Messaggero Veneto

Venerdì 01 Novembre 2013

 

LA LETTERA A SERRACCHIANI

LA REGIONE SI CONFRONTI COI SINDACATI

La crisi non è cessata e alcuni rovinosi effetti si stanno ora per concretizzare
Il futuro sarà migliore soltanto se cominciamo a costruirlo adesso

di Alessandro Forabosco Roberto Muradore Ferdinando Ceschia

Presidente Serracchiani

scriviamo questa nostra, nella convinzione piena che la crisi non sia cessata e che stiano per concretizzarsi ora, alcuni dei suoi più rovinosi e devastanti effetti.

Da tempo si sostiene che a problema complesso debba corrispondere risposta complessa. Potrebbe essere vero, a condizione che la complessità non si coniughi a tempi dilatati e che il quadro generale di riferimento componga una visuale sensibile e attenta ai particolari.

Il nostro particolare si chiama Friuli. Una dimensione che conosciamo bene, al punto che oltre dieci anni fa fummo in grado di cogliere la composizione, l’ampiezza e la profondità dell’onda d’urto che ci avrebbe investiti. Per dipanare una matassa aggrovigliata può servire la semplice conoscenza dei bandoli. Distinte compagini del Governo regionale hanno riservato nel tempo ai sindacati friulani una attenzione insufficiente e addirittura, in qualche caso, una esplicita avversità. Una tradizione negativa che vorremmo si interrompesse con Lei, aprendo una stagione di ascolto che avvertiamo come necessaria.

Dall’entrata dell’Italia nell’area euro, l’enfatizzazione degli aspetti monetari e finanziari ha corrisposto a una vistosa caduta di rilievo dell’economia reale, in particolare di quella industriale, produttiva. Un errore madornale e tutt’ora perdurante che ha messo in circolo scorciatoie e veleni, approntando gigantesche operazioni di salvataggio per banche e finanze, a discapito di motori autentici come il manifatturiero, in delicate fasi di passaggio. Non siamo ancorati a piani inamovibili, ma neppure subiamo il fascino di voli pindarici (ne abbiamo visti), che ci separino dalla realtà conosciuta per inseguire scenari astratti. La crisi è stata sottovalutata, ignorata, schernita, esorcizzata, allontanata. Abbiamo parlato di almeno un decennio quale fase di incubazione del disastro.

Il caso della Lehmann Brothers non può spiegare da solo la natura di un fenomeno che è diventato globale solamente dopo avere lungamente lavorato sul tessuto dei singoli sistemi e mercati. Un abbraccio mortale dal quale alcuni paesi e alcuni territori stanno provando a divincolarsi attraverso coordinate originali, proprie, endogene. Ecco, questi due ultimi termini, correttamente intesi, crediamo rappresentino una concreta chiave di volta per invertire la rotta, per ritrovare le identità e con queste la forza e la convinzione per reagire. Da noi, immotivatamente, questi termini adesso sono considerati un inciampo, un retaggio del passato, una anomalia da assorbire e semplificare sull’altare di scale parametrali ritenute più adeguate, maggiormente in grado di rispondere ai bisogni. Questo approccio corre il serio rischio di non portarci lontano.

Preservare e difendere le diversità non nemiche, è fondamentale, come lo è evitare repentine omologazioni tecniche e funzionali. La semplicità di condizioni, vantaggi, contatti, potenzialità, ha senso e può produrre benefici se legata a tutte le componenti materiali e immateriali che costituiscono fattore di aggregazione e di forza di una comunità.

Dopo il terremoto del ’76, i nostri sindacati fondarono il loro programma di impegno “Per la ricostruzione e la rinascita del Friuli”, stabilendo un nesso esplicito e sentito, un percorso binario, efficace e autentico che facesse della storia e delle esperienze maturate il punto di partenza e quello di arrivo. Il futuro può essere una dimensione attendibile se cominciamo a costruirlo ora, se siamo in grado ora di sistemare alcune coordinate necessarie a consentirlo. Non ci sono certamente soluzioni taumaturgiche e onnicomprensive, ma il buon senso è in grado di suggerire a riguardo alcuni percorsi possibili. Il futuro non potrà contenere tutto il presente, per scelta o per condizione oggettiva.

Nel presente saremo comunque impegnati a difendere ciò che abbiamo, a non arretrare, a tener duro il più possibile, ma non sarà sufficiente. Dobbiamo infatti avere il coraggio e la capacità prefigurativa di sostenere il cambiamento e l’evoluzione dei processi produttivi, di elevare una quota dell’attuale situazione, al di sopra delle dinamiche correnti, quotidiane, proiettandola al futuro dei prossimi 10/20 anni, nella programmazione di una dimensione sperimentativa, magari necessariamente limitata, ma in grado di poter contare, con continuità, sulle migliori condizioni d’insieme: credito, innovazione, formazione, contesto, internazionalizzazione. Così da coltivare ipotesi di sviluppo ampio, inteso in senso qualitativo e non solo quantitativo, collettivo e non solo individuale.

A nostro avviso, la Regione dovrebbe stanziare una quota di risorse specifica, pluriennale, affidando ai centri del sapere e della ricerca quali l’Università di Udine, il compito di studiare, affinare, divulgare e proiettare in itinere le risultanze del percorso sperimentale concordato, puntando a un rapporto aperto con l’intera collettività friulana, nelle sue diverse espressioni. Fungendo da antenna, da bussola, per orientare utilmente il resto dell’economia alle soluzioni saggiate come idonee, come utili e produttive. Con la dimensione quotidiana saremo costretti a fare i conti in ogni caso. Ma il senso di queste nostre considerazioni sta nella convinzione che questo non basti. Che non ci si possa accontentare di sedimentare il passato e di prefigurare il presente, perché il futuro preme, per vivere ed affermarsi.

Confidiamo che segnali di apertura al confronto sin qui registrati su questioni specifiche, assumano l’organicità e la cadenza di un percorso condiviso.

I segretari generali Cgil, Cisl e Uil di Udine

Cgil Cisl Uil
Cgil Cisl Uil
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Alessandro Forabosco
Alessandro Forabosco
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Roberto Muradore
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Ferdinando Ceschia
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