LA RICOSTRUZIONE COMINCIA DAL LAVORO

Venzone, 26 Aprile 2016 – Celebrazione del quarantennale dal terremoto del Friuli

Intervento introduttivo di Ferdinando Ceschia per CGIL CISL UIL territoriali

Quarant’anni fa, in una sera di maggio insolitamente calda, l’Orcolàt, cioè l’orco cattivo, come la tradizione popolare friulana definisce il terremoto, cominciò ad affondare con violenza le sue impronte, sconvolgendo l’orografia della nostra terra, le nostre case, i nostri paesi, la nostra comunità.
Nel caso del Vajont, tredici anni prima, l’Italia aveva appreso il disastro da un cartello sullo schermo televisivo e dall’interruzione delle trasmissioni RAI. Il terremoto del ’76 in Friuli ebbe subito, in tempo reale, un grandissimo impatto mediatico che ha lasciato innumerevoli tracce e documentazioni, provocando grandi sentimenti, emozioni, vicinanza, solidarietà, calore.
Nessuna di quelle sequenze o di quelle immagini crude tuttavia, per quanto riproposta, riuscirà mai a rendere a pieno l’intensità e i toni del dolore e della paura di quei giorni lontani, che le cifre inchiodano ai contorni del dramma. Mille morti, quasi 600.000 persone colpite tra le province friulane di Udine e di Pordenone, particolarmente nelle aree montane. 93.000 case distrutte o gravemente danneggiate, orizzonti resi irriconoscibili, altissimi picchi di magnitudo in una successione di scosse vissute come interminabili. In queste coordinate insiste tutto il perimetro di una vicenda sconvolgente, complicata da narrare, che siamo qui a ricordare e a celebrare, per quanti non ci sono più e per quanti rimasero a combattere una lunga battaglia. Per l’insieme dei significati e dei tanti valori che il terremoto provocò, esaltò oppure spense.
Ciò che era prima dopo non fu, o non fu più lo stesso, ed è forse per questo che ancora oggi stentiamo a comporre una lettura interamente condivisa delle cose che quel passaggio nevralgico comportò.
Rispettando la tradizione che ci vede come gente abituata a non piangersi addosso, proveremo a riprendere un filo che metta in relazione il prima e il dopo, per dare un’origine ed un senso più esplicito a quello che viene chiamato “modello Friuli”. Quello a cui tutti riconoscono un’ originalità altissima, che può essere preso a riferimento da chiunque per le sue risultanze migliori, ma che è tale perché si compose qui, tra questa gente, la sua cultura, le sue tradizioni, le sue identità, in quel modo particolare che tutte le comunità antiche e coese, in tutti i quadranti del mondo, possono, se rinvengono alcune coordinate di fondo, intrecciare e fondere in modo unico ed irripetibile.
Vogliamo che questo filo sia visibile, e che aiuti ad affermare alcune verità oggettive piuttosto in ombra se non proprio oscurate da interpretazioni parziali, riconoscendo merito pieno a soggetti che il “modello Friuli” lo hanno modellato, praticato e fatto vivere, ogni sacrosanto giorno, a partire dal 6 maggio 1976.
Parliamo delle lavoratrici e dei lavoratori che, dando respiro al loro bagaglio di riferimenti e di valori collettivi, diedero un contributo fondamentale a quella tragica e bellissima storia, perché seppero che cosa fare, a cosa dare priorità, e con quanta forza d’animo tenere la testa in alto, per una prova corale che amalgamò timbri e voci, spesso dentro gli spartiti di una musica che prima non c’era. In tutti questi anni abbiamo spesso ascoltato parole di apprezzamento su cosa sia stato il lavoro friulano in quei frangenti, ma secondo una dimensione astratta, asettica, formale. E non del tutto sincera. Come si trattasse di una sorta di microchip che funziona per chi ce l’ha addosso perché gli è stato innestato da qualcosa o da qualcuno, ed obbedisce prontamente ai suoi impulsi ed alle sue frequenze. Una accezione per noi di comodo, inaccettabile, pericolosa, per la sua manifesta strumentalità. Quando mancano i contorni precisi si può correre il rischio di andare troppo lontano, e quindi di perdersi.
