Messaggero Veneto

Mercoledì 07 Settembre 2016

 

Il modello friuli di ricostruzione e’ utopia democratica realizzata

di Sandro Fabbro

In questi giorni, a seguito del terremoto che ha colpito il centro Italia, si è spesso fatto riferimento al Modello Friuli (Mf) della ricostruzione post-terremoto del 1976, come esempio positivo da seguire. L’intensità dei richiami alla positività del Mf, operata dalla stampa e dai mezzi di comunicazione, inorgoglisce i friulani e fa certamente ritenere che il Mf non sia ancora dimenticato e che possa rappresentare un punto fermo di ineguagliabile valore ed efficacia. Vedremo nelle prossime settimane e mesi se è solo ordinaria retorica post-disastro o se da qui può nascere una nuova consapevolezza. Ma, attenzione alle contraffazioni o alle facili rimozioni tipiche di un’epoca dove dominano retorica e demagogia!

Il 4 maggio 2016 chi scrive ha coordinato, all’Università di Udine, un seminario sul Mf invitando a parteciparvi, con proprie testimonianze, alcuni dei più autorevoli tecnici che hanno lavorato alla ricostruzione del Friuli e in particolare: l’ing. Diego Carpenedo, già membro del “Gruppo interdisciplinare centrale (Gic) della Segreteria generale straordinaria per la Ricostruzione del Friuli, della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia; l’architetto Luciano Di Sopra, incaricato, sempre dalla Regione Fvg, della stima dei danni del sisma, consulente di livello internazionale su terremoti e ricostruzioni e anche teorico del Mf; l’architetto Giovanni Pietro Nimis, anche lui membro del Gic e incaricato, come libero professionista, di piani urbanistici di ricostruzione ad Artegna, Gemona e Venzone; l’architetto Roberto Pirzio Biroli, incaricato, come libero professionista, della ricostruzione di edifici pubblici e privati e di borghi storici; l’architetto Enzo Spagna, già direttore regionale della Direzione della pianificazione territoriale della Regione. Luciano Di Sopra, per problemi di salute purtroppo non riuscì a essere presente. Poche settimane dopo è poi tristemente mancato privandoci, oltre che della sua lucida e fondamentale testimonianza, anche della possibilità di avere in futuro il suo vigile controllo di qualità sul “marchio” Mf.

Il seminario si proponeva di rispondere alla domanda perché tale modello, nonostante la sua eccezionale positività, costituisca ancora un caso unico e non sia ancora stato formalmente assunto a modello di riferimento replicabile (pur con i dovuti adattamenti) alle ricostruzioni post-catastrofe. Nel seminario, è emerso chiaramente che il Mf è definibile, prima di tutto, come la combinazione virtuosa di tre essenziali elementi: 1) La implementazione di nuove tecniche per la riparazione antisismica di edifici in muratura; 2) un principio endogeno di ordinamento spaziale della ricostruzione degli insediamenti (il famoso “dov’era e com’era”) reso possibile anche da quelle tecniche; 3) un modello di regolazione delle relazioni (finanziarie, legislative, amministrative) - tra Stato, regione ed enti locali -, fortemente decentrato verso il basso e, per certi aspetti, anche rovesciato (dal basso verso l’alto). E’ emerso inoltre che, come processo nel suo insieme, il Mf è soprattutto l’esito, non intenzionale, di complesse interazioni - in primis culturali e sociali ma poi necessariamente anche tecniche e politico-amministrative - che si sono generate nel corso dell’azione senza alcun demiurgo al centro e a monte del processo stesso (non è questa anche l’essenza della democrazia?). Lo stesso commissario straordinario Zamberletti si è sempre ritagliato un ruolo sussidiario e di grande collaborazione con Regione ed enti locali. In termini più sintetici si può dire che il Mf si è basato sulla riaffermazione di un ordine spaziale storico, di un metodo di decisione fortemente democratico e decentrato e su tre fasi inevitabili: l’emergenza, gli insediamenti provvisori, gli insediamenti definitivi. Ma il Mf ha funzionato perché il potere sul territorio è stato inteso come un potere condiviso dal basso verso l’alto o, diremmo oggi, di «sussidiarietà verticale e orizzontale». Questo è, in ultimissima analisi, l’etica del Mf e il vero messaggio non solo alle ricostruzioni post-disastro (che, ci auguriamo, siano sempre meno disastrose) ma anche alla attualità del governo del territorio e, forse, del “governo” tout court. Ci si deve domandare, allora, perché, nonostante il suo indubbio successo, il Mf sia stato copiato solo per gli aspetti tecnico-costruttivi (diventando norma) e per la fase dell’emergenza (con la Protezione civile) e non sia mai diventato un modello per le ricostruzioni. La risposta è forse che il Mf è difficilmente compatibile non solo con gli ordinamenti spaziali centro-periferia troppo spinti, ma anche con ordinamenti politici demagogici o centralistici.

Per questo non ha funzionato in Irpinia, dopo il terremoto del 1980, e neppure, più recentemente, all’Aquila (2009), dove lo Stato centrale, ma anche i poteri affaristici, hanno illuso la gente promettendo di passare dalle «tende alle case» con il progetto delle “new town”, purtroppo con gli esiti infelici che sono sotto gli occhi di tutti. Il Mf è, in altre parole, un’utopia democratica realizzata! Proprio in forza di ciò, ha moltissimo da insegnare alle ricostruzioni post-disastro attuali e future che continueranno a rendersi necessarie dopo sismi e disastri almeno fino a che non verranno rimosse (nei tempi di qualche generazione, forse) le cause che ne generano gli effetti disastrosi. Bisognerà sostenere però, contro contraffazioni, facili rimozioni o scoop a esclusivo effetto mediatico (il Premier Renzi non viene a imparare in Friuli ma va in udienza dell’archistar Renzo Piano), che il Mf non è meccanicamente riproponibile dall’alto. Non è un modello tecnocratico. Come tale, non avrebbe mai potuto funzionare. La sua efficacia non è garantita perché lo si addotta a parole e magari, con enfasi, in qualche ufficio centrale. Bisogna, prima di tutto, attivare dal basso il tessuto sociale di comunità, famiglie, piccole e medie imprese, prassi questa che non può prescindere, a monte di tutto, da una scelta etica dura ma decisiva. Mai aspettarsi una soluzione dal di fuori: «il destino di un territorio è solo nelle mani di chi lo vive».

Sandro Fabbro
Sandro Fabbro
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