La Vita Cattolica

Giovedì 10 Luglio 2014

 

Le note stonate di Redipuglia

di Roberto Pensa

L'aspetto musicale non è affatto in discussione. Nessuna critica per la sublime direzione del Maestro Riccardo Muti e per i 400 validissimi musicisti dell'Orchestra Luigi Cherubini che, insieme ai cori del Friuli-Venezia Giulia, del Verdi di Trieste e di Lubiana, Zagabria e Budapest, domenica 6 luglio sono stati protagonisti della splendida esecuzione del «Requiem» di Giuseppe Verdi sull'inedito e dolente palcoscenico del Sacrario di Redipuglia.

Niente da dire, ovviamente, anche sullo spirito di pace che ha permeato l'iniziativa, con la presenza al concerto dei presidenti delle repubbliche di Croazia, Italia e Slovenia, insieme alla presidente confederale austriaca.

Dove sono quindi le note stonate? Il Maestro Muti, presentando l'iniziativa, aveva sottolineato con arguzia il primato della musica sul dibattito storico: «Affidandoci alla sola razionalità - aveva evidenziato - l'uomo non ce la fa ad arrivare alla pace». Eppure, siccome attorno al concerto di parole ne sono state scritte e dette tante - dai mass media ma anche dai politici - e val la pena di fare qualche considerazione.

È riemersa, in questa occasione, con tutta la sua forza, quella deprecabile tendenza italica alla superficialità e alla totale mancanza di lettura critica delle pagine più difficili e meno onorevoli della nostra storia. Ma se vogliamo che il centenario della Grande Guerra non anneghi totalmente nella retorica e sia veramente un passo importante verso l'affermarsi di una memoria condivisa tra i popoli europei che si fronteggiarono nell'immane conflitto, occorre fare qualche passo in più.

Innanzitutto non c'è riconciliazione senza pentimento. I 100 mila morti di Redipuglia non sono le vittime di una ineluttabile catastrofe naturale. Sono il risultato di processi politici, economici e sociali con i quali i governi dell'epoca condussero l'Europa oltre il baratro della guerra. Se, da ogni angolazione la si guardi, la prima guerra mondiale era e rimane una «inutile strage», quindi immotivata e insensata, e non una «vittoria» (o una sconfitta per altri Paesi) da celebrare, forse per primi gli Stati nazionali eredi dei protagonisti della Grande Guerra dovrebbero approfittare di questo centenario per chiedere perdono ai caduti militari e civili, i propri e anche quelli dei «nemici». Di questo, però, non vi è traccia. Ma non c'è vera riconciliazione che non passi per una richiesta e una esigenza di perdono. Su questo tema, naturalmente, ci attendiamo un grande contributo da Papa Francesco, che sarà «pellegrino» a Redipuglia il 13 settembre prossimo.

Una seconda riflessione ce la offre il luogo dove si è svolto il concerto per la pace. In tanti hanno sottolineato che Redipuglia accoglie ben 100 mila caduti ed è uno dei più grandi sacrari al mondo. Una descrizione, questa, che si adatta bene al «Cimitero degli Invitti», quello originario inaugurato nel 1923 sul Colle di S. Elia, che si trova giusto di fronte all'attuale monumento. Il sacrario di Redipuglia di oggi, invece, è molto di più e molto altro: inaugurato il 18 settembre 1938, è una monumentale autocelebrazione del regime fascista e delle mire nazionalistiche ed imperialistiche dell'Italia, ideato e realizzato, sotto la supervisione dello stesso Mussolini, dall'architetto Giovanni Greppi e dallo scultore Giannino Castiglioni, senza badare a spese (alla fine il computo delle opere raggiunse la cifra esorbitante dei 45 milioni dell'epoca, rispetto ai 20 preventivati). Nella disposizione architettonica non vi è nulla di casuale ma, come bene ha scritto lo storico tedesco Oliver Janz, Redipuglia «incarnava come nessun altro (sacrario) la concezione fascista della guerra e della nazione: era una gigantesca apoteosi dell'uguaglianza, dell'anonimità e della disciplina militare oltre la morte, un trionfo - scolpito nella pietra - dell'istanza collettiva sull'identità (e sulla coscienza, potremmo aggiungere da un punto di vista cristiano... Ndr) individuale». La stessa scritta «Presente», ripetuta ossessivamente sui gradoni, fa riferimento al «rito dell'appello» degli squadristi fascisti. Non parliamo più solo di Grande Guerra, quindi, ma siamo già alla vigilia di quel delirio imperialista che porterà il regime mussoliniano a gettarsi nel secondo conflitto mondiale a fianco di Hitler; siamo nel pieno del vortice dell'italianizzazione forzata degli italiani «alloglotti», cioé parlanti sloveno e friulano. Lo stesso toponimo Redipuglia è significativo a questo riguardo, essendo l'italianizzazione bizzarra e fantasiosa dell'orginaria denominazione slovena di Sredi Polje.

Certo, a Redipuglia riposano 100 mila italiani inghiottiti senza colpa dall'«inutile strage» e questo giustifica ampiamente l'iniziativa del Maestro Muti, al di là delle strumentalizzazioni postume operate dal fascismo. Ma è accettabile che nessuno proponga all'opinione pubblica italiana anche una lettura diversa, sicuramente meno agile e più impegnativa, ma più vera e onesta, che non schivi sempre a pié pari le pagine più nere della storia nazionale? E ciò che è inaccettabile per l'Italia nel suo complesso, è addirittura scandaloso per il Friuli e la Venezia Giulia, in quanto nel conflitto del 1915-18 troviamo il concentrato di tutti i veleni che hanno ammorbato l'intero Novecento nelle nostre terre di confine.

Continueremo ora fino al 2018 con rievocazioni «politically correct», infarcite di generici inviti alla pace, che non aiutano ad andare più a fondo alla radice di quella tragedia? Il nostro Friuli, diviso nel 1915 tra i due schieramenti, potrà finalmente fare un passo verso una memoria condivisa, onesta e scevra dalle eredità dei contrapposti nazionalismi, tra chi stava da una parte o dall'altra del Regio confine, tra chi parlava solo italiano o aveva un'altra lingua madre rispetto a quella imposta dal Regno dei Savoia? Ben venga il Concerto di Redipuglia, ma solo se lo intendiamo come «incipit» inaugurale di un percorso ben più lungo e accidentato di autocoscienza storica del popolo italiano e del popolo friulano.

Roberto Pensa
Roberto Pensa
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