La Vita Cattolica

Giovedì 05 Marzo 2015

 

Economia&società. La crisi che continua,
la ripresa che non c'è. Intervista con Fulvio Mattioni.

Modello Friuli, caro estinto

Dopo aver indagato sull'autonomia, con un saggio scritto insieme al sociologo Bruno Tellia, l'economista Fulvio Mattioni scruterà il presente ed il futuro del «modello Friuli» per concludere che, semmai è esistito - ma bisogna tornare a 40 anni fa, cioè ai tempi della ricostruzione post-terremoto -, oggi è scomparso. Le sue provocazioni e quelle di Tellia ritorneranno in un libro di prossima pubblicazione. Con Mattioni indaghiamo sulle aree recintate dentro monoproduzioni che, guarda caso, faticano più di altre a sganciarsi dalla recessione.

In questi mesi ci siamo sforzati di cogliere i seppur timidi segnali di ripresa economica, provando a rilanciarli, per concludere che anche il Friuli, dopo il vicino Veneto, sta finalmente uscendo dal tunnel. E riconoscendo alla Regione l'impegno ad accompagnare questo percorso, ad esempio con le misure di «Rilancimprese». Ma ficcando il naso nei distretti industriali, che dovrebbero essere la locomotiva del manifatturiero, che cosa abbiamo scoperto?

Che nel terzo trimestre del 2014 l'export dei distretti del Friuli-Venezia Giulia ha accusato un calo (-5,2%), dopo quattro trimestri di crescita superiore alla media italiana. Ha pesato soprattutto l'inversione di tendenza della componentistica e termoelettromeccanica friulana (-8,5%), che, dopo un ottimo 2013, ha subito un calo dei flussi esportati negli Stati Uniti.

Altri tre distretti della regione hanno chiuso il terzo trimestre dello scorso anno in territorio negativo: si tratta del prosciutto di San Daniele (penalizzato dal ridimensionamento delle vendite negli Stati Uniti dopo il balzo del 2013), i coltelli e forbici di Maniago (che ha risentito soprattutto delle perdite subite in Germania e Russia) e gli elettrodomestici di Pordenone (in forte calo in Russia e Germania). Sono cresciuti, invece, gli altri tre distretti della regione: il mobile di Pordenone (+11,3%), le sedie e i tavoli di Manzano (+4,2%) e i vini del Friuli (+3,7%). Le sedie e i tavoli di Manzano sono riuscite a riportarsi in territorio positivo dopo otto trimestri consecutivi di calo, grazie al ritorno alla crescita sul mercato tedesco, al contributo positivo del Regno Unito e al balzo delle vendite in Arabia Saudita, ma, come vedremo in un specifico articolo, la svolta ancora non si vede. I vini del Friuli, infine, sono stati spinti dalla significativa crescita delle vendite in Australia, Cina e Giappone, che ha compensato gli arretramenti subiti negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Tuttavia, anche i tre distretti in crescita nel 2014 evidenziano un significativo ritardo rispetto ai livelli pre-2009.

Possiamo, in qualche misura, tirare un sospiro di sollievo? No, a sentire l'economista Mattioni che, dopo aver certificato quanto costa l'autonomia, dimostrerà a breve, in un altro libro, prefatto da Bruno Tellia, quanto costa l'economia friulana, in misura tale da impedirle di decollare. E gli danno ragione, purtroppo, i dati della disoccupazione. Nell'ultimo trimestre 2014 il Friuli-Venezia giulia ha perso 14.600 posti di lavoro (-2,9% contro un +0,7% in ambito nazionale), di cui 10 mila solo nel manifatturiero. In controtendenza i 1600 posti in più delle cessazioni nell'alberghiero e nel comparto della ristorazione e, addirittura, i 3300 posti in attivo nell'edilizia.

«Caro modello Friuli» s'intitolerà il prossimo lavoro di ricerca ed editoriale di Mattioni. Quel ‘caro' come va interpretato, in senso nostalgico? «È un caro che si riferisce ai costi - esorbitanti - di questo modello. Costi nel passato e nel presente. Tanto che in Veneto l'economia tira, per una differenza del 10% dei costi complessivi, in Friuli ancora no. L'imprenditoria aspetta le misure agevolative della Regione, ma poco o nulla agisce in proprio, come invece fanno gli industriali veneti».

