02 Ottobre 2011

 

La Cisl contesta i dati Istat: poco lavoro, tanti precari

Il segretario Mason: il metodo di rilevazione per le statistiche va rivisto. L’allarme del sindacato: in provincia di Udine 6 mila persone rischiano il posto

di Cristian Rigo

Nessuna ripresa. Per la Cisl non ci sono dubbi. Dopo la crisi, «affrontata a colpi di ammortizzatori sociali, non c’è stata nessuna strategia per favorire lo sviluppo». Ecco quindi che il sindacato mette in discussione i dati Istat che hanno invece evidenziato una ripresa dell’occupazione (che cresce di oltre 10 mila unità) e contemporaneamente la riduzione dei disoccupati (che cala di 3mila unità rispetto al secondo trimestre 2010 e di 9 mila rispetto al primo trimestre 2011). Numeri che il sindacato contesta nel metodo e anche nel merito. «Il metodo con cui vengono raccolti i dati dovrebbe essere rivisto - attacca Paolo Mason della segreteria Cisl - le persone in cassa integrazione risultano occupati e sempre più spesso ci sono assunzioni per periodi molto brevi che rischiano di essere contate più volte: ma il posto di lavoro, precario, è sempre lo stesso. Per non parlare poi - aggiunge - del fatto che questi dati arrivano fino a giugno quando vengono conteggiate le assunzioni stagionali». Ecco perché il segretario della Cisl, Roberto Muradore parla di dati che non rispecchiano la realtà. «Una realtà - spiega - fatta sempre di più da lavoro precario e di bassa qualità. Basti pensare che su dieci assunzioni solo una è a tempo indeterminato. E quasi sempre si tratta di un lavoro di bassa qualità».

I numeri del sindacato infatti descrivono un’economia ancora in affanno con 240 aziende che stanno ancora facendo ricorso a strumenti di solidarietà e 6.156 addetti che rischiano il posto. «Perché la cassa integrazione ormai è diventata l’anticamera della disoccupazione - sottolinea Mason -. Siamo preoccupati per le Oru di Campoformido: dopo il secondo anno di cassa straordinaria cosa accadrà? Il fatturato non fa bene sperare e se non ci sarà crescita in 94 rischiano il posto. E il caso delle Officine riunite spa non è un caso isolato».

A conferma della situazione difficile, Mason evidenzia i dati del settore alimentare: «Solitamente quello alimentare è un settore che non risente troppo delle crisi economiche perché al cibo comunque non si rinuncia. E invece adesso vanno in difficoltà le aziende che producono prodotti di qualità perché la gente non ha soldi e quindi prima ancora che alla qualità guarda al prezzo. Un segnale preoccupante - sostiene - che deve far riflettere». Il settore più colpito dalla crisi resta, in provincia, quello metalmeccanico (con 69 aziende coinvolte e 1.843 lavoratori) insieme a quello del legno (88 aziende e 1.645 addetti).

Per il sindacato la soluzione è una sola: favorire la ripresa economica con piani di sviluppo che possano attrarre nuove aziende. «Ma nulla di tutto questo - dice Muradore - è stato fatto». Per invertire la rotta, secondo Mason, saranno fondamentali il super porto di Monfalcone e il polo chimico di Torviscosa. «Non si può perdere una simile occasione - sottolinea -. Il porto potrebbe essere finanziato per due terzi da privati e garantirebbe, tenendo in considerazione anche l’indotto, oltre 7 mila posti di lavoro. Senza contare il business legato alla costruzione dell’opera. A Torviscosa invece ci sarebbe la possibilità di creare un centro chimico di eccellenza, ma servono infrastrutture adeguate e una fiscalità in grado di attirare nuove aziende».

Paolo Mason
Paolo Mason
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