Messaggero Veneto

Lunedì 22 Giugno 2009

 

La crisi in Fvg

Una Friulia per il lavoro

di Fulvio Mattioni

Da un lato un calo atteso del reddito prodotto dall’economia del Fvg nel 2009 pari al 3,8%, almeno 60 mila lavoratori interessati dalla crisi in atto (tra licenziati, esuberi e sospesi), un calo dell’export del 29% nel primo trimestre del 2009, 890 imprese industriali perse nel periodo 2000-2008, un altro centinaio di imprese in stato di forte malessere o crisi. Numeri mai visti, neanche nella crisi del 1993 e del 1981/1983. E, dall’altro, il principale strumento di politica economica della Regione pervicacemente e auto-referenzialmente impegnato nelle sue “speculazioni” finanziarie.

Sto parlando della Friulia Holding, di cui la nostra Regione è socio di maggioranza. Friulia Holding che pare insensibile sia ai richiami del socio/padrone sia all’impegno morale e statutario di sostenere il mondo delle imprese aiutandolo, nel suo sforzo di fronteggiare la crisi e di consolidare i tanti posti di lavoro da essa messi a rischio. Di cui la vicenda Safilo è solo un esempio.

Da questo paradosso ha preso le mosse un convegno promosso dalla Cisl di Udine a cui hanno partecipato le parti sociali e due ex presidenti della Friulia Spa. Attratto dall’arcano, sento il bisogno di riassumere le principali acquisizioni e proposte emerse.

Che la Friulia Holding sia impegnata in attività speculative, lo dimostrano tre aspetti eclatanti, ovvero: 1) l’adozione di una gestione cosiddetta “duale” che ha lo scopo di massimizzare l’autonomia del management. Tutto il potere ai manager, insomma, ancorché pagati dalla Regione; 2) la gestione duale ha lo scopo di massimizzare l’utile della gestione stessa secondo un approccio squisitamente finanziario; 3) tutte le attività che distraggono risorse dall’impiego finanziario vengono limitate drasticamente in quanto contrastano con il fine della massimizzazione dell’utile.

Quest’ultima caratteristica è bene spiegata dal fatto che – secondo l’ultimo bilancio disponibile – meno del 15% degli 800 milioni di cui dispone Friulia Holding vanno a imprese private: qualche decina di esse operanti in attività terziarie e qualche altra decina in attività manifatturiere. Per valutare l’impatto di Friulia Holding sul settore industriale regionale si tenga presente che sono attive 3.550 società manifatturiere di capitale (che costituiscono, dunque, l’universo di riferimento per la sua attività). L’85% delle risorse, invece, giace congelato sotto forma di partecipazioni in società pubbliche. Tali partecipazioni, peraltro, non si giustificano né per la loro connotazione strategica né per la loro valenza industriale, ma semplicemente per il loro “ritorno” di tipo finanziario.

Questo modo di interpretare il ruolo della finanziaria regionale è figlio di questi ultimi cinque anni e le interpretazioni fornite per spiegare tale nascita sono essenzialmente due. La prima è che ciò è dovuto alla necessità di garantire un utile netto del 7% annuo alle banche che hanno versato in Friulia 120 milioni di euro. Essa mi convince poco perché credo che il mondo bancario regionale non ha una visione così ragionieristica del proprio ruolo e perché, soprattutto in un periodo come l’attuale, ha tutto l’interesse ad accentuare la sua funzione di partner delle imprese e della Regione in una prospettiva di rilancio e di crescita. Magari aumentando ancora le risorse messe a disposizione, limitandone il costo e diluendolo maggiormente nel tempo.

La seconda lo collega a un profondo distacco dall’economia reale, all’avere sposato la filosofia «dell’estrarre valore dal futuro» che sta alla base dell’attuale crisi mondiale, all’aver allestito una tecnostruttura «…per una finanza astratta» e, infine, all’aver perseguito una logica «…da finanziaria da fondi» (virgolettati, alcuni giudizi espressi dai partecipanti all’iniziativa emersi sulla stampa che mi paiono ben più convincenti).

