Messaggero Veneto

Venerdì 12 Febbraio 2016

 

L’anno scorso fallite 120 imprese. La crisi torna ai livelli peggiori

A soffrire in particolare i comparti dell’edilizia: scomparse quasi tutte le realtà medio-grandi storiche. Male anche i distretti del mobile e della sedia. I sindacati: «Va facilitata l’operatività delle aziende»

Le aziende continuano a sparire. Il processo di desertificazione imprenditoriale – a otto anni dall’inizio della crisi – è ancora in corso e la crisi è tutt’altro che passata. A dirlo sono i dati dei fallimenti registrati dal tribunale di Udine.

Il 2014, dopo un’ascesa costante iniziata dal 2008, aveva fatto ben sperare con una flessione nel numero delle procedure concorsuali, passate dalle 125 del 2013 alle 103 dell’anno successivo. Ma a imprimere un forte colpo sulle speranze imprenditoriali è arrivato il 2015 che ha nuovamente fatto registrare picchi, arrivando a 120 fallimenti. Un’inversione di tendenza che a detta dei sindacati è «un indicatore preoccupante», segno che «siamo davanti – sottolinea il segretario della Cisl, Roberto Muradore – a un cambio epocale» e che «le politiche a difesa delle piccole e medie imprese – aggiunge Ferdinando Ceschia, segretario della Uil – si sono rivelate insufficienti».

A soffrire in particolare i comparti dell’edilizia, dove sono scomparse quasi tutte le realtà medio-grandi storiche del territorio, e i distretti del mobile e delle sedia «dove abbiamo perso – analizza Villiam Pezzetta, segretario provinciale della Cgil – più di quattro mila posti dal 2008 ad oggi e centinaia di ditte».

E il 2016 non promette nulla di buono. Soltanto nel primo mese sono state dodici le chiusure. Tra queste anche aziende storiche come Passimenti e Stratex, entrambe “corredate” dalla contestuale disposizione dell’esercizio provvisorio.

Dal 2008 ad oggi, sono complessivamente 767 le aziende dichiarate fallite in provincia di Udine, su un contesto economico che comprende 44.562 imprese attive.

«Siamo davanti a un cambio di paradigma culturale, economico e sociale – spiega Muradore –. È inutile nasconderci dietro a un dito e raccontare frottole. Le imprese devono smettere di pensare che la sfida si può vincere abbassando solamente il costo del lavoro. Questa la definirei la “via bassa della competitività” con la quale abbiamo già dimostrato di essere perdenti».

Secondo la Cisl bisogna, invece, rivedere i processi di produzione, puntare sulla qualità, rivolgersi a un mercato medio–alto «con prodotti – precisa Muradore – che siano contraddistinti dalla territorialità, dall’autenticità e dall’originalità». In poche parole: occorre tornare al Made in Italy e al Made in Friuli.

Ma in questo «processo di revisione», deve essere soprattutto la politica, secondo le organizzazioni dei lavoratori, a fare la sua parte. «Deve creare fattori di competitività e di contesto grazie ai quali le aziende possono ben operare. Va bene il rigore, ma non per fare cassa, ma per dare sviluppo al sistema produttivo».

Quel Friuli, isola felice degli anni ’80 e ‘90, non c’è più. «Siamo davanti a un bollettino di guerra – non ha timore a dirlo Ferdinando Ceschia della Uil –. Finora l’utilizzo degli ammortizzatori sociali ha allontanato i problemi. Le realtà aziendali sono ancora in sofferenza e il Friuli uscirà dalla crisi più tardi delle altre regioni». E se fanno fede i primi dati nel 2016 «penso che – conclude Ceschia – raggiungeremo purtroppo vette di fallimenti finora mai viste». Alla moria si aggiunge la denatalità «al dramma si somma il dramma – sentenzia Villiam Pezzetta, segretario provinciale della Cgil –. Ci sono sempre meno soldi e meno lavoro. È chiaro come il fenomeno non si sia ancora esaurito e ne usciremo indubbiamente più poveri. E chissà quando».

La speranza è riposta in Rilancimpresa «ma manca – conclude Pezzetta – la giovane imprenditoria. Mancano nuove speranze che diano linfa all’occupazione».

Davide Vicedomini

Roberto Muradore
Roberto Muradore
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