Messaggero Veneto

Sabato 14 Aprile 2018

 

Il 68 in Friuli raccontato dai protagonisti

Cgil, Cisl e Uil a Udine il 17 con un convegno, la mostra fotografica e un concerto al Palamostre

L'obbedienza non è più una virtù». In questa frase, una citazione di don Milani, forse c'è la sintesi migliore, per chi ci credette e ci crede ancora, di quegli anni che forse non sconvolsero il mondo, ma sicuramente contribuirono a cambiarlo, pur con tutti i limiti, le contraddizioni e gli errori, spesso di gioventù, di ogni Movimento che merita questo nome e pure la maiuscola. Naturalmente si parla del '68, e a discuterne, in un cinquantenario denso di memoria, di celebrazioni e di appuntamenti, stavolta è il sindacato. Ne discute e soprattutto ne discuterà, il 17 aprile a Udine, in un'iniziativa dal titolo fortemente evocativo - "Venne maggio. I lavoratori, i giovani le donne: la lunga stagione del '68 in Friuli" - come quella voluta e organizzata dalle segreterie territoriali di Cgil, Cisl e Uil, con il patrocinio del Comune e dell'Anpi provinciale.

Evocativo il titolo, evocativo anche il manifesto, realizzato in due diverse edizioni, che parla al cuore e alla memoria attraverso 168 volti, rigorosamente in bianco e nero, di politici, sindacalisti, intellettuali, protagonisti delle battaglie che segnarono gli anni Sessanta e Settanta in Friuli.

Unica la giornata, o meglio la serata, ma l'appuntamento sarà doppio: alle 18 una tavola rotonda nella sede della Camera del lavoro di Udine, in via Bassi, alle 20.30 uno spettacolo musicale (ingresso gratuito su invito), condotto da Rocco Burtone e con la partecipazione di Alessandra Kersevan, Francesco Ursino ed Eliana Cargnelutti, sul palco del Palamostre, che ospiterà anche una mostra di immagini tratte agli archivi fotografici del sindacato.

«Ricordare il '68 è ricordare una lunga stagione culturale, politica e sociale che ha cambiato il mondo in meglio, liberandolo da un groviglio di arretratezza e pregiudizi che gravava come una cappa di piombo», scrivono in una nota unitaria i tre segretari territoriali Ferdinando Ceschia (Uil), Renata Della Ricca (Cisl) e Natalino Giacomini (Cgil), spiegando le ragioni di un'iniziativa che ha fortemente impegnato la macchina organizzativa del sindacato.

Ritornare alle radici di quel movimento, del resto, non è solo un viaggio nella nostalgia e alle origini di tante battaglie civili che avrebbero segnato la storia degli anni Settanta - dalla legge Fortuna sul divorzio del 1970 a quelle del 78 sull'interruzione volontaria di gravidanza e sulla chiusura dei manicomi, dalle lotte del movimento femminile per la parità di genere a quelle per il diritto allo studio e per l'università di tutti -, ma anche alla riscoperta dei modi e delle dinamiche con cui - spiegano ancora i segretari territoriali dei sindacati confederali - «la spinta del movimento studentesco intercettò la classe operaia, le sue ideologie, le sue forme di organizzazione e di lotta, i suoi sistemi e gli strumenti di comunicazione, le sue aspirazioni e le sue aspettative, componendo un esempio di alleanza sociale che non si sarebbe più riprodotto, per lo meno con la stessa in tensità, negli anni successivi».

È proprio su questa «intercettazione», su questa scintilla, che Cgil, Cisl e Uil intendono fermare l'attenzione con l'iniziativa del 17 aprile. «Non perché sia l'unica chiave di lettura per interpretare quel periodo, ma perché fu tra le più importanti, se è vero come è vero che fu proprio la spinta del '68 a portare la Costituzione dentro le fabbriche, per dirla con Norberto Bobbio, con un balzo in avanti delle retribuzioni, dei diritti sindacali e il riconoscimento del ruolo avuto dai lavoratori nel cosiddetto "miracolo italiano".

Un riconoscimento passato attraverso l'autunno caldo del '69 e le conquiste degli anni che seguirono, a partire dallo Statuto dei Lavoratori del 1970. Conquiste che furono senza ombra di dubbio un frutto di una lunga stagione iniziata nel Sessantotto».

