La Vita Cattolica

Giovedì 27 Marzo 2014

 

La radice «buona» dell'indipendentismo

di Roberto Pensa

Lo specchio di come dal centro politico del Belpaese si guarda alla realtà della «periferia», ce la danno in questi giorni i grandi «talk show» delle tv nazionali. Si parla, ovviamente, del cosiddetto «referendum» per l'indipendenza del Veneto. D'accordo, l'iniziativa è un po' ruspante, i numeri non sono certificati, attorno c'è molto (troppo) folklore, ma l'atteggiamento di supponenza e di velata derisione con cui alcuni inviati hanno trattato la questione è francamente insopportabile. Per chi ancora ha voglia di ridere, valga il sondaggio diffuso dal sociologo Ilvo Diamanti, uno dei più profondi conoscitori del Nordest: la metà degli elettori veneti dice di aver votato per il referendum o di essere intenzionato a farlo; il 55% è favorevole all'indipendenza.

I colleghi giornalisti più seri indagano a fondo, ma si fermano spesso al dato economico. La crisi pesa in tutto questo, eccome, ma basta a capire? In pochi si avventurano nel campo della cultura e dell'identità. La voglia di indipendentismo, di riscoperta delle culture e dei legami locali sta pervadendo l'intera Europa. Nei mass media italiani se ne parla pochissimo, ma la Catalogna è vicina alla celebrazione, entro l'anno, di un referendum autogestito per l'indipendenza dalla Spagna che ha un grande seguito popolare. E la Scozia il 18 settembre andrà al voto per l'indipendenza dal Regno Unito; analogo obiettivo hanno i Fiamminghi rispetto al Belgio, per non parlare di diverse situazioni del genere nell'Europa dell'Est.

E il Friuli? Apparentemente il panorama si presenta tranquillo, ma il fuoco cova sotto la cenere. Tutta Europa è sotto il fuoco di un movimento politico, economico e culturale di neocentralismo, da cui i cittadini si sentono in modo crescente vessati non solo dal punto di vista fiscale, ma anche di autonomia decisionale e colonialismo culturale. E il Friuli non fa eccezione. Le molteplici forme di «spending review», sotto la veste di necessità economiche, si risolvono in tutti i campi nell'accentramento di poteri e decisioni al centro, a tutti i livelli. I Comuni sono destinati a diventare sempre più grandi e «lontani», le Province destinate a scomparire, le stesse associazioni economiche di categoria seguono questa strada. Persino la legge elettorale nazionale, con le sue liste bloccate, è simbolo di decisioni sempre più calate dall'alto e di una politica che espropria il territorio.

C'è la percezione che l'economia, con la globalizzazione, e la politica, con il crescente accentramento decisionale a Trieste, come a Roma e Bruxelles, nel migliore dei casi ignorino ma sempre più spesso minaccino quel tessuto connettivo culturale che è fondamentale per la coesione sociale. Le principali correnti politiche egemoniche oggi in Europa fanno fatica a comprendere questo. Chi ha una formazione liberista, tende a considerare le identità culturali locali (come può essere quella del nostro popolo friulano) come un ostacolo allo sviluppo economico. Frequenti i giudizi di questo «mondo» per esempio verso la tutela della cultura e della lingua friulana: «Piuttosto è meglio studiare l'inglese e il cinese» si sente dire, come se la cultura servisse solo a «vendersi» meglio. Dall'altra parte, le forze di centrosinistra scontano spesso la pesante eredità «post marxista» nel giudicare l'importanza della cultura e dell'identità locale. Per Marx la cultura è una semplice sovrastruttura delle dinamiche economiche, e da sempre le forze politiche eredi di questa ideologia pensano che le riforme economico-sociali possano funzionare a prescindere dalle dinamiche culturali e identitarie del territorio. In tante prese di posizione dell'attuale maggioranza regionale sulla riforma degli enti locali, che ha scelto di ignorare del tutto e di considerare irrilevante il fatto innegabile che il Friuli-Venezia Giulia è composto di due distinte realtà culturali, si legge il disprezzo verso il fattore dell'identità friulana o giuliana vissuto come mero fattore di conservazione e di passatismo.

Così, di questo sommovimento culturale che sta attraversando l'Europa e che rivaluta le identità locali, rischiano di approfittarne solo i movimenti nazionalisti (c'è il caso recente del Front National in Francia, ma movimenti simili crescono ovunque e da qualche parte, come in Ungheria, sono anche al governo), intendendo con questo termine i fenomeni più beceri con il quale viene associato: chiusura, egosimo, isolazionismo e nei casi più gravi xenofobia e intolleranza verso il diverso.

Per la verità, nello scenario europeo, c'è un'altra grande corrente di pensiero politico che potrebbe intercettare questo movimento e trasformarlo in forza positiva e non disgregante per l'Europa. È il cattolicesimo sociale, che anche in Friuli ha un passato glorioso ma un presente molto debole e incerto. I cattolici, infatti, danno grande importanza alle culture e alle identità locali. Come scrisse Giovanni Paolo II nella «Slavorum apostoli», ciascun popolo ha un valore, per così dire, «mistico», nel senso che esprime in sé un riflesso peculiare che l'unico Padre gli ha affidato come «missione» in mezzo all'umanità. Ma, per i cristiani, nessun popolo è autosufficiente a se stesso, e questo disinnesca gli aspetti più deleteri del nazionalismo. Non a caso la componente cattolica è stata fondamentale nell'avvio del processo di integrazione europea, dell'«Europa dei popoli», prima che si imponessero le derive liberiste che vedono solo il «mercato unico». Inoltre i cattolici, in politica, sono depositari del grande valore della sussidiarietà, cioé dell'importanza che le scelte politiche ed economiche e il protagonismo sociale risiedano il più vicino possibile ai cittadini e alle loro formazioni sociali intermedie. Ecco perché in questo momento, in Europa, in Italia e in Friuli, c'è più che mai bisogno di voci che riportino al centro del dibattito politico la forza di questi valori, dell'«automomia solidale» contro l'«autonomia dell'egoismo».

Roberto Pensa
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