Noi scegliamo di rendere onore e mettere in luce il popolo dei “senzastoria”, quello fatto di persone normali in carne ed ossa, con le loro paure e la loro forza, la loro tenacia e resistenza, e senza le quali oggi non ci sarebbe l’orgoglio e la fierezza di un obiettivo faticosamente raggiunto, di una promessa mantenuta, ma forse l’imbarazzo amaro che in altre circostanze, in altre tragedie, in altri momenti della storia o delle storie, non ha visto il popolo riuscire a prendere per mano il proprio destino e soprattutto a guidarlo.
In punta di piedi diciamo in premessa che il sisma del ’76 occorre inserirlo in modo accorto nel periodo storico in cui avvenne. Diversamente, non comprenderemmo le ragioni delle decisioni che ne seguirono. Decisioni che trovarono un alveo comune per esprimersi, ma non secondo un cammino piano, disteso e senza ostacoli. Furono infatti derivazioni e risultanze di un confronto molto serrato che in diversi passaggi assunse l’aspetto di uno scontro aspro e spigoloso, dentro e fuori le tradizionali forme organizzate, tanto sul piano delle egemonie quanto su quello delle mediazioni sociali che la politica e le istituzioni furono chiamate ad assumere, in ragione delle spinte e delle pressioni ricevute.
Alcune di queste spinte, quelle provenienti dal basso e senza dubbio le più incidenti e rilevanti in termini complessivi, le possiamo spiegare in virtù della profonda e diffusa domanda di partecipazione diretta delle classi popolari e delle loro componenti, volta a dare voce ai terremotati come soggetti e non come oggetti di attenzioni e di scelte, e questo dall’emergenza alla ricostruzione.
Questa forte, composita ed irruenta domanda di democrazia attraversò d’impeto lo stesso sindacato, rinsaldando le ispirazioni fondamentali, ma anche cambiando il suo linguaggio e la sua grammatica, assieme ad alcuni dei suoi schemi strutturali di funzionamento. La scelta di mettere in piedi, nell’ambito del neo costituito comprensorio dell’Alto Friuli, i cosiddetti Consigli di Zona, quali istanze più vicine e quindi più attente alle esigenze della base e del territorio, seguì, fino alla conclusione della loro esperienza, una ispirazione simile, anche se non proprio sovrapponibile, a quella delle Tendopoli e dei suoi Comitati. Questo modello, certamente impegnativo perché contenitore di contraddizioni espresse senza filtri, conferì al sindacato caratteristiche più dinamiche, più aperte, più libere, e soprattutto più autonome dai tradizionali meccanismi delle forme partito. Particolare questo che fu apprezzato dalla gente e contribuì a far crescere l’autorevolezza del sindacato nella complessa rete di relazioni che dal terremoto in poi si sarebbero moltiplicate e rese complesse.
Riportiamo alcuni spunti dalle cronache di allora.
Il giorno dopo il terremoto di maggio, CGIL CISL UIL, seguendo l’esempio che la Resistenza aveva introdotto durante l’occupazione nazi-fascista successiva all’8 settembre ‘43, diffondono ai lavoratori tutti l’indicazione precisa di pensare alle fabbriche prima ancora che alle case, ai vivi prima ancora che ai morti, perché dalla tragedia si sarebbe usciti solo difendendo caparbiamente la speranza concreta di un futuro concreto, messo a durissima prova, ma certamente non cancellato.
Intervistati, gli esponenti del sindacato dicono ai giornalisti: “Non contribuite a dare la sensazione che qui tutto sia finito, perché noi terremo duro”.
Zamberletti, appena nominato Commissario Straordinario alla Ricostruzione del Friuli da Andreotti nel settembre ’76, dopo la seconda terribile scossa, resosi conto di uno scenario apocalittico ancor più pesante, paventa come possibile una nuova Caporetto. Dice - “Se in Maggio si poteva pensare ad una ritirata strategica, ora è possibile la disfatta, la rotta”. Il nostro sindacato gli fa eco con compostezza : “Emozioni e sconforto non faranno del Friuli tabula rasa. L’inverno si avvicina, c’è colpevole ritardo nell’arrivo di roulotte e di prefabbricati. Negli alberghi della riviera adriatica vadano i bambini, gli anziani e le donne. Noi resteremo qui e non ci sarà esodo alcuno.”
