Messaggero Veneto

Mercoledì 11 Febbraio 2015

 

La memoria mai condivisa di Porzûs

di Andrea Valcic

Sarebbe bastato scrutare i volti dei partecipanti a quella giornata del 2003. Attorno a don Redento Bello e a Giovanni Padoan, al loro abbraccio, c’era ben poca comunanza dei presenti. Ricordo le frasi di circostanza, quasi di sufficienza, i discorsi caratterizzati dai distinguo da parte degli oratori, dei rappresentanti dell’Apo e dell’Anpi. Un clima che, invece di esaltare la straordinarietà dell’evento, poneva, quasi a futura memoria, le basi per una divisione perpetua. Quella stretta forte tra il comandante garibaldino e il prete partigiano dei fazzoletti verdi veniva dai piú sopportata come il gesto di due persone anziane desiderose solo di mettere fine a una storia maledetta.

Un ultimo desiderio da esaudire, politicamente corretto, da cui non potersi esimere, pena l’apparire dalla parte del torto. Ho ancora negli occhi l’immagine di loro due, soli, seduti al tavolino dell’osteria di Canebola, quasi ignorati.

Erano coscienti di questo isolamento, ritenendo comunque fosse loro dovere morale compiere quel percorso di perdono e accettazione. Una scelta, dunque, personale che a 70 anni di distanza dall’eccidio non trova ancora, e le polemiche di domenica scorsa lo dimostrano, un riscontro condiviso.

Certo è facile per chi oggi fa politica, per una classe dirigente nipote e non figlia di quel periodo e di quegli avvenimenti, usare termini come superamento, unità, valori della Resistenza. Si dà per scontato insomma che le ferite siano rimarginate, che il tempo abbia potuto lenire dolori e rancori, che la ricerca storica abbia svolto un ruolo taumaturgico per quegli anni. Non è cosí e non sarà cosí sino a quando non compariranno altri “Candido” e “Vanni”, un evento quasi impossibile. L’interpretazione ideologica dunque dell’eccidio di Porzûs e, piú in generale, di quanto avvenne al confine orientale è destinata a perdurare.

Il dramma nel dramma è che tutti hanno ragione da quel punto di vista, ma nessuno vuole riconoscere la verità altrui e cosí non si esce da un quadro in cui ogni pittore riconosce solo la sua pennellata.

Va detto che la sinistra ha fatto passi risoluti in questa direzione, necessari e doverosi per le responsabilità che il Pci portava sulla tragedia, ma anche per lo sbaglio di avere sostenuto per anni la teoria di un gesto isolato, di un Giacca “testa matta e fuori controllo” che aveva agito di sua iniziativa. Nella base del partito, tra ex partigiani e militanti, si andava giú in maniera ancora piú pesante: l’azione gappista non solo veniva giustificata, ma additata come esemplare nei confronti del “nemico di classe”. Come poteva essere altrimenti sulla falsariga della difficile – e anche ambigua, dopo la svolta togliattiana di Salerno – convivenza nella linea politica del fattore rivoluzionario con quello patriottico e resistenziale? L’Italia liberata era lontana dalle valli del Friuli. Ben piú vicino l’esercito di liberazione jugoslavo, il socialismo che sconfiggeva sul campo le truppe tedesche: la stella rossa sul bianco del tricolore sembrava piú concreta e vicina di quella bandiera monarchica e badogliana. Era un sogno che sembrava prossimo ad avverarsi, per il quale in migliaia erano caduti. E quanti non scelsero proprio quella strada, a guerra finita, pagando poi a caro prezzo la loro illusione di libertà ed eguaglianza.

Il 7 febbraio del ’45 le sorti della guerra erano già segnate. America e Inghilterra da una parte e Unione Sovietica dall’altra muovevano le loro pedine in Europa per definire zone d’influenza e domíni. Se a Yalta un righello ha grossolanamente disegnato i confini, restano ancora scoperti millimetri sulla carta geografica, ma chilometri, città e paesi reali, sui quali l’importante è arrivare prima del nuovo nemico, dell’ex alleato. Poi si vedrà.

Questo lo sanno i partigiani dell’Osoppo, i loro comandanti sono ufficiali che hanno scelto di continuare a combattere dopo l’8 settembre. Ma non hanno nessuna intenzione di finire agli ordini del IX Corpus sloveno. Sanno che la loro presenza in zona serve da deterrente a mire di espansione jugoslava. Rivendicare con orgoglio oggi quella scelta non significa però ignorare o, peggio ancora, negare che, sulle basi di quella organizzazione, sempre in funzione anticomunista, sorsero strutture paramilitari come Gladio e Stay behind, le cui operazioni andranno ben oltre gli scopi iniziali e faranno parte della strategia della tensione in Italia.

Conobbi alcuni di questi uomini in occasione proprio dell’incontro tra don Bello e Padoan, uno di essi mi dichiarò che non condivideva per nulla quanto aveva fatto il sacerdote. Lui e tanti altri non avrebbero mai perdonato.

Lo sapeva bene anche “Vanni”. Lo accompagnai a casa, un appartamento in un anonimo e triste condominio alla periferia di Cormòns, una notte dopo averlo avuto ospite con “Candido” a una trasmissione televisiva: avevano spiegato e ripetuto in studio per una platea piú vasta il loro abbraccio.

Quello che, finita la guerra, era entrato in paese alla testa dei suoi partigiani in sella a un cavallo bianco, sedeva in auto, vecchio e sofferente: «Non so se quello che abbiamo fatto - mi disse in friulano - servirà a qualcosa, ma era giusto farlo. Chel predi lí aè picinin, ma fuart come une piere. No simpri, ma veve reson lui». Porzûs una ferita che resta aperta, perché in troppi non vogliono si chiuda. Se pensassimo un istante quanto è costata, non solo a chi è morto, alle famiglie, ma al Friuli tutto, non dovremmo esitare. Aveva ragione don “Candido” prete e partigiano.

Andrea Valcic
Andrea Valcic
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