Udine, 24 Settembre 2013

 
 

Intervento del Segretario Generale della Cisl di Udine Roberto Muradore all’Università di Udine.

In occasione della presentazione del libro di Luca Tarantelli “Il sogno che uccise mio padre”.

 
     

Grazie all’Università di Udine per aver accolto e fatta propria la proposta della Cisl di Udine di ospitare Luca Tarantelli per la presentazione dello splendido libro di cui è autore “Il sogno che uccise mio padre”.

A te, Luca, dico che oggi ti trovi in una Università d’eccellenza. Una Università, questa di Udine, del Friuli, che, nonostante i pesantissimi sottofinanziamenti dello Stato, ha saputo non solo resistere ma addirittura migliorare. E’ una comunità università seria, responsabile che, molto friulanamente, non si è attardata a lamentarsi e a rivendicare, ma si è rimboccata le maniche e si è data da fare per risparmiare, efficentare e migliorare.

Ritornando al tuo libro, Luca, voglio innanzi tutto rammentare tre delle considerazioni che Carlo Azeglio Ciampi fa nella sua breve prefazione:

- un libro, afferma Ciampi, che è una “immersione in acque profonde”, cioè nel cuore dell’uomo. E in realtà questo libro, come tu scrivi chiaramente, risponde ad una tua esigenza esistenziale, intima, per l’appunto “profonda”;

- scrive ancora Ciampi che il libro è “una storia italiana” che, tra l’altro, gli ricorda il film “La famiglia” di Ettore Scola. E in effetti nella tua personale ricerca hai incontrato tante e tali persone, hai attraversato tante e tali situazioni che il libro offre una descrizione e una narrazione reale e ricca di umanità dell’Italia durante un lungo periodo di tempo;

- Carlo Azeglio Ciampi, infine, sottolinea come tuo padre fosse convinto della “forza delle idee”, della capacità di queste, delle idee, di “trasformare la realtà”. E di questi tempi ci sarebbe davvero tanto bisogno di idee per migliorare una situazione sempre più grave.

In Cisl a Udine, la sala riunioni è dedicata a tuo padre e c’è una targa, che gli rende memoria e onore, sulla quale sono incise le parole “Hanno spezzato una vita per sparare a una idea“.

Mi preme di sottolineare alcuni, soltanto alcuni, degli insegnamenti che si possono trarre dal tuo libro e che erano fondamentali nell’azione e nel pensiero di tuo padre.

- Il primo è la continua ricerca del dialogo con chi ha idee diverse. Lo sforzo, quindi, di comprendere le ragioni degli altri senza, però, rinunciare alle proprie ferme determinazioni. Ed è proprio questo atteggiamento, insieme rigoroso e aperto, che può portare a sintesi più alte altrimenti, se non c’è un reale e reciproco ascolto, ci si impantana nello sterile scontro o, al contrario, per quieto vivere, si scade in forme di sincretismo per cui tutto va bene e si mettono insieme, artificialmente, posizioni tra di loro incoerenti ed inconciliabili.

- Il libro evidenzia poi una visione del ruolo degli intellettuali che è ben lontano dalla piaggeria e dalla vanità da cui questi troppo spesso sono ammorbati. Un intellettuale, quindi, che è in grado di vivere liberamente e in autonomia il proprio ruolo e non s’inchina ai potenti di turno. Deve, invece, essere capace di dare ai leaders, ai decisori dell’economia, della politica e della società spunti, riflessioni e idee non necessariamente simpatiche e gradite, ma utili perché smuovono la coscienza e la conoscenza e hanno l’ambizione di cambiare la realtà. Non servitori dei principi, ma pungolatori dei principi.

- Un’altra lezione di questo libro è che la violenza, di tutti i tipi, non porta mai a nulla di positivo, anzi. Al netto del terribile e criminale fenomeno terroristico, mi riferisco anche a quelle forme di intolleranza davvero troppo presenti nelle dinamiche e nelle dialettiche della politica e, ahimé, anche del sindacato.

Ho vissuto pienamente e fino in fondo gli anni della prima lacerazione sindacale, quella del 84, e poi gli anni della definitiva rottura dei rapporti dentro la categoria dei metalmeccanici, i primi anni 2000.

Auspico che quelle posizioni caratterizzate da violenza verbale e scritta, da insulti personali e, in una sola parola, dalla denigrazione dell’altro non trovino più spazio nel sindacato confederale.

E ci si ricordi, sempre, che l’antagonismo e il massimalismo non hanno mai portato bene ai lavoratori e, invece, hanno gratificato borghesissime e poco illuminate elites pseudo rivoluzionarie.

C’è, infatti, più coraggio in un serio riformista che in un falso predicatore antagonista che non sa cogliere mai nessun risultato e si attarda, inutilmente, a enunciare principi generali, per altro condivisibili da tutti, che poi, però, non sa in alcun modo concretizzare.

Servono riformisti sorretti da idealità, da idee e da visioni che tentino di trasformare in meglio, per quanto possibile, la realtà sociale ed economica e che non si limitino soltanto a una sua gestione contabile.

Questo è l’insegnamento principale per me, dell’opera di tuo padre che il tuo splendido libro mi ha riconsegnato.

I contenuti del libro, inoltre, rappresentano un monito agli attuali gruppi dirigenti della politica, dell’economia e della società, sindacato compreso, affinchè la smettano con il “breviterminismo”, cioè con quel cinico e interessato pensiero corto che dura, al massimo, dall’alba al tramonto e non riesce a pensare e costruire il futuro.

Il libro, infine, è una chiara condanna a quanti, troppi, si occupano e si preoccupano di se stessi, dei loro interessi di bottega, del loro “particulare”, disinteressandosi del tanto evocato quanto bistrattato bene comune.

Ezio Tarantelli, e lo splendido libro scritto da Luca ce lo rammenta, ha dimostrato che ci vuole pensiero, impegno, fatica, responsabilità, coraggio e visione per poter sperare in un mondo migliore e più giusto.

 

IL SEGRETARIO GENERALE
Roberto Muradore

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