La Vita Cattolica

Giovedì 13 Novembre 2014

 

La sfida friulana del post-autonomismo

di Roberto Pensa

Il grande successo della consultazione referendaria (ridotta al significato «consultivo» dal fuoco di sbarramento dei poteri centrali di Madrid) per l'indipendenza della Catalogna (oltre 2 milioni di elettori al voto, il 36% del corpo elettorale, con la vittoria del «sì» alla secessione dalla Spagna con percentuali dell'80%) ha spinto un istituto di ricerca nostrano (Demos & Pi per il quotidiano «La Repubblica») a saggiare l'umore degli italiani riguardo al «secessionismo». I risultati sono sorprendenti, perché in un Paese come il nostro, da sempre iper centralista e negli ultimi mesi immerso in un clima mediatico che accusa proprio le autonomie di essere causa di sprechi e inefficienze, la percentuale nazionale di favorevoli all'indipendenza regionale sarebbe del 31%.

Insomma, non lontanissimo dal quel 36% di persone che hanno partecipato al referendum secessionista in Catalogna. E, pur consapevoli che rispondere ad un sondaggio telefonico comporta molto meno impegno di partecipare ad un referendum «reale», si tratta di un risultato clamoroso. Interessante anche l'analisi sociologica dei «nuovi secessionisti». I più favorevoli non sono più gli imprenditori (42%) e i liberi professionisti (32%), che furono il tradizionale bacino di alimentazione della Lega Nord nella sua fase secessionista, ma anche gli operai (45%), i disoccupati (38%) e le casalinghe (30%). Non è dato sapere, purtroppo, quanti friulani sarebbero favorevoli all'indipendenza, ma il vicino Veneto primeggia con un 53%.

Evidenze che stridono molto con i risultati ottenuti dal cosiddetto «Plebiscito friulano», il referendum online promosso durante il mese di ottobre dall'associazione «Res Publica furlane». Vi hanno partecipato appena 6707 persone, il che rende il risultato insignificante: l'85,3% di sì ad un Friuli indipendente.

Quali le ragioni di un «flop» così colossale? Eppure l'iniziativa aveva riscosso un certo credito da parte dei mass media: i quotidiani locali le avevano dedicato spazio (pur con qualche accento incline al folclore piuttosto che alla politica). Non «la Vita Cattolica», che a questa consultazione non ha dedicato una riga, nemmeno per criticarla. E c'è una ragione precisa, la stessa che, a nostro avviso, ne ha decretato il fallimento e l'incapacità di intercettare il vento autonomista che arriva da Catalogna e Scozia. Una delle prime mosse dei promotori fu organizzare una iniziativa politica contro la costruzione a Palmanova di un campo di accoglienza temporaneo di tende per i profughi provenienti da Lampedusa. Insomma «noi friulani» contro «loro che vengono da fuori». Anche nella definizione del corpo elettorale della consultazione online emergeva, pur tra molte ambiguità, un concetto etnico di «iure sanguinis» della friulanità. Insomma, argomentazioni ammuffite, da leghismo d'annata, che nemmeno più la Lega di Salvini mette in relazione con l'indipendentismo e che sono diventate piuttosto terreno politico delle destre estreme. Oltre che, naturalmente, essere assolutamente estranee all'eredità multietnica e cristiana di Aquileia (e che quindi come cattolici respingiamo con forza).

A Barcellona e ad Edimburgo è successa invece un'altra cosa: la visione moderna di una comunità locale che ha nella lingua e nella cultura un riferimento fondamentale, aperta al mondo (pure alle migrazioni) ma che rifiuta di essere deprivata della propria identità da una globalizzazione (in primo luogo economica) selvaggia. Al punto che, tanto in Catalogna che in Scozia, tra i più caldi sostenitori dell'indipendenza ci sono pure parecchi immigrati (anche italiani).

È ipotizzabile un movimento del genere in Friuli? La capacità di mobilitazione dell'autonomismo tradizionale, ormai, è molto ristretta. Occorrerebbe un cambiamento di linguaggio, una rinnovata capacità di parlare a nuovi attori che intendono in modo differente il «localismo», che non partono dalla lingua e dalla cultura ma possono arrivarci riscoprendola come valore aggiunto: i giovani che rifiutano l'omologazione, gli ecologisti che respingono gli Ogm delle multinazionali e difendono il paesaggio dagli attacchi del mercato, i lavoratori del commercio e gli operai che vivono sulla pelle i danni della globalizzazione selvaggia, gli imprenditori e le forze sociali che capiscono che la diversità può diventare la marcia in più di un sistema locale nella competizione globale... Qualcuno saprà raccogliere in Friuli la sfida di questo post-autonomismo?

Roberto Pensa
Roberto Pensa
archivio

altre risorse: