Il Friuli

Venerdì 19 Giugno 2015

 

Muradore: “Donne penalizzate: così cambia la vita delle famiglie”

Chi si è visto allungare l'età necessaria per raggiungere la pensione ha dovuto modificare le proprie aspettative e i progetti che aveva fatto per la vecchiaia. Per esempio, chi pensava di poter dare una mano ai figli e tenere con sé i nipoti durante l'orario di lavoro è stato costretto a dire 'no' e costringere la famiglia a rivolgersi agli asili nido, costosi e con pochi posti. Ma quali sono stati i cambiamenti ai quali le famiglie hanno dovuto sottostare? Lo abbiamo chiesto a Roberto Muradore, segretario generale della Cisl di Udine.

“E' vero - dice Muradore – l'innalzamento dell'età ha colpito non solo i singoli, ma anche le famiglie. A essere state penalizzate sono state soprattutto le donne. Ricordiamo che, per loro, il posto di lavoro è solo la prima occupazione. A questo si aggiungono l'assistenza agli anziani e ai minori non autosufficienti e la cura della casa. Il fatto che le donne andassero in pensione un po' prima era un riconoscimento di questa condizione. Senza contare che, nel settore pubblico, riuscire ad avere permessi o il part-time per seguire le persone a carico è ancora possibile (ma, con il blocco del turn over, tali facilitazioni 'scaricano' una grande mole di lavoro sul colleghi), mentre nel privato non è così. Alcune lavoratrici, solo per il fatto di essere diventate mamme, non riescono a conciliare gli impegni e si licenziano.

Le aziende spesso non hanno l'intelligenza di avere una certa elasticità. E poi c'è il problema di chi fa un lavoro poco gratificante e faticoso. L'aumento dell'età pensionabile rende la vita ancora più pesante. Ricordo che le fabbriche fordiste o le attività di pulizia esistono ancora. Per costoro, la riforma è stata una rovina. Vorrei che qualche dirigente facesse per un periodo quei lavori, tanto per capire la situazione. Infine, tale regressione rende più complesso per le famiglie fare da ammortizzatore sociale".

Resta, infine, la questione dei giovani. "Se uno va in pensione - ragiona Muradore - lascia il posto a un ragazzo. Certo, non si tratta di una crescita dell'occupazione, ma non fa schifo vedere un giovane che lavora. Se un tempo noi italiani eravamo i difensori dell'indifendibile (per esempio, un'età pensionabile troppo bassa), ora siamo diventati i più rigorosi. Da un eccesso all'altro. Una possibilità di scegliere va data ai lavoratori".

Come uscire, dunque, da tale situazione? “Per le donne - risponde Muradore si potrebbero togliere anni di lavoro a seconda del numero dei figli o riconoscere loro più permessi e un bonus per chi molla il posto per la cura della famiglia. In generale, si dovrebbe tener conto, inoltre, delle compatibilità sociali e non solo di quelle economiche. Certo, gli sprechi e i privilegi non vanno assecondati, ma non per questo dobbiamo essere assoggettati al rigore ragionieristico. Il rischio è che, alla fine, l'operazione riesca perfettamente, ma che il paziente muoia.

Sul fronte dei giovani, una possibilità sarebbe quella di concedere ai lavoratori più anziani un part-time (ma a contribuzione 'full-time') in modo che chi è prossimo ad andare in quiescenza diventi tutor dei nuovi arrivati e trasmetta ai ragazzi non solo l'abilità tecnica, ma anche la cultura del lavoro. Infine, si potrebbero tagliare le maxi pensioni. Questo per non compromettere il patto generazionale: è paradossale che un giovane, spesso con una retribuzione netta inferiore ai mille euro al mese, debba pagare i contributi per garantire assegni pensionistici anche modesti ma, al netto, superiori alla sua busta paga".

 

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Roberto Muradore
Roberto Muradore
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