Il “fasin di besoi” (facciamo da soli) scritto sui muri sbriciolati, non va letto come una bandiera di buia autosufficienza, di inspiegabile sdegnoso rifiuto dell’aiuto altrui, ma piuttosto come attestazione della volontà popolare di non voler delegare l’onere della reazione, scegliendo di non pietire, ma di rimboccarsi le maniche e di ricominciare subito a tessere una tela conosciuta.
Brevi coordinate sulla situazione del Friuli ante ‘76, per rendere ancora più chiaro il discorso sul prima e sul dopo, per aiutare il nostro ragionamento e dare un senso alle stesse immagini che abbiamo composto per la mostra fotografica.
La civiltà contadina, come cantata da Pasolini, stava chiudendo un’epoca e lasciando il posto ad una civiltà industriale. Il venire meno delle grandi famiglie patriarcali, generatrici di braccia, vedeva già allora consolidato il dato negativo di un declino demografico che giunge fino ai giorni nostri, e che ha sempre avuto una grande influenza sugli andamenti del mercato del lavoro e dell’occupazione. Era ancora presente, ma in ripiegamento, la tradizione dell’integrazione del reddito familiare da parte dei cosiddetti operai verdi o metalmezzadri, che in particolari momenti dell’anno lasciavano il tornio per l’aratro, producendo assenteismi concentrati, noti e pacatamente tollerati dall’imprenditoria di allora, figlia di una storia comune.
L’agricoltura aveva cominciato a modernizzarsi, meccanizzando la produzione, diminuendo le aree destinate al frumento, aumentando quelle destinate invece alla viticoltura, anche se solo molto più tardi si sarebbe affermata la filosofia delle DOC.
Da pochissimi anni si era interrotta l’emorragia dell’emigrazione. Eravamo ancora una terra di povertà e di confine, presidio militare avanzato nei confronti dei paesi dell’Est, con 1/3 dell’esercito stanziato nelle nostre aree, ed il vincolo delle limitazioni imposte all’economia dalle servitù militari. Nel 1975 il contrastato Trattato di Osimo aveva cominciato a mettere mano a conflitti confinari tra la Jugoslavia e l’area giuliana della nostra regione. L’industria risultava settorialmente variegata e diffusa in maniera disomogenea, ma già strutturata, e piena di spinte originali, messe in campo a partire dal boom degli anni Sessanta. La media di addetti per azienda era di 10,5. Sembra questo un dato di fragilità e di ridotta classe dimensionale, ma la storia si premurerà, di lì a poco, di ridurla drasticamente. C’era la chimica nella Bassa Friulana, il legno nel Triangolo della sedia e a Nord di Udine con autentici giganti del settore mobiliero quali Fantoni, Snaidero, Patriarca, la metalmeccanica in forte crescita e la siderurgia, con la Bertoli, la Safau, la Pittini e la sua l’innovazione delle reti elettrosaldate. Un nucleo radicato di aziende dunque, ancora influenzate dai modelli relazionali degli anni ’50, ma solide, e che per questo riusciranno a superare in piedi la prova del terremoto.
CGIL CISL UIL, sulla spinta delle grandi lotte del 68-72, della conquista dello Statuto dei Lavoratori, erano in crescita e nel pieno della stagione della federazione unitaria, che sarebbe durata più di 10 anni ed avrebbe influenzato la costituzione delle federazioni unitarie di grandi categorie: FLM, FLC, FULC, FULTA.
La cultura e la pratica sindacale di stampo classista, che perseguiva la coesione delle forze popolari attorno ai lavoratori, si esprimeva allora nella condivisione di uno stesso modello organizzativo su base provinciale, consentendo di ottimizzare e di integrare al meglio l’impiego dei rispettivi potenziali, con risultati che si riveleranno qui da noi, nel periodo considerato, importantissimi e potenti pulsori.
Le scosse di Maggio e di Settembre del ’76, consegnano queste condizioni e queste aspettative, ad una inattesa e sconvolgente occasione di verifica. Il movimento sindacale, con le sue donne e i suoi uomini, lo troviamo, nella fase dell’emergenza, sotto le tende e negli alloggi improvvisati, nel caos diffuso dei disagi e delle difficoltà più impensabili. Le sue tradizionali impronte costitutive, aperte e generose, da sole appaiono subito non bastare.
