La Vita Cattolica

Giovedì 04 Settembre 2014

 

La ripresa che non c'è. Economia di guerra anche in Friuli

Anche quella friulana è un'economia di guerra? Non vogliamo esagerare, ma in parte lo è. La ripresa tanto agognata da numerose industrie friulane, soprattutto le più performanti, grazie alla loro internazionalizzazione, è condizionata, almeno nella tempistica, da quanto accade in Ucraina e, quindi, in Russia, piuttosto che in Libia e, in parte, in Medio Oriente. In Libia il Gruppo Danieli è rimasto con 25 addetti, ne aveva 600. Gli esportatori di mobili sono preoccupatissimi perché il mercato ucraino non tira come l'anno scorso. E non sono meno allarmati per quello russo.Il timore più grave è che venga ampliato l'embargo. Un embargo che colpisce già, in misura pesante con il calo dei prezzi, il comparto lattiero-caseario e quello ortofrutticolo. In queste pagine consideriamo alcune delle contraddizioni della ripresa dell'economia e del lavoro dopo le ferie.

I veri dati. Secondo la Cisl di Udine i «dati veri» sono questi: in provincia di Udine dal 2009 al 2013 hanno chiuso 379 imprese manifatturiere delle 886 spente di tutta la regione. Nel primo semestre di quest'anno hanno chiuso 56 imprese e 141 in Friuli-Venezia Giulia. Gli ultimi numeri parlano di 47.373 disoccupati nel primo trimestre del 2014 in regione e di 17.398 giovani che non lavorano e non studiano.

Paolo Mason, della segreteria Cisl, è convinto che in regione il lavoro riprenderà, anche con le grandi opere, ma sarà fondamentale avere degli obiettivi mirati, strategici che tengano conto dello sviluppo, ma pure dell'impatto sul territorio. Banale, nient'affatto. Perché la cultura del fare, negli anni recenti, ha prodotto tante volte irrimediabili disastri, oltre che corruzione. La vicenda Mose lo certifica.

Grandi opere, dunque, dalla terza corsia dell'A4 al Corridoio Adriatico Baltico. Ma - aggiunge l'esponente della Cisl - per rianimare l'economia locale servono anche interventi pubblici per mettere in sicurezza le scuole e tante altre strutture pubbliche, soprattutto per sistemare il territorio. «Queste sono le opere che nell'immediato darebbero respiro alle nostre imprese, queste sono beni comuni di pubblica utilità» insiste Mason.

Inoltre - prosegue - il patrimonio edilizio privato, quello datato, va reso sicuro e meno energivoro, anche attraverso opportune condizioni legislative in regione; «in questo modo si darebbe grande respiro alle micro imprese».

Strategico l'intervento sul manifatturiero, con una larga vocazione all'export: «Va assolutamente aiutato, ma non a delocalizzare, bensì ad internazionalizzarsi, cioè ad entrare in nuovi mercati», magari attraverso Finest e la Camera di Commercio.

Tante, forse troppe le imprese terziste dei grandi gruppi, dalla Danieli alla Fincantieri. La loro debolezza è intrinseca. Secondo Mason «bisogna creare le condizioni per cui Università e centri di ricerca siano al loro fianco per consentire di fare un salto di qualità, agevolando anche le aggregazioni». Per quanto riguarda il terziario, è giunto il momento di dire basta al proliferare di centri commerciali - insiste Mason -; in una regione dove la popolazione invecchia credo sia necessario incentivare il commercio di prossimità.

Il turismo ha vissuto una stagione pessima e non solo per il brutto tempo. Mason non ha dubbi: è un sistema che deve diventare più accogliente sfruttando tutte le potenzialità che il territorio, la storia, la cultura e le tradizioni mettono a disposizione.

Infine il comparto agroalimentare: vanno rilanciati i prodotti della terra e dell'industria di trasformazione favorendo il loro valore aggiunto.

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