La Vita Cattolica

Giovedì 01 Ottobre 2015

 

Appassionato appello di mons. Mazzocato

Il denaro è del diavolo, se non viene dato ai poveri

La ricchezza è del diavolo, del demonio, se non è per i poveri. Davvero stimolante ed impegnativa la riflessione che l'arcivescovo mons. Andrea Bruno Mazzocato ha fatto il 28 settembre davanti ad un consesso non abitudinario, quello dei sindacalisti della Cisl di Udine, e degli operatori bancari, come Giuseppe Morandini. L'occasione era data dalla presentazione del volume «La fertilità del denaro. Finanza e responsabilità: un matrimonio impossibile?» di Grion, Biggeri e Osti, già presentato su queste pagine.

Un filo rosso, anzi qualcosa di più ha legato quanto avevamo ascoltato pochi giorni prima da Papa Francesco e l'impegnativo invito di mons. Mazzocato. «La prima Beatitudine esalta i poveri in spirito. È necessario amministrare saggiamente il denaro - ha ammonito Bergoglio negli Usa, in un incontro con i religiosi - ma essere attaccati alle ricchezze del mondo "impoverisce", distrugge anche le anime generose, rendendole mediocri, senza amore. Lo spirito di povertà genera la fiducia in Dio. Quando una Congregazione si attacca alla ricchezza, Dio le invia «un economo disastroso che la manda in fallimento».

Conciliare è possibile?

L'arcivescovo Mazzocato, guardando negli occhi i sindacalisti che gli stavano davanti, ha allargato lo sguardo sollecitando a considerare la ripresa dalla crisi non solo - e sarebbe pure tanto - come rilancio dell'economia e quindi del lavoro, ma anche come opportunità per rivedere il rapporto tra l'etica e l'economia fino a renderle il più possibile conciliabili. Non è un discorso filosofico, ma di prassi. Basta leggere le pagine interne di questa edizione de «la Vita Cattolica», a cominciare da quelle sul «miracolo Automotive» di Tolmezzo o sulla pericolosa rincorsa al business tra minori e profughi, per capire l'importanza dei richiami di mons. Mazzocato. Con chiarezza l'Arcivescovo ha ammesso che «le implicanze etiche della cosiddetta "crisi" sono ammesse da tutti. Meno, a mio parere, si cercano con convinzione le strade per portare l'etica dentro l'economia e il mercato; forse perché non è facile trovarle o perché bisogna andare a toccare interessi e sistemi consolidati. Rimane un diffuso timore che, al di là delle affermazioni di facciata, non sia molta la volontà di fare tesoro di questa crisi per una revisione profonda dell'economia, illuminandola maggiormente con l'etica». In sostanza, riassume l'Arcivescovo, «combinare l'uso dei soldi con l'etica è difficile», al di là dei tanti, forse troppi discorsi che in questi anni si sono fatti e degli inviti - ricordate i primi anni della crisi? - a cambiare stili di vita, di consumo. La recessione, in verità, sembra aver insegnato assai poco, al povero consumatore come al ricco manager. Invece - sprona ancora l'Arcivescovo - non bisogna rassegnarsi al fatto che alla fin fine l'economia e il mercato hanno regole inconciliabili con i principi etici. Per i cristiani, ma non solo, la bussola del Vangelo è indispensabile per orientarsi, «altrimenti s'infittisce il buio».

Ed ecco Mazzocato spiegare il Vangelo ai sindacalisti e agli uomini di banca. Nel Vangelo di Luca (16,1-9), Gesù parla dell'uso del denaro e della ricchezza materiale. Lo fa in modo quasi provocatorio perché loda un amministratore disonesto, imbroglione, che viene scoperto dal padrone e, quando non può più fare di nascosto i suoi affari e rischia la miseria, usa il denaro per assicurarsi chi lo accolga. Non loda la disonestà dell'amministratore ma l'uso che fa del denaro come mezzo per avere chi gli dia accoglienza e una sicurezza. E conclude: «Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne». Gesù, dunque, da una parte definisce «disonesta» la ricchezza, ma dall'altra non dice ai discepoli di farne a meno perché può essere usata per un buon fine: farsi degli amici quando busseremo alla porta delle dimore eterne. Attenzione, proviamo ad interpretare questo brano del Vangelo alla luce di quanto oggi (non) accade.

Le tentazioni del demonio

Per Gesù la ricchezza è «disonesta». Non lo è in stessa ma perché - insiste mons. Mazzocato - nell'uso del denaro si inseriscono le tentazioni più pericolose per l'uomo e per la società e che sono evidenti a tutti. Che cosa sono queste tentazioni se non il demonio? L'Arcivescovo lo chiama per nome e cognome. Alza lo sguardo dagli appunti che aveva preparato e incrocia lo sguardo con quello di chi lo ascolta. Sì, il demonio - dice -, che esiste. Il demonio, che meno lo nominiamo e più funziona. «Bisogna essere ciechi per non vederlo», insiste l'Arcivescovo, raccogliendo un'attenzione del tutto particolare da chi, forse, fin da bambino, da quando cioè andava al catechismo, non l'ha sentito nominare. Vediamole, dunque, queste tentazioni del demonio. La prima è «la tentazione di farsi una sicurezza con le proprie mani; accumulare soldi e beni materiali dà un senso istintivo di sicurezza». Gesù lo denuncia nella parabola del ricco che ha sudato giorno e notte senza tregua per accumulare e allargare i suoi granai finché giunge il giorno che può dire: «Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti». Peccato che si affidi ad una sicurezza effimera: «Questa notte ti sarà richiesta l'anima e tutto quello che hai accumulato di chi sarà?».