Su uno stesso terreno, oggettivamente privo di risposte certe, intercetta, venendone contaminato, altre componenti sociali, radicate, reattive ed estremamente vitali. C’è la “int”, cioè la gente comune, che una lunghissima storia di invasioni subite ha allenato a guardare sempre con sospetto tutto ciò che non proviene dal borgo, dalla dimensione e dai legami conosciuti. Ci sono ancora gli uomini e le donne della Resistenza, quelli che avevano costruito la Repubblica Libera della Carnia. Il quotidiano “Paese Sera” intervista il più attivo nell’opera di soccorso a Magnano in Riviera. Risulta essere Raniero Persello detto Goi, comandante della Brigata Osoppo. Ha perso la moglie sotto le macerie ma infonde coraggio a tutti. Ci sono i giovani del movimento studentesco con la loro forte voglia di cambiamento e il loro entusiasmo, magari da poco entrati nel mondo del lavoro. Ci sono gli autonomisti, che si stanno battendo da tempo per l’Università friulana. Cè la Chiesa, con la sua appassionata ed antica difesa della cultura e dell’identità. Ci sono infine i sindaci che, con il loro radicamento al territorio e la loro integrità istituzionale, daranno una magnifica prova di sé, per lungo tempo.
Segmenti diversi, storie diverse, che di fronte ad un avversario comune, ad una tragedia sconfinata, trovano la convinzione per legare le forze e indirizzarle. La fondata convinzione che la politica potesse correre il rischio di attardarsi su valutazioni di convenienza, su equilibri e calcoli di carattere elettorale, su schemi del tutto inadatti, fa crescere la volontà di verificare e di controllare in prima persona i percorsi, entrando in gioco apertamente, sperimentando ed alimentando forme e contenuti nuovi di agitazione e di proposta. Già a partire dal Luglio ’76 le popolazioni terremotate, gli abitanti delle tendopoli con il supporto del sindacato, sfilano davanti alla sede della Regione a Trieste, davanti alla Prefettura di Udine, nelle piazze e nelle strade. Una tenacia ed una fermezza che fungono da esempio e che contaminano positivamente il resto della società, producendo legami e soprattutto iniziativa. Ricordiamo un episodio che la storia ha dimenticato. Centinaia di soldati, gli stessi preziosi ragazzi che si stavano prodigando nell’emergenza del terremoto, sfilarono in corteo a Udine, sapendo con questo di rischiare il carcere militare perché il Codice lo vietava, per affidare al premio Nobel Dario Fo il compito di dare voce alla loro richiesta, quella che lo Stato concedesse ai giovani friulani il diritto al servizio civile, vicini alle loro case e alle loro famiglie. Un contenuto che tutti i parlamentari friulani avrebbero ripreso e portato a compimento con successo, attraverso la disponibilità del corpo dei Vigili del Fuoco. La necessità di coordinare razionalmente le attività di soccorso e di impiego logistico nelle zone del disastro, produce via via schemi e metodi, spingendo il nucleo originale delle coordinate che avrebbero poi dato vita la Protezione Civile.
Analoga considerazione sul versante delle tecniche antisismiche, di consolidamento dei vecchi edifici e di costruzione dei nuovi. Molti dei paesi rasi al suolo nel ’76, da più di un secolo erano classificati ad alto e ad altissimo rischio: Gemona, Tolmezzo, Venzone, Maniago, Spilimbergo, Tramonti, Sequals. L’attenzione a questa peculiarità ed il rigore nel far rispettare le norme avrebbero potuto salvare tante vite. Dopo l’esempio del Friuli, le norme si faranno più articolate e più stringenti, con l’impegno e lo studio attento degli ordini professionali.
