Messaggero Veneto

Martedì 27 Ottobre 2009

 

Il valore del lavoro

di Roberto Muradore Segretario Generale Cisl Udine

Da prima la crisi e attualmente le dichiarazioni lapalissiane del ministro dell’Economia hanno riacceso, dopo un lungo e colpevole oblio, l’attenzione sul lavoro, sui lavoratori. Abbiamo attraversato, e ancora la stiamo vivendo, una fase nella quale il lavoro più era deregolato, sottopagato e precario e più avrebbe, a detta di molti, risolto i problemi di competitività del nostro sistema produttivo. Per lunghi anni, pezzi importanti del mondo politico e dell’imprenditoria hanno teorizzato e praticato proprio questo. La svalutazione generale del lavoro è stata indotta da un errato convincimento.

L’errato convincimento che fosse possibile competere con le economie emergenti agendo quasi esclusivamente sui costi e sui prezzi. Questa idea, tanto ingiusta quanto inefficace, ha portato con sé uno svilimento dello status del lavoro, della sua considerazione sociale, impoverendolo non solo in termini salariali.

Il lavoro, anche il più umile, non è una merce, ma un valore. Il lavoro, che sia una dura necessità o una fonte di gratificazione, rappresenta un qualcosa di utile, alto e nobile per sé, la famiglia, l’impresa e la società tutta. Il lavoro è fonte di senso e momento di identità per le persone. Ridare valore al lavoro rivalutandolo economicamente, culturalmente e socialmente, riconoscendo, quindi, quanti ogni giorno producono e offrono beni e servizi.

Deve affermarsi la consapevolezza che solamente con il lavoro, certamente assieme a migliori organizzazioni aziendali, più innovazione, efficienti servizi e infrastrutture, si possono recuperare slancio e competitività. Il lavoro quale elemento fondamentale della competitività non perché costa poco, bensì perché finalmente riconosciuto e valorizzato.

Senza dubbio alcuno, bisogna ripartire dal lavoro dipendente, che è stato ignorato dalla politica e bistrattato da troppi imprenditori. Il lavoro usa e getta non ha portato bene né a chi lo ha subito né alle imprese stesse.

I lavoratori che vivono nell’incertezza e per di più sono anche mal pagati non è che siano particolarmente motivati e responsabilizzati e sono bravi, anche troppo, a impegnarsi in quello che fanno. Il confine tra flessibilità e precarietà si è troppo spesso spostato verso quest’ultima e vanno recuperate una maggiore stabilità e una maggiore sicurezza, in quanto questi sono bisogni fondamentali per ogni essere umano. È sciocco, se non in malafede, sostenere che le nuove generazioni non gradiscono più il cosiddetto posto fisso. Basti pensare come i concorsi pubblici, il cui esito positivo è proprio un lavoro garantito, siano tanto partecipati da doversi tenere addirittura nei palazzetti dello sport!

La flessibilità, anzi, le flessibilità di orario, di prestazione, di salario, ecc. possono essere utili e positive. Hanno, però, assunto un’accezione negativa per l’utilizzo che se ne è fatto. Vanno considerate le esigenze espresse dalle aziende, ma le imprese devono rispettare i bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori in quanto, senza un minimo di reciprocità, non funziona.

Troppo spesso, inoltre, la flessibilità è stata la foglia di fico per nascondere, attraverso nuove tipologie di lavoro, un abbassamento del costo del lavoro stesso. I lavori cosiddetti atipici, a termine e parasubordinati vanno resi più onerosi del lavoro dipendente a tempo indeterminato poiché il rischio del lavoratore, non solo quello dell’impresa, va, nel contempo, riconosciuto economicamente e limitato nel tempo.

Ancora. Soltanto un’acquisizione continua di competenze può dare ai lavoratori possibilità concrete di sviluppo di carriera e, soprattutto nei periodi difficili, opportunità di impiego. Vanno, pertanto, seguiti e supportati anche nei periodi nei quali non sono occupati, sia con il sostegno al reddito che con la formazione e l’orientamento. Va, in definitiva, realmente coniugata la flessibilità con la sicurezza.

L’aspirazione a salvaguardare o migliorare le proprie condizioni di vita va nuovamente saldamente legata all’idea di impegno, di laboriosità e di fatica, non all’arte dell’arrangiarsi e alla furbizia che, sempre, portano alla prevaricazione dell’altro.

L’Italia è una repubblica, rifondiamola sul lavoro.

Roberto Muradore
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