Riccardo De Toma

 
 

Mercoledì 18 Aprile 2018

 

Alla camera del lavoro si sono ritrovati studenti e tute blu di allora

I "ragazzi" del '68 tra critiche e ricordi

Anni di battaglie condotte fianco a fianco, ma sempre con un pizzico di malcelata diffidenza, da operai e studenti. Chi in forza alle acciaierie Bertoli, chi sui banchi dell'elitario liceo classico Stellini. Anni di ribellione, di anarchia, di idee, di letture. Così sono stati, in Friuli, il 1968 e dintorni. «Anni di piombo, ma anche di dolcezza» per dirla con Roberto Muradore, prima studente, poi operaio, infine sindacalista, che ieri - alla Camera del Lavoro di Udine - ha rievocato insieme a colleghi e non solo quegli anni straordinari. Quell'anno, soprattutto.

«Da non glorificare - ha ammonito -, pena la sua definitiva archiviazione. Il '68 lo dobbiamo invece riprendere, nella sua voglia di cambiare il mondo. Possiamo farlo ancora, a patto che la politica, ma anche il sindacato smettano di pensare ai soliti noti e tornino a occuparsi del proletariato, quello nuovo, quello che né sinistra né parti sociali oggi rappresentano più». La lettura critica del sindacalista eretico (la definizione è sua) s'incastra con ricordi, suggestioni, spunti e provocazioni cui ieri hanno dato voce alcuni protagonisti del periodo. Come Ferdinando Ceschia, oggi segretario della Uil provinciale, e Gino Dorigo, colonna della Cgil udinese. Come Elia Mioni e Giorgio Cavallo, padri nobili della sinistra e del movimento ambientalista. Aneddoti più o meno personali, i loro, che il docente Giampaolo Borghello e lo storico Gabriele Donato hanno aiutato a inquadrare, accompagnati, nel difficile compito di restituire lo spaccato di un epoca così complessa, dalla puntuale moderazione del giornalista Rai, Giuseppe Liani.

Per il Friuli "sotan" il '68 decreta la fine dell'operaio sottomesso al padrone. «Io l'ho vissuto in marina e quando sono tornato sul portone della fabbrica ho trovato gli studenti. Noi (operai) li vedevamo come dei privilegiati, come figli di papà» spara Dorigo. La rivoluzione li mette insieme. Sui portoni delle fabbriche e per strada. A tenere alti manifesti come quello che recita "Operai e studenti uniti nella lotta". «Accettammo di scriverlo - rivendica lo storico leader della Cgil di Udine - solo perché operai veniva prima». E ancora: «Un movimento così esteso e pervasivo dal punto di vista sindacale in Friuli non l'avevamo mai avuto. Ricordo le grandi manifestazioni a Udine. E le signore che domandavano: cosa vogliono quelli lì? Il sindacato rovina l'Italia. Non lo dicono anche oggi?». Non dalla fabbrica, ma da ginnasiale allo Stellini vive il '68 Muradore: «Partecipavo ai gruppi autogestiti senza capirci molto - confessa -, ma mi piaceva l'idea che gli studenti si fossero presi la parola. Provavamo un sentimento ribelle, anarchico, libertario». Naturale, per lui, l'approdo al mondo del lavoro. «Scelsi la fabbrica per ragioni esistenziali. Non avrei mai sopportato un futuro piccolo borghese. E poi mi ero stufato di teoria, volevo concretezza».

Dai licei alle fabbriche, passando dall'esercito. Nel '68, in Friuli, c'erano anche altri giovani. Quelli spediti a migliaia in quest'angolo del Paese a fare la Naja. «C'erano, in regione, il 50 per cento delle armi a disposizione dell'esercito e un terzo dei suoi rappresentanti - ricorda Ceschia -. Arrivavano qui da tutta l'Italia. In una regione che pagava il prezzo di pesanti servitù militari e di realtà scomode come la base americana di Aviano. Noi, quel problema, l'abbiamo ancora. Pensiamo all'uso che potrebbe esser fatto della base visti i venti di guerra che stanno soffiando». Dal '68 passano anche gli autonomisti, le radici della Specialità. E passa la strategia della tensione. Quanto inquinò il 68? «Era necessaria far crescere la percezione dell'insicurezza per determinare una svolta nel Paese in senso autoritario - decreta Donato -. A pensarci oggi, è una cosa che fa venire i brividi». Dalla lotta alla tenerezza. Suscita altri brividi e l'ennesimo volto del'68 la chiosa di Muradore, che legge una "vecchia" dedica a sua sorella Sonia firmata dal giornalista Andrea Valcic: «Con rispetto per copertina plastificata, un odore di quaderni e cartelle, anzi di elastici e scarpe di ginnastica. Gioventù, ideali. La meglio gioventù direbbe Pasolini. Non lo sappiamo, ma l'abbiamo vissuta tutta d'un fiato».

Maura Delle Case

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