Messaggero Veneto

Mercoledì 22 Gennaio 2014

 

I limiti del piano che nessuno osa dire

Salvare il manifatturiero ma come? La proposta è tardiva e scarica eccessivi oneri sulle casse (esauste) della Regione
di Fulvio Mattioni

Il piano anticrisi confezionato da Unindustria Pordenone viene valutato con molta prudenza in queste ore. La prudenza è d’obbligo, ed è dettata in parte da tatticismi, in parte dal bisogno di leggere bene le carte.

Io spezzo il silenzio, un po’ ambiguo, e dico la mia sapendo che il mio è un giudizio netto, formulato sulla sola analisi dei documenti diffusi Il piano, secondo me, è inutile perché arriva fuori tempo massimo, è inadeguato ad affrontare la situazione concreta e costituisce una cartina di tornasole del modo di pensare e di agire della vecchia politica. Per tali motivi ha un indubbio valore didattico, ancorché in negativo.

Il piano giunge a cose fatte, ma dobbiamo chiedere conto del suo ritardo almeno decennale rispetto ad una situazione già chiara a tutti. Perché non si è contrastata la scelta fatta allora di collocarsi in un segmento di mercato medio/basso lasciando ad altri produttori – caratterizzati, peraltro, da un costo del lavoro ben più elevato di quello friulano - i segmenti più innovativi e remunerativi che danno ancora soddisfazione?

Perché non si è investito in ricerca preferendo una strategia tutta difensiva basata esclusivamente sull’abbattimento del costo del lavoro? Ricordo, infatti, sia l’errore madornale della chiusura del locale centro ricerche del gruppo sia l’adozione di una politica di assunzione di manodopera immigrata combinata alla pax zanussiana che ha accettato i salari e stipendi più bassi della categoria. Nel confronto italiano e regionale, intendo, non con quelli tedeschi ed internazionali.

Si trattava, dunque, di capire già allora che una strategia tutta incentrata su Cipputi in braghe di tela era perdente. E già allora era lampante la necessità di investire nella ricerca e nella eccellenza di prodotto cosicché i manager che non l’hanno capito né allora né in seguito non possono ambire ora ad essere guru apprezzati. E’ un piano anticrisi inadeguato perché non capisce che se a Cipputi viene alleggerita ulteriormente la già insostenibile leggerezza della busta paga, la domanda internazionale non crescerà comunque – il 20% di riduzione di una componente modesta di costo è poca cosa - e quella domestica calerà ancora.

Se qualcuno pensa, poi, che possa essere una strategia utilizzabile su vasta scala si sbaglia di grosso. Negli ultimi cinque anni, infatti, nel nostro Friuli Venezia Giulia i consumi delle famiglie sono calati di 1,4 miliardi di euro ovvero del 7,2% del loro valore e una sorta analoga è toccata al mercato nazionale. Perché è successo? Perché è diminuito il reddito disponibile e quindi i consumi. Davvero si pensa che ridurli ulteriormente farà lavorare di più questa impresa o, più in generale, il sistema delle imprese? E che una redistribuzione di reddito dai lavoratori all’imprenditore – redistribuzione che passa per un mero taglio del costo del lavoro - sia razionale o susciti entusiasmi?
Quale ragionevolezza ed attuabilità ha una proposta di rilancio industriale che poggia sul tragico errore fatto negli ultimi venti anni, vale a dire ritenere che il manifatturiero tradizionale possa far leva sulla mera competitività di costo dopo che nell’economia mondiale si sono imposti Paesi ed economie che – loro sì – godono di questo vantaggio? Teniamo presente, infine, che l’esigenza di delocalizzare trova fondamento non in perdite di bilancio ma nel desiderio di guadagnare di più su un prodotto di qualità medio-bassa connotato da un costo del lavoro molto contenuto.

Resta la riflessione sul terzo aspetto accennato in apertura, vale a dire l’evidenza che assume nel piano la patologia da “dipendenza da intervento pubblico” diffusasi tra le associazioni imprenditoriali e in una parte dell’imprenditoria regionale a partire dal post/terremoto. La lista di richieste fatte alla Regione Fvg e alle sue Finanziarie è lunga ed aspira ad essere estesa a tutte le imprese regionali per rendere popolari gli estensori. Patologia che induce a perpetuare il modello assistenziale e tutto monetario di intervento pubblico a favore delle imprese ancorché sia evidente a tutti che il buon Pantalone è in braghe di tela. Look estremo al confezionamento del quale hanno contribuito importanti personaggi del mondo imprenditoriale posti a capo di Friulia, di Mediocredito, di Insiel e di altri Enti e società partecipate dalla Regione Fvg sia nell’era illyana che tondiana.

Infine, una sottolineatura sul metodo adottato per il confezionamento del piano. Lo stile è escludente improntato com’è alla rivelazione dall’alto di verità supposte. Stride con il metodo inclusivo, progettuale e strategico che ha caratterizzato l’iniziativa Future Forum della Camera di commercio di Udine appena conclusasi. Un approccio, quest’ultimo, che non scarica su Pantalone e Cipputi l’onere di garantire la sopravvivenza dell’imprenditore ma che chiama quest’ultimo ad un forte impegno per immaginare un futuro di medio e lungo periodo, per organizzarsi adeguatamente ad esso aprendosi e per utilizzare l’aiuto di tutti coloro che possano aiutarlo nella sfida globale: università, formazione, ricerca, mondo bancario, operatore pubblico.

Passando dal piano anticrisi di Unindustria a quello da confezionare per il sistema manifatturiero regionale, ricordo che i due problemi veri cui urge fornire risposte sono la caduta degli investimenti e la perdita di competitività delle nostre imprese sui mercati esteri. Essi, peraltro, ne hanno originato un terzo, vale a dire la rarefazione preoccupante dello stock imprenditoriale. Nell’ultimo quinquennio l’investimento industriale è caduto del 20%, l’export dell’area friulana ha perso una quota analoga, l’occupazione non alle dipendenze ha perso oltre 15 mila unità (ovvero il 12,5% degli indipendenti tra lavoratori autonomi, coadiuvanti, artigiani, piccoli e piccolissimi imprenditori) causando la chiusura di molte imprese.

Urge che il mondo imprenditoriale si faccia carico di un proprio contributo per la definizione di un piano anticrisi all’altezza delle sfide attuali e non già per un ritorno all’indietro di mezzo secolo. E’ strategico che – una volta definite le principali filiere produttive regionali - dica su quali intenda investire (per ristrutturare, completate e/o avviarne di nuove), quali sono gli investimenti privati (regionali ed extraregionali) disponibili, quali i servizi strategici che richiedono il sostegno dell’operatore pubblico regionale. E magari che richieda a quest’ultimo di attrezzarsi per intercettare i programmi e le risorse comunitarie e razionalizzare il dispendioso e fallimentare sistema delle società partecipate pubbliche.

Fulvio Mattioni
Fulvio Mattioni
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