Messaggero Veneto

Martedì 16 Febbraio 2014

 

Il falso mito dei costi giudicati intoccabili

Su 6,4 miliardi di spesa, in teoria l’84% è non negoziabile
In realtà un cambio di metodo consentirebbe le riforme
di Fulvio Mattioni

     

Dopo aver sostenuto che è necessario una visione e un controllo integrato del sistema pubblico regionale – ovvero Regione Fvg, enti e agenzie pubbliche, società partecipate direttamente ed indirettamente - ritorno sul tema della spesa pubblica regionale confortato dall’adagio che ripetere giova ancorché convenga che spesso perseverare sia diabolico. Praticare il copia e incolla nell’erogazione della spesa pubblica, ad esempio, è diabolico perchè non tiene conto del cambiamento epocale in atto e dell’emersione di nuove priorità. E’ mefistofelico, quindi, che a fronte della sensibile contrazione patita dal bilancio della Regione e della sua prospettiva di ridursi ulteriormente, i dirigenti regionali non si siano ancora attivati per porre in essere una programmazione che non si limiti a scodellare una spesa storica modificata solo nelle dimensioni. Cos’è la spesa storica? Quella sostenuta l’anno prima. Che, a sua volta, era quella programmata l’anno precedente ancora e via via a ritroso in tempi di abbondanza che nulla hanno da spartire con gli attuali. E nemmeno con quelli dei prossimi 5 anni. Al posto di una programmazione formale e burocratica della spesa, quindi, ne serve una capace di abbattere le rigidità e di ampliare le risorse libere utilizzabili dagli amministratori regionali. Per farne che? Per fronteggiare i nuovi bisogni posti dalla realtà di oggi e di domani.

Davvero è così elevata la quota di spesa rigida che forma il bilancio previsionale della Regione? E’ proprio tanto modesta la quota di risorse libere? Perché una verifica sull’effettiva rigidità della spesa e una sua disincrostazione dal passato valorizza ruolo e funzione di dirigenti ed amministratori regionali? Il dato da cui partire è la stima fornita dalla Corte dei Conti del Fvg sulla quantità di risorse rigide e libere calcolate sul triennio previsionale 2010-2012. Ebbene, le prime si collocano – nella media dei tre anni - all’84,1% mentre quelle libere si limitano al rimanente 15,9%, ovvero un rapporto di 6,3 a 1.

La Corte avverte che si tratta di una stima da perfezionare nel tempo per cui diventa preziosa la collaborazione da parte della direzione regionale competente che dispone di 270 lavoratori (nel 2012). Sono tre gli aspetti che colpiscono maggiormente della stima menzionata, ovvero: che su un bilancio di previsione pari a quasi 6,5 miliardi di spese effettive (titoli I, II e III del bilancio) le risorse libere siano di poco superiori ad 1 miliardo; che la rigidità tecnico-contabile superi i 3,1 miliardi pari alla metà dell’intero bilancio; che la rigidità sostanziale (in sostanza la spesa corrente per la sanità) contribuisca solo per il restante 34%.

     

     

Amara la conclusione che se ne trae. Se non si cambia, infatti, a cosa servono 127 dirigenti regionali (di cui 37 apicali) quando per pagare spese fisse basta del personale amministrativo e qualche ragioniere? E che senso ha il premio (di 5,4 milioni per il periodo 2006-2011) dato ai dirigenti regionali come retribuzione di risultato?

Bisogna cambiare. In primis sradicando la convinzione che compito esclusivo dei dirigenti regionali sia lo spendere il più in fretta possibile il budget - clonato dalla spesa storica - affidato loro. Una convinzione comoda perché scarica sugli amministratori di turno la responsabilità di una scelta che appare politica, ma che, in realtà, è già stata preconfezionata da una burocrazia conservativa. E basta il semplice confronto con ciò che accade nel settore privato per cogliere la fallacia di tale convinzione. Nel privato, infatti, il dirigente è pienamente responsabile dei risultati ottenuti. Anzi è doppiamente responsabile: della sua capacità di soddisfare i clienti e dell’economicità dell’operazione. Anche il dirigente pubblico, pertanto, ha il compito di spendere nel modo migliore possibile per soddisfare le necessità degli utenti e quella di azzerare gli sprechi. Se accadesse ciò, ad esempio, non avrebbe senso la discussione sui tagli lineari, casuali ed ingiusti.

La missione non è spendere comunque, ma spendere meglio e spendere meno. Ciò implica sentire l’obbligo morale e professionale di passare al setaccio i risultati ottenuti dalle previsioni di spesa formulate in passato, comprendere le ragioni degli scostamenti quantitativi e qualitativi, riformulare previsioni di spesa più realistiche e più adatte alle esigenze. E, di conseguenza, essere capaci di dirigere la riorganizzazione dei centri di costo inefficaci ed inefficienti. L’esatto opposto dei comportamenti copia incolla che dicevamo all’inizio, dunque. Dopodiché si avrà un sistema non più centrato sulla spesa storica e sui tagli lineari ma sul fare di più e meglio con meno risorse, migliorandolo anno dopo anno. La vera essenza dell’autonomia del Fvg, ritengo. Ed é anche l’unico approccio capace di convincere la società civile che gli amministratori regionali lavorano con reali speranze di successo per conseguire la funzione per la quale sono stati eletti. Quale? Impegnarsi nell’alta programmazione, nell’indirizzo strategico, nella verifica dei risultati ottenuti e nel continuo miglioramento degli stessi. In tempi di risorse calanti per i bilanci pubblici e quelli privati, attrezzarsi per riuscire a massimizzare l’impatto ristoratore e anticiclico della spesa pubblica nei confronti di cittadini, lavoratori e imprese è la vera priorità. Rappresenta un passo da gigante verso un’autonomia alla friulana e la riconquista della fiducia persa nei confronti della politica e dell’amministrazione pubblica regionale. Una spesa e una macchina pubblica regionale sfidanti e realistiche sono anche un antidoto per sconfiggere il discredito quotidiano alimentato dal populismo fanatico e inconcludente.

Fulvio Mattioni
Fulvio Mattioni
archivio

altre risorse: