La Vita Cattolica

Mercoledì 04 Maggio 2016

 

Prima le fabbriche e le case, poi le chiese

I paesi dov'erano e com'erano, diversamente da l'Aquila

Dopo il terremoto del 2009 che distrusse L'Aquila il governo nazionale scelse di edificare in tutta fretta una "new town" in maniera per nulla edificante, anzi: il friulanissimo e riuscitissimo "com'era, dov'era" non fu minimamente preso in considerazione e si è, invece, costruito in un altro modo e in un altro luogo — ricorda Roberto Muradore, segretario della Cisl -. Una politica centralista e spettacolare volle dimostrare efficienza ed efficacia ma, purtroppo, ha speso più di un miliardo per abitazioni anonime, che non favoriscono la socialità e che oggi cadono a pezzi. Un rischio, questo, che si è corso anche in Friuli». Nell'immediato post terremoto del '76 più di qualche "illuminato e interessato" avrebbe preferito una ricostruzione ritenuta più facile — magari una grande Udine a nord di Udine, ai piedi delle colline, per raccogliere il popolo in fuga dai crateri del terremoto - perché improntata a presunti criteri di razionalità e funzionalità, peraltro da stabilire e decidere a tavolino (magari a Roma).

«Si sarebbe, in questo modo, distrutto non solo un modo dell'abitare il territorio ma anche di viverlo, pensarlo e sentirlo — è a tutt'oggi la convinzione di Muradore -. Il Friuli è una realtà senza grandi centri, addirittura puntiforme, e anche questa sua conformazione ha informato la cultura e i sentimenti dei singoli e delle comunità locali. Le ipotesi di ricostruire le abitazioni in altro modo e in altro luogo avrebbero, se si fossero concretizzate, distrutto storia, sensibilità, identità e cultura così come il terremoto aveva distrutto le case». Muradore ricorda che in Safau, dove allora lavorava, «un sindacalista proveniente da Roma peraltro molto capace, fu aspramente contestato dai miei colleghi che provenivano dalle zone terremotate perché affermò che la loro volontà di ricostruire con criteri "conservativi" avrebbe ritardato e ostacolato la ricostruzione stessa, danneggiando il popolo friulano.

Una volta comprese le ragioni di tale volontà si ricredette, ovviamente. E' proprio vero che per essere progressisti bisogna essere, a volte, conservatori: "com'era e dov'era"». Già a pochi giorni dal sisma i lavoratori terremotati erano di nuovo all'opera. Osoppo, all'epoca, contava 2500 abitanti e gli occupati nelle fabbriche della zona industriale erano 2000, di cui 800 alla Pittini e 130 alla De Simon. «Tutte quelle fabbriche avevano riportato danni e alcune diverse vittime — ricorda don Dino Pezzetta, osovano -, ma nessuna ha chiuso i battenti. Tutti sono ritornati subito al lavoro, per riparare e ricostruire. Quando quasi l'intero paese lascerà la tendopoli per trasferirsi temporaneamente a Lignano (in seguito alle violenti scosse di un sisma che quattro mesi dopo, a metà settembre, a sorpresa, si ripresenterà in tutta la sua violenza), gli operai seguiranno nel triste esodo le loro famiglie, ma soltanto per la notte. Di giorno saranno in fabbrica per riparare e consolidare le strutture, e assicurare la continuità della produzione. All'alba e al tramonto faranno la spola tra Osoppo e Lignano con i pullman delle ditte, percorrendo ogni giorno un centinaio di chilometri all'andata e altrettanti al ritorno». La scelta era stata subito chiara: per prime vengono le fabbriche — come ricorda Pezzetta in "Terrae motus" — perché lavoro significa dignità, solidarietà, certezza di futuro. E subito dopo verranno le abitazioni da riparare o da ricostruire. D'altra parte, era uscito proprio dalla bocca dell'arcivescovo mons. Alfredo Battisti lo slogan: "Prima le case, poi le chiese". E in quel prima le case voleva significare anche prima le fabbriche, i posti di lavoro. Non mancarono critiche, anche all'interno del mondo cattolico, per questa scala delle priorità. «Invece, come ha capito subito la gente — citiamo ancora don Pezzetta -, quello slogan esprimeva l'istanza genuinamente evangelica del mettere al primo posto chi è più nel bisogno e all'ultimo chi è al suo servizio».

Francesco Dal Mas

Roberto Muradore
Roberto Muradore
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