Messaggero Veneto

Mercoledì 09 Aprile 2014

 

Il Fvg rischia di non salvare la specialita’

L’intervento di Maurizio Ionico

Dopo l’approvazione alla Camera del decreto sullo svuotamento delle competenze delle Province, la costituzione delle città metropolitane e delle aree vaste, le fusione e unioni tra comuni, evolvono la storica geografia dei poteri locali e i tradizionali modelli di organizzazione del territorio. Nel contesto della formazione di 15 nuove aree territoriali nel Paese imperniate sulle città metropolitane che andranno a sostituire le Province, con le Regioni a Statuto speciale chiamate a riconoscere la propria città metropolitana, che nel nostro caso sarà Trieste, si prefigura una intelaiatura istituzionale che a partire dal 1 gennaio 2015 modificherà i termini di costruzione delle politiche urbane e di fornitura dei servizi. Sul tema è peraltro in corso una riflessione anche in Friuli Venezia Giulia con le “Linee guida per il riordino del sistema Regione - Autonomie locali” predisposte dalla Giunta regionale che si propone di ottenere efficienza e contenimento della spesa pubblica e di promuovere la semplificazione istituzionale e valorizzare l’autonomia locale. Esiste poi una legge in discussione in Parlamento sui piccoli Comuni. Tutto ciò in attesa della riforma del Titolo V della Costituzione di cui molto si parla anche per i riflessi che potrebbe comportare sulla specialità.

Appare tuttavia discutibile che l’assetto regionale italiano non venga preso in considerazione come appaiono sfuggire le responsabilità politiche e tecniche a carico delle 20 Regioni (province autonome di Trento e Bolzano escluse) quali soggetti istituzionali che non solo hanno imitato lo Stato ma hanno concorso all’aumento della spesa pubblica, spesso incapaci di incidere sui livelli di produzione di valore aggiunto nei vari settori, dall’ambiente fino ai servizi e ai trasporti, ad assicurare un supporto modesto alla competitività del sistema produttivo. Forse ha ragione Giorgio Ruffolo a sostenere che il nostro è “un Paese troppo lungo” che ha bisogno di essere ripensato nella sua articolazione e organizzazione istituzionale regionale.

Il Friuli Venezia Giulia è una Regione che rischia di non salvare la sua specialità se, per prima, non pone a se stessa e agli altri il problema del “neo-centralismo” e dell’inefficienza istituzionale e non sollecita la realizzazione del federalismo. Se non serve riproporre acriticamente la “questione settentrionale”, poiché fornisce una lettura dei bisogni di questa parte del Paese tutta rinchiusa entro i confini nazionali e in contraddittorio con la “questione meridionale”, così non ha senso l’afflato tecnocratico a favore della costituzione delle “Macroregioni”, considerato che persegue un assetto territoriale geografico non coerente con l’esigenza anzitutto di tipo sociale, sanitario ed educativo e alla responsabilità di fornire diffusamente servizi di qualità a cittadini e imprese.

Serve piuttosto, per la Regione, fornire contemporaneamente una risposta “verso l’alto” e “verso il basso”, con il relativo passaggio di poteri e cessione di sovranità. E’ necessario anzitutto affermare il nord come “città-regione globale”. Il luogo geografico dove le città metropolitane non sono una mera sostituzione delle Provincie, quanto motori di innovazione e competitività posti in relazione fra loro, e dove si realizza una cooperazione concreta tra le Regioni tale da attivare politiche di scala e iniziative settoriali a favore del paesaggio e dello sviluppo territoriale, dell’agricoltura, della mobilità e trasporti e della proiezione internazionale delle imprese, attraverso leggi e provvedimenti comuni e la condivisione di strumenti operativi, dalle finanziarie alla gestione del risparmio. Il confronto è con l’economia-mondo e con la sovranità espressa dall’Unione Europea e pertanto la considerazione del nord quale città-regione globale rappresenta l’occasione per far valere la forza che esprime un’area con il 39,2% della popolazione italiana e il 47,5% del Pil (studio Europolis) in grado di sostenere il confronto con altri contesti europei, come il “land Renania” costituito dai lander Vestfalia e Palatinato.

E’ necessario, dall’altra parte, il riassetto istituzionale e strumentale interno alla Regione attorno a un certo numero di “sistemi locali”. Nell’ambito di aree sub-regionali o aree vaste è possibile riorganizzare e mettere a sistema risorse, attività, enti. Possono rappresentare i luoghi dove le città e i Comuni più piccoli trovano motivi di cooperazione, di messa a fattor comune di strumenti ed asset per dare vita ad un modello di territorialità efficiente ed attiva. Vi sono resistenze e in ogni caso non esistono molte altre possibilità di successo, cioè di fornire servizi di qualità e a costi minori ai cittadini e di supportare il sistema produttivo (1 impresa ogni 10 abitanti), in assenza di collaborazione e convergenza al proprio interno e di flessibilità per corrispondere a bisogni e adeguare le funzioni urbane. E, naturalmente, in assenza di una relazione virtuosa e reciprocità con la Regione. Le capacità di ricomposizione di prerogative e poteri dispersi in una pluralità di Comuni e il superamento dell’”intermediazione istituzionale” (pensiamo a Consorzi industriali e distretti), che viene pagata dalle famiglie e da chi intraprende, può trovare una soluzione attraverso l’aggregazione spinta dei Comuni e la formazione appunto di “sistemi” che possono così concorrere a elevare la coesione e a migliorare le possibilità competitive dell’intero Friuli Venezia Giulia.

Del resto non vi sono molti altri percorsi se si vogliono territori dotati e in grado di partecipare alle opportunità proposte dall’Unione Europea, con il nuovo ciclo di fondi europei 2014–2020 (rapporto 2014 Unioncamere - Legambiente) o essere agganciati alle le reti tecnologiche e di Tlc o esprimere al meglio identità e autenticità culturale, paesaggistica, produttiva.

Maurizio Ionico
Maurizio Ionico
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