Messaggero Veneto

Martedì 24 Settembre 2013

 

«Modernizzazione: il sogno tedesco che uccise mio padre»

Parla Luca Tarantelli, figlio del giuslavorista ucciso dalle Br.
Oggi presenterà a Udine la biografia dedicata al padre

Nella tarda mattinata del 27 marzo 1985, Ezio Tarantelli, docente di economia all’università romana La Sapienza, lascia l’ateneo. Si sente chiamare: «Professore!», e si volta, appena in tempo per vedere la mitraglietta Skorpio puntata contro di lui. Cade, colpito da diciassette proiettili. Le Brigate Rosse, che rivendicano l’attentato con un lungo documento lasciato sul posto, spiegano di averlo voluto colpire per il suo lavoro, volto a sostituire la scala mobile con altri metodi di aggiornamento salariale.

All’epoca il figlio Luca, tredicenne, rimuove completamente il fatto, e con esso la figura del genitore. A indagarla e a riappropriarsene pensa molti anni più tardi, prima con un documentario Rai e poi con una biografia, Il sogno che uccise mio padre, recentemente pubblicata da Rizzoli: oggi ne parlerà all’Università di Udine, in via Tomadini, presenti Cristiana Compagno, Francesco Marangon, Roberto Muradore, Marina Brollo e Flavio Pressacco.

Tarantelli, nel libro c’è il giuslavorista, ma prima ancora l’uomo... «Dietro uno studioso, o un pensatore, c’è sempre una persona. Io ho cercato di ricostruire il complesso delle idee e delle attività di mio padre attraverso il copioso materiale che ha lasciato, ma anche con l’ascolto di tante persone che gli erano state vicine. In parallelo racconto anche la mia evoluzione personale, perché, quando mi dettero la notizia dell’attentato, reagii chiudendomi completamente all’accaduto: “È successo. Cerchiamo di pensarci il meno possibile”...».

Nessuna elaborazione del lutto, solo la rimozione. «Appunto. Mi è rimasto, così, solo un racconto famigliare, anche un po’ mitologico. E solo dopo parecchi anni mi è sorto il desiderio di riappropriarmi di questa figura paterna che mi era stata tolta e che io avevo cercato di cancellare. Di capire quali fossero le idee che gli erano costate la vita».

Qual era il sogno per il quale morì Ezio Tarantelli? «Semplicemente quello di una modernizzazione del Paese, per quanto riguarda l’inflazione divorante, da bloccare al più presto. E per quanto riguarda la concertazione, che avrebbe dovuto sostituire l’esasperata conflittualità di quegli anni, nonché la gestione della cosa pubblica, inquinata da un clientelismo che bruciava risorse finanziare e umane. Mio padre guardava al modello tedesco, con una flessibilità regolata, un equilibrato sistema di welfare, e un protagonismo dal basso legato al coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle aziende».

Il sogno è stato tradito? «Forse il termine è eccessivo. Però certo a mio padre non piacerebbe l’odierno mondo dell’occupazione. Anche se alcune cose da lui propugnate sono state realizzate, è evidente il peggioramento complessivo. Le riforme hanno segnato il passo, il sistema politico è rimasto bloccato, i privilegi e le disuguaglianze hanno continuato a crescere, la precarietà è divenuta quasi la regola».

C’è qualche presagio che le è parso particolarmente calzante con l’oggi, in quelle riflessioni dei primi anni 80? «Be’, direi il passo, collegato a una favola di Fedro, nel quale ci ammonisce contro il rischio di diventare un protettorato della Germania. L’ho trovato abbastanza profetico».

Le Brigate Rosse si sono fatte vive, sia pure a livello di messaggio. Un motivo di preoccupazione? «Penso che fenomeni come le Br continueranno a riprodursi ai margini della società. Ma l’ipotesi che si proponga nuovamente un quadro come quello degli anni 70 non la trovo credibile. Però occorre vigilanza, anche perché le sacche in cui il fenomeno può svilupparsi, quelle del disagio sociale, sono drammaticamente in aumento.

Luciano Santin

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