo dire basta a un capitalismo fatto oramai di patrimonio, di rendita e di speculazione. Dobbiamo ritornare a un capitalismo che sia produzione di beni e di servizi e che crei lavoro. E ora di affermare una democrazia economica partecipativa, nella quale ogni lavoratrice e ogni lavoratore viene valorizzato.

E’ da qui, dal lavoro, riconosciuto come fattore centrale anche per la buona riuscita dell’impresa, che passa la ricostruzione di un tessuto sociale oggi sradicato e che chiede giustizia, equità ed una corretta ed armonica redistribuzione della ricchezza.

Dobbiamo combattere chi fa del dumping sociale il proprio sporco e sleale vantaggio competitivo. Dobbiamo combattere chi vuole sfruttare biecamente il lavoro. Dobbiamo combattere chi spaccia per buone opportunità di lavoro forme contrattuali subdole, veri e propri capestri che i giovani, ma non solo, sono costretti a subire. Dobbiamo combattere chi vorrebbe competere comprimendo le paghe e togliendo diritti ai lavoratori. Quello che rivendichiamo è un lavoro che sia sano, sicuro e con regole certe. Chiediamo anche vengano riconosciuti il merito e la competenza.

Basta con la clientela, la raccomandazione, la spintarella di qualche potente di turno.

Chiediamo la parità di trattamento tra gli uomini e le donne, come affermato in questi giorni anche da Papa Francesco.

Va riaffermata una cultura del lavoro, dell’impegno e anche della fatica. Basta con la fasulla ideologia del guadagno facile.

Sentiamo parlare tanto, spesso a sproposito, di cultura. In realtà se ne fa davvero poca. Eppure cultura è anche insegnare ai giovani l’importanza e il senso del lavoro. Cultura è dire loro che con l’impegno e la fatica si cresce e che con il miraggio del guadagno facile non si arriva da nessuna parte. E in Friuli la laboriosità è sempre stata un valore.

Basta anche con il gioco d’azzardo legalizzato: mai più gratta e vinci ma, lavora e vinci!

Cultura è anche battersi contro le aperture selvagge domenicali e festive e il conseguente peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita di quelle lavoratrici e quei lavoratori. In questo modo si favorisce l’insensata e pericolosa convinzione che la dimensione del consumo sia la più importante dimensione della persona, se non addirittura la sola.

Già nel lontano 1977 Monsignor Battisti diceva che “da una società del consumo e del profitto, bisogna passare ad una società della condivisione e della gratuità. E’ una civiltà che deve cambiare; è una nuova mentalità che deve nascere; è un impegno formidabile di revisione personale e comunitaria, sociale, economica e politica che deve fiorire”..

Servono interventi forti per tornare a crescere, per uscire da questa crisi, per ridurre la disoccupazione che ha raggiunto livelli inaccettabili, soprattutto tra i giovani.

Ben vengano gli ammortizzatori sociali, che hanno permesso in questi anni di mantenere legate le persone all’azienda e al lavoro. Ma serve qualcosa in più.

E non sarà il jobs act a rilanciare il lavoro. Il JOBS ACT non cancella neppure tutte le forme di precarietà selvaggia, sottopagate e senza tutela che sono proliferate in questi anni nel mondo del lavoro. Mettere in discussione le tutele e i diritti dei lavoratori non favorisce la crescita, ma disgrega la società.

E’ decisamente meglio che la materia del lavoro torni ad essere affidata alla contrattazione, che è lo strumento più efficace per tutelare i lavoratori e per accompagnare l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

E, lo diciamo con forza e con chiarezza: Non ci piace nemmeno questa riforma della scuola!!!

E’ inaccettabile nel merito e nel metodo. Balcanizza gli istituti e mortifica le ragioni di chi la scuola la fa ogni giorno.

Lo sciopero unitario dei lavoratori della scuola del 5 maggio sarà l’occasione per ricordare al Governo che il cambiamento, per realizzarsi, ha bisogno di confronto e di coinvolgimento. Una politica autosufficiente e non dialogante produce riforme alla Fornero. Riforme sbagliate!.

Sbaglia, e di grosso, chi crede che l’Italia possa risalire la china senza il coinvolgimento dei corpi intermedi. Solo recuperando uno spirito di responsabile e costante collaborazione tra istituzioni e società si potranno avere riforme efficaci, eque e durature. Solo in questo modo riusciremo a rifondare i rapporti tra lo stato e i cittadini, e anche tra capitale e lavoro, su modelli più stabili e solidali.

Servono anche interventi, – quali la riforma del fisco e delle pensioni, per ridare fiato alle famiglie dei lavoratori e dei pensionati, che non ce la fanno più, che continuano ad attingere ed intaccare i propri risparmi per tirare avanti, mentre, per contro, prospera impunita l’evasione fiscale che, se recuperata, darebbe respiro a quella parte del Paese che soffre.

Il Primo Maggio deve continuare ad essere il giorno in cui facciamo sentire la nostra voce. La voce del lavoro. Lavoro che deve essere la priorità. Non una priorità tra le tante, ma una vera urgenza dell’agenda politica. Una politica che deve destinare adeguate risorse alla crescita. Si proceda con gli investimenti nell’innovazione, nella ricerca, nelle reti, nella scuola, nell’università e si diminuisca la pressione fiscale sul lavoro.

Certo, serve anche più Europa. Più Europa politica che promuova l’equità e lo sviluppo. Non se ne può più di questa mortale austerità. Un’Europa della solidarietà e della collaborazione, capace di trovare soluzioni, di fare fronte comune, di aiutare e sostenere, com’era nell’originaria vocazione.

E mai come oggi c’è bisogno di tutto questo.

Sotto i nostri occhi impotenti si compiono tragedie indicibili. Nel nostro mare Mediterraneo migliaia di migranti alla ricerca di una vita decente trovano la morte.

Queste persone fuggono dalla fame e dalla guerra, costretti ad abbandonare la propria casa,tagliare le proprie radici. La loro speranza, però, finisce in fondo al mare. Nessuno può chiudere gli occhi e spegnere la coscienza. Il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza – scelto quest’anno per la manifestazione nazionale di Cgil, Cisl e Uil a Pozzallo, in Sicilia – deve coinvolgere non solo il nostro Paese ma l’intera Europa.

Va pensato e creato un sistema forte e globale di regole per offrire a tutti una vita dignitosa, fatta di lavoro e di speranza nel futuro e per impedire esodi che altrimenti diverranno sempre più di dimensioni bibliche. Non serviranno a molto eventuali interventi militari e neppure l’affondamento dei barconi.

Cominciamo a passare dall’io al noi e a considerare nostri i problemi degli altri. E il tema dell’immigrazione è legato a filo doppio a quello del lavoro. Partecipazione, giustizia e coesione sociale, rispetto delle regole( regole eque e condivise ovviamente), sostegno al lavoro, attenzione ai più deboli sono essenziali per vivere in una società che abbia leggitimità a definirsi civile.

Aldo Moro ammoniva “Questo Paese non si salverà se non si recupera un collettivo senso del dovere”. E aggiungeva “Nessuna persona ai margini, nessuna persona esclusa dalla vitalità e dal valore della vita sociale. Nessuna zona d’ombra, niente che sia morto, niente che sia fuori dalla linfa vitale della società.” Questa è la sfida che quasi 40 anni fa lanciava a tutti noi il grande Statista ucciso dalle B R.

Questa è la sfida che oggi CGIL CISL e UIL fanno propria e lanciano al Governo e agli altri attori sociali.

W il lavoro, W il primo maggio