C’è poi un altro aspetto importante che trova il modo di cambiare positivamente e sono le relazioni del sindacato con le parti datoriali. Una migliore registrazione delle rispettive missioni, spinta su un piano ineludibile, affina gli obiettivi comuni ed accresce il peso dei corpi intermedi nel trovare mediazioni alte a problemi complessi, pur partendo da presupposti diversi e spesso largamente contrastanti. CGIL CISL UIL ad esempio si battono contro la scelta di agevolazioni a pioggia, esonerando per molti anni da fiscalità e contributi tutte le imprese, indipendentemente dall’entità dei danni subiti. Si produrrà, dicono con ragione, una interruzione che la comunità pagherà nel tempo. Altro pericolo pesante lo rinvengono nell’ipotesi che possa radicarsi un’impronta di carattere assistenzialistico e che la nostra Regione autonoma, con la sua specialità alta, possa limitare le sue funzioni a quelle di dispensatrice di benefici piuttosto che a programmatrice e coordinatrice dei territori. Bisogna tenere alta la dimensione collettiva e la coesione sociale, dicono, evitando che prendano piede i particolarismi, i percorsi gelosamente individuali nelle tipologie delle abitazioni e nelle loro collocazioni nel territorio, seguendo linee contrarie alle nostre tradizioni, e che ci avrebbero potuto cambiare in profondità. Nel frattempo la realtà di ogni giorno apriva violentemente nuovi fronti difficili. La spregiudicatezza e la filosofia dei facili profitti, mettevano in campo la pratica dell’artigianato spurio, dei muratori improvvisati, del subappalto del subappalto. L’ultimo anello, quello che eseguiva i lavori, e si garantiva un margine di guadagno già ampiamente spolpato, esibiva in cantiere condizioni di lavoro degradate. Per le impalcature inesistenti o del tutto precarie, per i quadri elettrici sommari, per le innumerevoli violazioni delle più elementari norme di sicurezza, decine di lavoratori persero la vita e non sempre gli incidenti furono fatti figurare come incidenti di lavoro. Cosa dire del tentativo di infiltrazione mafiosa nella ricostruzione attraverso le figure dei “caporali”, che piantonavano i paesini pretendendo il pizzo dalle imprese e dai tanti lavoratori arrivati dal Sud. Di notte, alla stazione ferroviaria di Gemona, gli ispettori INPS, su denuncia dei sindacati, intervenivano per arginare il mercato delle braccia ricattate, e provare a garantire la legalità
I riferimenti potrebbero continuare ancora, a tratteggiare storie di cui la Storia con la S maiuscola non si è interessata, forse anche perché non abbiamo avuto il tempo di appuntarle, impegnati a fare altro. Dopo la ricostruzione decennale delle aree terremotate è apparso evidente che qualcosa di importante, nonostante tutto, lo avevamo perso per strada. Qualcosa che appartiene al nucleo immateriale delle identità collettive. Ci sono ancora, ma appaiono provate, indebolite, bisognose di nuovo ossigeno. Ma nel quadro di straordinarie parzialità che si sono mescolate ad altre parzialità per produrre un grande risultato e una grande vicenda, a noi preme dire ancora che le lavoratrici e i lavoratori, la gente del sindacato, sono stati protagonisti e non spettatori di quel magnifico colpo di reni magnifico oggi chiamato “Modello Friuli”. Lo hanno fatto generosamente, irrobustendo la corda dell’unità di intenti e di azione. Quella corda da allora è stata sottoposta a dure tensioni, e magari un po’ si è sfilacciata, ma non al punto di trovarci impreparati quando la crisi che ancora oggi ci morde i fianchi ha messo in ginocchio economie ed esseri umani. Nel 2005 e nel 2010, solo qui in Friuli, abbiamo chiamato alla lotta i lavoratori, riempiendo le piazze come non avveniva da decenni. In quasi 500 assemblee abbiamo parlato del terremoto, di come bisogna reagire di fronte alle difficoltà gravi, di quali risposte la nostra comunità avesse bisogno. Le risposte a queste domande aperte non sono arrivate e il perché di questo attiene all’incidenza ed al peso di questioni ancora irrisolte che i nostri tre Segretari Nazionali, Camusso, Furlan e Barbagallo, contribuiranno ad evidenziare e ad articolare.
In chiusura consentitemi di ricordando alcune persone, alcune delle quali non ci sono più, incontrate in questi 40 anni. Cavedoni, Molinaro, Barbacetto, Fabbro, Milocco, Fattoretto, Ponselè, Feleppa, Filippini, Zanier, D’Errico, Giustina, Del Mistro, Boezio, Romano, Di Doi, Salvador, Dorigo. Non sono delle star come Marchionne. Erano semplicemente al loro posto quando ce n’è stato bisogno e hanno fatto il loro dovere per intero. A loro un ringraziamento sincero. Al popolo friulano, al respiro che ha legato tutte le cose ricordate, un applauso ed un tributo d’onore.
Grazie.

Ferdinando Ceschia
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Cgil Cisl Uil
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