Un ruolo che sconta la fine del settore industriale quale partner importante – assieme a quello terziario – dello sviluppo regionale del reddito e dell’occupazione. Uno sviluppo, dunque, che non ha bisogno dell’industria, essendo sufficiente l’apporto fornito dal terziario, meglio ancora se solo terziario avanzato. La nostra storia, quella italiana e quella della nostra regione, però, dice che solamente quando i due settori vanno a braccetto l’economia tira, l’occupazione aumenta e il benessere cresce.

Concordando su questa ultima riflessione, i rappresentanti dei lavoratori e delle imprese intervenuti all’iniziativa auspicano una rinnovata centralità del settore industriale ancorché rivisitata in modo innovativo per meglio adeguarla alla sfida che abbiamo di fronte. Che è il fronteggiamento della crisi, senz’altro, ma anche una fuoriuscita da essa con imprese e lavoro più competitivi. Quali, dunque, le proposte conseguenti?

La prima, rivolta alla politica regionale di maggioranza e di opposizione, è quella di riconoscere la vocazione industriale della nostra regione e il suo ruolo di volano dell’economia abbandonando il vicolo cieco imboccato nell’ultimo periodo.

La seconda è quella di rendere tangibile tale orientamento anche dal punto di vista istituzionale. Come? Ripristinando l’assessorato regionale all’Industria integrato, però, con i referati della Ricerca e dell’Innovazione. Ciò avrebbe il pregio di coinvolgere concretamente questi due sistemi nello sforzo di rendere più competitivo il settore. Settore che produce circa il 30% del reddito regionale, fa lavorare altri comparti dell’economia e, quindi, merita tale riconoscimento istituzionale.

La terza è quella di incardinare la nuova Friulia all’interno di una politica industriale che deve avere necessariamente come scopo l’ammodernamento di un settore che non può più centrare la propria competitività sul basso costo del lavoro. Questo vantaggio competitivo, infatti, è passato alle economie emergenti di Cina, India, ex paesi comunisti eccetera. La nuova Friulia, pertanto, potrà agire come un fondo sovrano che alimenta l’economia reale, ma all’interno di prefissati obiettivi di politica industriale.

La quarta proposta, e ultima, è di orientare l’attività della nuova Friulia verso tre direzioni strategiche di consolidamento e rinnovamento del settore industriale regionale. La prima è dedicata alle grandi e medio-grandi imprese e consiste nella sua partecipazione come finanziaria di sviluppo e di consolidamento finanziario nell’intento di rafforzare le imprese capo-filiera e/o capo-area territoriale. Senza di esse, infatti, si avrebbero ripercussioni negative su tutte le imprese della filiera e su territori a forte specializzazione.

La seconda è di porre in essere una politica che favorisce le aggregazioni d’impresa ed è, quindi, dedicata alle piccole e piccolissime imprese manifatturiere. Le piccole imprese, infatti, producono quasi la metà del reddito industriale regionale, ma, al contempo, hanno bisogno di adeguare la propria struttura per competere opportunamente sul mercato. Nell’attuale crisi tale politica è ancora più strategica perché consente a chi vuole crescere tale opportunità e a chi vuole abbandonare di farlo pensando che la sua attività viene valorizzata. Il ruolo di Friulia è quello di facilitare l’incontro degli uni con gli altri e di rendere disponibili i necessari servizi e i finanziamenti per gli investimenti del progetto di aggregazione.

La terza è dedicata a tutte le tipologie di impresa che intendono introdurre innovazioni e ricerca nel proprio ciclo produttivo. Il ruolo della nuova Friulia è quello di coordinare i vari soggetti che operano in questi due campi (con i quali potrebbe facilmente lavorare visto che starebbero all’interno del nuovo super-assessorato all’Industria) impegnandoli su progetti aziendali concreti.

Una scelta politica e istituzionale chiara in favore del rilancio manifatturiero e dell’economia (l’assessorato all’Industria di cui prima) e una Friulia per le imprese e il lavoro: questa, in sintesi, la proposta emersa dal convegno Cisl del 16 giugno 2009. Mi pare un utile contributo al dibattito in corso su come fronteggiare la crisi in chiave non meramente difensiva, ma attrezzando le nostre imprese e la nostra Regione per il dopo-crisi.

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Fulvio Mattioni
Fulvio Mattioni
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