La Vita Cattolica

Mercoledì 26 Ottobre 2016

 

Il nostro monumento all’ingordigia

di Roberto Pensa

Ogni dittatura ama immortalarsi plasticamente in monumenti che ne dimostrino la potenza e la proiettino verso il futuro. È successo in tutte le ere storiche e a tutte le latitudini. In questo senso forse era logico che anche in Friuli dovesse essere eretto un memoriale alla dittatura del profitto e del capitale finanziario che ammorba questi nostri anni di crisi e di bolle speculative. O, se volete vedere l’altra faccia della medaglia, un monumento alla debolezza della politica, della legalità e della capacità di una comunità di perseguire il bene comune.

Qui in Friuli abbiamo voluto esagerare, perché a ricordarci l’onnipotenza degli interessi superiori del capitale sarà una infrastruttura che, con la sua ingombrante bruttezza, si staglia a 30-40 metri da terra per ben 39 chilometri, attraversando tutta la pianura friulana orientale fino alle pendici del Carso, sconvolgendo il paesaggio rurale da Palmanova in su.

La Conferenza dei servizi lo scorso 18 ottobre ha infatti confermato che il mega elettrodotto Udine Ovest-Redipuglia si farà. Fossimo ingenui, potremmo pensare che si tratti dell’esito di un ponderato processo decisionale che abbia soppesato in ogni aspetto i pro e i contro dell’infrastruttura. Invece altro non è che un classico inciucio all’italiana, dove le procedure non hanno la luce limpida della legalità ma le untuose argomentazioni degli azzeccagarbugli. Una di quelle vicende che si risolve con un «blitz» ferragostano nelle stanze del potere romano fino ad arrivare a Palazzo Chigi.

Cerchiamo di riepilogare in pillole la vicenda. Terna dice che l’infrastruttura è necessaria per dare alle nostre aziende l’energia necessaria, ma i dati smentiscono questa tesi: il Friuli è in surplus energetico. Dicono che serve anche a diminuire i costi dell’energia, ma di questo non vi è evidenza e dimostrazione. I critici fin da subito non chiedono di rinunciare all’opera, ma solo di interrarla per eliminare il drammatico impatto visivo. Terna risponde che non è possibile, per due motivi, uno comprensibile (fin troppo) e l’altro no. Il primo è che costerebbe di più. Non tanto da rendere l’opera non economicamente sostenibile, ma sicuramente in modo tale da frenare un po’ i dividenti della società privata ma che svolge un ruolo pubblico di gestore delle reti di energia nazionali. Il secondo è che ci sarebbero non meglio precisati ostacoli tecnici all’interramento. Viene chiamato anche un esperto «indipendente» a confermare questo assunto. Poco più tardi si scoprirà che suo figlio è dirigente di Terna. Intanto in tutto il mondo si fanno elettrodotti interrati anche nelle regioni più impervie. Alla fine anche la Terna si arrende all’evidenza, e tra il Piemonte e la Savoia francese progetta un elettrodotto interrato che attraversa le Alpi per ben 190 km.

Ma in Friuli, la cui classe dirigente evidentemente ha molta meno influenza di quella piemontese, l’interramento continua ad essere un tabù. Intanto il tempo passa, la giunta regionale Tondo approva l’opera, quella Serracchiani le dà il via libera definitivo dicendo di non poter cambiare la decisione presa dal predecessore.

Si arriva al 2015 e il Consiglio di Stato, massimo organo della giustizia amministrativa, dice quel che tutti sapevano. Il progetto devasta il paesaggio della pianura friulana, le autorizzazioni non hanno tenuto conto del parere della Soprintendenza, l’opera è illegale, un abuso edilizio. Seguono mesi di sotterranea fibrillazione, finché Terna non scopre le sue carte. Inizia in gran segreto un nuovo processo autorizzativo, che ottiene il via libera nonostante un parere durissimo del ministero dei beni culturali secondo cui l’opera ha un impatto devastante sulla pianura friulana. Il Governo Renzi, nel conflitto tra ministeri, con un blitz agostano dà ragione allo Sviluppo economico (ma quale sviluppo?) e l’opera d’incanto ritorna legale.

Ci sarebbe da deprimersi se non ci fosse un rovescio della medaglia. Fin da subito numerosi agricoltori raccolti intorno al Comitato per la vita del Friuli rurale e ben 7 comuni interessati dall’opera si coalizzano in nome del bene comune, fino a vincere la battaglia al Consiglio di Stato. E anche adesso, di fronte all’arroganza del potere, dimostrano di non voler cedere al sopruso e vogliono continuare, con ottimi argomenti, la giusta battaglia legale.

Onore al merito. Se percorrendo la pianura friulana il vostro occhio verrà colpito dagli orrendi piloni di Terna, non fatevi fuorviare. Se guardate bene, dietro a questo monumento all’ingordigia, se ne staglia uno, invisibile agli occhi ma ben più alto del campanile di Mortegliano: è la dignità, il senso della legalità e del bene comune che il nostro Friuli sa ancora esprimere pur di fronte ad una grande ingiustizia.

Come andrà a finire? La storia ci insegna che i monumenti eretti dalle dittature di solito vengono abbattuti e di essi non rimane traccia. I buoni valori e il senso di dignità di un popolo, invece, attraversano le generazioni.

Roberto Pensa
Roberto Pensa
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