La Vita Cattolica

Giovedì 19 Luglio 2012

 

Leggi dell’economia o centralismo?

In questi concitati tempi di «spending review» sono quotidiani gli inviti dei «tecnici» ad arrendersi alle ineluttabili «leggi dell’economia». Vale la pena quindi di rifletterci un po’ sopra, nel modo più semplice possibile. E poiché nell’occhio del ciclone c’è il taglio degli enti inutili e troppo costosi, particolare rilievo assume la razionalità che dovrebbe sovrintendere la scelta della dimensione ottimale di una attività economica o istituzionale.

L’Occidente, dal 1945 agli anni Settanta, è stata improntato dal punto di vista organizzativo ed economico ai paradigmi del «fordismo». Tale filosofia organizzativa – il nome fu coniato negli anni Trenta dall’esempio dell’industria automobilistica statunitense Ford – punta alla massima meccanizzazione e razionalizzazione dei processi produttivi (il suo simbolo era la catena di montaggio), per garantire la quale si reputava necessario costruire grandi unità produttive, le cui economie di scala (impianti più grandi consentono di ottenere lo stesso prodotto ad un costo unitario inferiore) permettessero di ottenere una produttività più alta e di praticare ai consumatori prezzi più bassi per prodotti di massa molto standardizzati e omogenei.

Tale modello di sviluppo, dal punto di vista industriale, è entrato in crisi negli anni ’70 ed è crollato definitivamente negli anni ’80.

I magazzini rimanevano stracolmi di beni di consumo, a buon prezzo sì, ma incapaci ormai di rispondere alle esigenze sempre più personalizzate, diversificate ed evolute dei consumatori/utenti. Si impose un nuovo tipo di produzione, dove vincente non è la riduzione del costo, ma la capacità di soddisfare i bisogni del consumatore con prodotti sempre più «su misura» (preferiti ancorché più costosi).

Tutta questa digressione per osservare un fatto curioso: non c’è ragionamento sulla «spending review» in Italia che non sia improntata al più rigoroso e ortodosso – quanto anacronistico – «fordismo».L’imperativo è «tagliare teste», a cominciare dagli enti più piccoli e periferici, per condensarli in enti più grandi e più centrali, nella dogmatica affermazione che questi saranno più efficienti. I bisogni dell’utente, l’utilità che egli può trarre dai servizi offerti e i costi che dovrà sopportare per usufruirne non vengono presi in minima considerazione. Con il rischio di creare enormi «catene di montaggio» di servizi pubblici da cui i cittadini e imprese non potranno trarre più nessuna utilità o che non saranno più in grado di utilizzare.

Un esempio concreto? Lunedì 16 luglio a Tolmezzo due rappresentanti degli avvocati sloveni e austriaci hanno animato un interessante confronto tra il loro e il nostro sistema giudiziario. In entrambi i Paesi confinanti, la distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio risponde al primario criterio della prossimità della giustizia al cittadino. Poco importa se ciò si traduce in Preture con appena 2 o 4 magistrati in servizio. Prevale la convinzione che se la giustizia è accessibile facilmente e il giudice è percepito come «uno tra la gente» («uno che incontri per strada in paese», ha detto l’avvocata slovena in modo molto efficace), ciò si traduce in legalità, ordine e corretta impostazione anche delle relazioni economiche e civili, con enormi vantaggi per tutti (anche per il Fondo monetario internazionale, l’efficienza del sistema giudiziario è uno dei principali fattori di competitività internazionale di un Paese, e ciò attualmente penalizza fortemente l’Italia).

L’efficienza? In Carinzia in queste «mini Preture» si arriva alla sentenza di primo grado in appena 9 mesi (a Tolmezzo, che comunque è nel gruppo dei più efficienti tribunali italiani, ci vogliono almeno tre anni). Anche in Slovenia, nel circondario di Nova Gorica (con 3 preture distaccate, ad Ajdovš¤ina, Tolmin e Idrija, a poche decine di chilometri una dall’altra) le controversie personali e familiari vengono giudicate in tempi inferiori all’anno, mentre per le cause commerciali non si va oltre i 2-3 anni. Come si fa ad essere efficienti anche se piccoli? In Austria, ormai da 20 anni, si investe massicciamente nell’informatizzazione, grazie alla quale gestire con poco personale sedi periferiche sul territorio (anche su scala mondiale!), in modo coordinato come fossero un’unica entità, non solo è possibile ma anche relativamente semplice.

Ebbene, dopo la «spending review» i cittadini di Tarvisio saranno distanti quasi 100 km dal loro tribunale di riferimento, e dai punti più periferici dall’Alto Friuli, con i mezzi pubblici ci vorranno più di tre ore per raggiungerlo. Che costo implicito avrà tutto ciò per la gente? In quanti, cittadini e imprese, rinunceranno ad avere giustizia, con le conseguenti inefficienze? Il maxi tribunale di Udine (sarà uno dei circondari giudiziari più estesi in Italia) non diventerà troppo pachidermico, imponendo a cittadini e imprese gli enormi costi impliciti di una eccessiva durata dei processi?

Ma se tutto ciò non risponde alla razionalità economica, a quale criterio è allora ispirata la «spending review»? A ben vedere essa non è altro che l’ennesima manifestazione dell’italico centralismo: il «centro» (il luogo dove risiedono i poteri forti) riversa i costi della crisi (in termini di minori servizi) sulla periferia (le aree più deboli). L’antidoto è il rilancio dell’autonomia del Friuli Venezia Giulia, che non è la ricerca di un privilegio. È il farsi carico dei costi della crisi che ci competono, ma partendo dalla coscienza della nostra peculiarità (a partire da quella culturale), così forte da esigere una riprogettazione delle architetture istituzionali (Regione, Province e Comuni...) e amministrative (giustizia, burocrazia ecc...) che parta dalle esigenze particolari del popolo friulano e giuliano e che impone soluzioni diverse da quelle che calano dall’alto da Roma.

Roberto Pensa