Messaggero Veneto

Venerdì 29 Marzo 2013

 

In aumento i negozi aperti a Pasquetta

Cgil, Cisl e Uil non escludono blitz anche nel giorno di Pasqua e criticano i grandi centri: non è così che si vince la crisi

Tutti aperti o quasi. I grandi centri commerciali e le principali catene di supermercati terranno le serrande alzate a Pasquetta. Aperto il Città fiera, aperto il Bennet, aperto Panorama, aperti - ma solo al mattino - i supermercati Billa e, ovviamente, aperto l’Outlet village di Palmanova. Poche le eccezioni: resterà chiuso Arteni, il Carrefour e probabilmente anche l’Upim di via Savorgnana. «Ormai non ci sono più le feste - dicono i sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil - la legge consente ai commercianti di stare sempre aperti senza nemmeno dover comunicare nulla. Spesso gli stessi dipendenti scoprono solo all’ultimo momento che dovranno lavorare. E far valere il proprio diritto a trascorrere la Pasquetta in famiglia è sempre più difficile per commesse e commessi, sempre più precari e ricattabili».

Ma la cosa più grave, sottolinea Paolo Duriavig della Fisascat «è che queste aperture non sono servite a nulla, hanno peggiorato la qualità della vita di migliaia di famiglie senza portare alcun beneficio ai bilanci delle aziende che infatti continuano a chiudere e a licenziare». I sindacati insomma non hanno dubbi: la liberalizzazione delle aperture non ha attenuato l’effetto della crisi. «Se non ci sono soldi - aggiunge Claudio Moretti della Uiltucs - la gente non compra. Tenere aperti sempre aperti i negozi non ha determinato un incremento nei consumi che, anzi, continuano a diminuire». Il motivo, per i sindacalisti, va ricercato anche nel peggioramento delle condizioni di lavoro dei commessi.

Ecco perché - spiega Francesco Buonopane della Filcams Cgil «condanniamo gli imprenditori che, sfruttando una legge sbagliata, costringono i dipendenti a lavorare sempre». Anche a Pasquetta. «E non è escluso che qualche negozio decida all’ultimo di aprire anche a Pasqua - sostengono -, purtroppo per noi è ormai impossibile vigilare». Per questo motivo, Cgil, Cisl e Uil hanno aderito alla raccolta firme della Confesercenti, sostenuta anche dalla Cei, che chiede di ridare pieno potere alle Regioni in materia di commercio. L’obiettivo sarebbe quello di tornare a mettere un tetto alle aperture che la Regione, dopo una lunga e complessa trattativa con le parti sociali, aveva fissato a 28 mettendo tutti d’accordo, ma solo a parole.

Perché la norma aveva poi fatto scattare una raffica di ricorsi - con in testa quello dell’Outlet village di Palmanova - finalizzati a far valere invece il diritto a stare sempre aperti. Come accade adesso. Per la gioia di chi, quasi ogni domenica, riempie i centri commerciali e la rabbia di commessi, sindacati e Chiesa.

Cristian Rigo

 
 

Venerdì 29 Marzo 2013

 

Anche la Chiesa in campo contro la deregulation

«Chiudere la domenica, quando non è strettamente necessario è importante per noi perché ci permette di riposare, di stare in famiglia, di condividere tempo libero e interessi». Questo il testo di uno dei tanti volantini distribuiti per la campagna “Liberaladomenica” alla quale ha aderito anche la Cei. «Gli eccessi di liberalizzazioni penalizzano i piccoli negozi, costringendo imprenditori e lavoratori a sacrificare la famiglia», si legge ancora.

A chiarire i motivi dell’impegno della Chiesa in questa battaglia è stato nei giorni scorsi monsignor Luciano Nobile, parroco del Duomo: «La Chiesa da tempo sottolinea come la domenica sia la giornata più che mai dedicata alla famiglia. Non è giusto, quindi, che tutti siano chiamati a lavorare. Capisco che bisogna garantire i servizi essenziali. Ma il commercio non è certo tra questi. Per quanto riguarda il rischio di nostre possibili ingerenze sulla vita politica italiana, niente di più falso. L’unica verità è che siamo una Chiesa viva. Da qui la nostra partecipazione a questo genere di battaglie».

 
 

Venerdì 29 Marzo 2013

 

La campagna

Obiettivo 50 mila firme

Associazioni datoriali, sindacati e Chiesa uniti contro le aperture domenicali dei negozi per difendere il riposo garantito ai dipendenti nei festivi. L’obiettivo è quello di mettere un freno alla deregulation con una proposta di legge. La Confesercenti, che assieme alla Filcams, alla Fisascat e alla Uiltucs ha promosso questa campagna di protesta, ha coordinato tutta una serie di iniziative sul territorio friulano invita i cittadini interessati ad aderire a rivolgersi nei Comune dove è ancora possibile firmare.

«La raccolta di firme per la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare che ridia pieno potere alle Regioni in materia di commercio - spiega il presidente di Confesercenti Udine Sergio Marini - è quanto mai sentita in Friuli Venezia Giulia dove prima della totale liberalizzazione nazionale si era arrivati a una faticosa mediazione su 28 domeniche di apertura dei vari centri commerciali». Solo con l’iniziativa “Liberaladomenica”, quando la raccolta firme, è stata effettuate fuori dalle chiese, ci sono state più di 2.500 adesioni. L’obiettivo delle 50 mila firme quindi sembra vicino.

 
 

Venerdì 29 Marzo 2013

 

Caso Bernardi, protesta e sit-in dei sindacati

«Bloccata la consegna della merce».
Martedì potrebbe esserci un picchetto nella sede di Ronchis.

L’azienda assicura che la situazione sarà sbloccata al più presto. Infatti i vertici della Bernardi e del gruppo Coin si incontreranno anche nei prossimi giorni. Nessun allarme quindi. Ma Cgil, Cisl e Uil non nascondono la preoccupazione. E dopo aver indetto lo stato di agitazione sono pronti a un’iniziativa di protesta, un sit-in che potrebbe essere organizzato già martedì davanti alla sede della più importante catena dell’abbigliamento friulana a Ronchis.

«I negozi Bernardi non stanno ricevendo la merce - denuncia Paolo Duriavig della Fisascat che sta seguendo l’evolversi della situazione insieme a Filcams e Uiltucs - e senza gli abiti della nuova stagione primaverile ed estiva sarà difficile far quadrare i conti mantenendo la stessa quota di mercato. Per questo motivo siamo molto preoccupati. In a quanto ci è stato riferito il gruppo Coin ha sospeso al consegna della merce poiché vanta un credito non saldato di alcuni milioni di euro. Noi ci aspettavamo che dopo la cessione di 104 negozi proprio al gruppo Coin, ci fosse l’intenzione di investire e rilanciare la catena Bernardi, ma per il momento la situazione resta delicata».

A essere preoccupati per il loro futuro, secondo i sindacati, sono tutti i 130-150 commessi divise nei circa 50 negozi rimasti a insegna Bernardi in Friuli e nel resto del Paese. «In Friuli ci sono 25 negozi Bernardi e una decina della linea Go-Kids - continua Duriavig -. I commessi sono circa un centinaio senza contare i 70 dipendenti della sede centrale ai quali l’azienda non sembra più in grado di anticipare la cassa integrazione straordinaria. Abbiamo chiesto un nuovo incontro all’azienda, ma se non arriva la merce al più presto la situazione resta molto delicata».

Paolo Duriavig
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