Il senso del potere

Accanto al senso di sicurezza, l'accumulo di ricchezza dà anche il senso del potere sugli altri; la ricerca del potere è la tentazione più radicata nell'animo umano. È «la tentazione più terribile», sottolinea l'Arcivescovo. Sull'uso e l'accumulo di ricchezza, Gesù, quindi, invita a vigilare. Detto tutto questo, la ricchezza, pur col rischio di essere disonesta, «non va, però, demonizzata in se stessa perché può servire ad un fine decisivo: farsi amici che contano e conteranno al momento opportuno».

L'idolatria del denaro

In altre parole, essa è utile se viene utilizzata come «mezzo» e non come «fine». Mazzocato, ancora una volta, alza lo sguardo dagli appunti, cerca lo sguardo degli interlocutori e dice loro: la ricchezza usatela per farvi gli amici giusti. Gli amici giusti? I ricchi? No, gli amici giusti sono i poveri. Proprio così.

Se, insomma, la ricchezza è vista come un fine si cade nell'idolatria: «Il denaro e i beni materiali diventano la fonte della felicità del cuore che tributa a loro una specie di adorazione. Come ho appena detto, in essi si cerca sicurezza e potere». Se, invece, «la ricchezza è vista come mezzo, allora lo sguardo si alza e cerca fini più grandi, più alti, più nobili e, specialmente, più utili all'uomo, rispetto a quello di accumulare ricchezza».

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L ‘arcivescovo: «Non lasciamoci addormentare dalla ricchezza»

I poveri contano, eccome. Lo dice chiaro e tondo l'arcivescovo mons. Mazzocato al popolo della Cisl e ai bancari. Parlando a loro, parla ovviamente a tutti.

«Il fine utile - spiega Mazzocato, puntualizzando i fini che Gesù indica per l'uso del denaro e, quindi, della ricchezza - è quello di farsi amici attraverso la condivisione della nostra ricchezza». Condivisione, si badi, con i poveri, non con altri amici. Perché - rassicura l'Arcivescovo - «essi ricambieranno la nostra generosità attendendoci, come avvocati difensori, al termine della nostra esistenza. Quando ci troveremo davanti a Colui che ci ha donato la vita ed il tempo e ci chiederà conto di come abbiamo fatto l'investimento del tempo che abbiamo avuto a disposizione, saranno utili dei buoni amici. Questi amici sono i poveri, i meno fortunati; verso di loro Gesù ha una predilezione per cui peserà la loro parola quando diranno: questo è un nostro amico perché ci ha dato un pane, un vestito, una medicina, una casa».

I poveri, dunque, «contano» insiste ancora Mazzocato, guardando di nuovo gli interlocutori negli occhi, come a dire che non sta vendendo parole.

Ed eccolo, infatti, esplicitare alla luce del Vangelo: «Il fine, quindi, sono le persone che Gesù, nella parabola del buon samaritano, invita a guardare come il nostro prossimo di cui farci carico. La ricchezza che abbiamo dovrebbe essere il mezzo per assicurare ad ogni persona la dignità di cui ha diritto. Qui l'elenco si fa lungo e possiamo declinarlo noi: il pane e l'acqua, il lavoro, la casa, l'istruzione, la salute, la possibilità di coltivare gli affetti». Mazzocato ha concluso la sua riflessione con una «provocazione», come lui stesso l'ha definita: «Se pensiamo che l'esistenza umana ha la durata di pochi decenni (un breve raggio di sole, come diceva Quasimodo) e poi tutto è finito, allora meglio mangiare, bere, divertirsi e accumulare. Se crediamo, invece, che il tempo, che ci è dato, sia il grande talento che Dio ci ha consegnato per investirlo bene secondo fini alti, allora cercheremo di farci amici che ci attendano al momento decisivo della nostra vita quando faremo i conti sull'investimento del talento».

Una delle grandi crisi del nostro tempo non è forse quella di aver chiuso gli orizzonti della speranza dell'uomo? Di aver spento la speranza che l'esistenza umana ha un fine che va oltre il tramonto del breve raggio di sole? «Solo se c'è questa speranza val la pena rinunciare a un po' di soldi e di beni per farci degli amici tra coloro che sono più poveri di noi ma hanno la stessa dignità umana. Essi non ci perderanno di vista e ci attenderanno anche oltre la morte». E un'ultima sollecitazione: «Non lasciamoci addormentare, rimaniamo svegli. Come? Aiutando i poveri».

Il convegno del 28 settembre alla Cisl di Udine è stato aperto dal segretario Roberto Muradore e dal segretario provinciale della First Cisl, Roberto De Marchi. «Il capitalismo che ha portato la ricchezza in mano a pochissime persone ha fallito - ha detto De Marchi -. Il modello da ricercare è quello di un capitalismo dal volto umano che torni a distribuire la ricchezza tra imprese e lavoratori. Ci vuole un'economia più sociale».

Luca Grion, docente di Filosofia morale all'Università di Udine, presidente dell'istituto Jacques Maritain e direttore della Scuola di etica e politica dell'Arcidiocesi (Spes), ha sintetizzaro, rispetto al suo libro, che «il triangolo economia, etica e politica traballa. Manca l'armonia. L'economia e la logica del profitto sono diventate prevalenti, il lato etico si è assottigliato e la politica sta a guardare. Così il giocattolo della vita si è rotto. Oggi chi detta i fini è l'economia e non l'etica. Quando il capitalismo detta le regole si rischia di arrivare all'esclusione di una parte sociale della popolazione».

Francesco Dal Mas

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Lunedì 28 Settembre 2015 - Ore 9.45 - c/o Cisl Udine

mons. Andrea Bruno Mazzocato
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