Non ritiene di sbagliarsi? Imprenditori e lavoratori friulani hanno dimostrato di essere i più dinamici... «Dinamici in che cosa? Nello sfruttare l'assistenzialismo, anche ai tempi della rinascita dal terremoto. Che cosa, oggi, stanno investendo di proprio? Aspettano la Regione».

I provvedimenti di «Rilanciamprese» saranno decisivi per accompagnare la ripresa? «La Regione ha messo in bell'ordine le misure che in gran parte erano già operative. Mancano, di fatto, politiche industriali che sappiano attrarre gli investimenti».

Che cosa stiamo pagando? «L'euforia del recente passato quando c'illudavamo, a partire dall'allora presidente della Regione, che il nostro futuro sarebbe stata l'economia della conoscenza. E bistrattavamo il manifatturiero. Il vicino Veneto, dove questo non è accaduto, da tempo ha ingranato la marcia della ripresa. Noi ancora no».

L'osservatorio di Intesa San Paolo sui distretti dimostra, nelle ultime rilevazioni, che il distretto della sedia sta recuperando. «È un'illusione, a sentire gli imprenditori ed il sindacato del territorio. La selezione di aziende purtroppo continuerà».

Ci sono alternative per la produzione di sedie nel Triangolo? «No, bisogna cercarle. Ma, attenzione, il primo sforzo va fatto in direzione del consolidamento di quanto di buono c'è già. Ci sono industrie di nicchia che stanno reggendo. Una saggia operazione di marketing potrebbe aprire nuove prospettive».

Anche lei insiste sul marketing. Non le sembra una parola magica? «Tale l'hanno fatta intendere i soloni del marketing che arrivavano da Milano facendoci spendere un sacco di quattrini inutilmente. Ci sono risorse nel territorio da sfruttare in questo senso. Ma certo non limitandosi ad investire 14 mila euro, come hanno fatto i Consorzi industriali. E neppure operando come l'Aussa Corno, dove si sono verificati buchi imperdonabili, autentiche voragini».

Il modello Friuli, dunque, è tutt'altro? «Oggi è il caro esinto. E non so se può resuscitare».

Gemona ha invitato perfino Papa Francesco per il 40° del terremoto. Anzitutto per ricordare i morti, ma anche per far memoria di un modello, quello della ricostruzione, che circa 40 anni fa ha contraddistinto il Friuli in tutto il mondo. «40 anni fa, appunto. Diverse erano le circostanze. Poi ci siamo adagiati».

Adagiati su che cosa? «Su quella cultura dell'assistenzialismo che è scaturita dai grandi aiuti e dalla più grande autonomia che all'epoca ci sono stati riconosciuti. Tanto che il Veneto, oggi, pur non godendo delle nostre prerogative, è più avanti. Facciamo problema a mettere insieme le Camere di commercio - per esemplificare - quando un unico ente gestirebbe tante imprese quante ne ha la Camera di commercio di Treviso».

La responsabilità è della politica e dell'amministrazione? «È, prima ancora, dell'imprenditoria. Che cosa ha fatto, in Friuli, per favorire la partecipazione dei lavoratori, come è avvenuto in Veneto? Lavoratori che stanno trainando la ripresa, magari incentivati dai premi di produzione».

Premi che in Friuli si contano sulle dita di due mani. «Appunto. Si diceva della maggiore dinamicità dei vicini. Provate a chiedere, ad esempio, i dati sul turismo. Dalla Regione Veneto li riceverete in tempo reale, comune per Comune, cosicchè un albergatore o un ristoratore può capire immediatamente quali sono i trend. In Friuli-V.G. bisogna aspettare giorni, dopo aver fatto una lunga trafila burocratica. E il nostro Turismo Fvg lo paghiamo profumatamente».

Fulvio Mattioni
Fulvio Mattioni
archivio

altre risorse: