Messaggero Veneto

Martedì 24 Febbraio 2015

 

Nasce un figlio, addio lavoro: impossibile conciliare i tempi

Studio della Regione: 877 dimissioni dopo la maternità nel biennio 2011-2013.
I sindacati: situazione peggiorata, anche i part time sono diventati penalizzanti

È ancora troppo spesso un percorso ad ostacoli, per le donne, conciliare lavoro e famiglia, soprattutto quando nella famiglia ci sono figli o genitori da accudire. E in questi anni di crisi, i pur timidi passi in avanti sostenuti da obiettivi europei e contributi nazionali e regionali, non solo si sono fermati, ma è iniziata una inesorabile retromarcia.

Se ieri il part-time veniva faticosamente concesso, e più spesso negato, oggi, ad esempio, viene imposto «dimezzando il reddito e, attraverso la modalità del “part-time spezzato” che suddivide le 4 ore giornaliere su due turni o più, riesce anche a rovinare la vita delle donne e delle famiglie», rilevano dal sindacato.

I più recenti dati a disposizione provenienti dal Rapporto 2014 sul mercato del lavoro della Regione, parlano di mille 625 donne che si sono dimesse dal lavoro una volta diventate madri. Le ragioni? Per il 54,1 per cento dei casi la motivazione che è contenuta nella comunicazione, convalidata peraltro dalle Direzioni territoriali del lavoro, la causa è la difficoltà di conciliazione dei tempi familiari, lavoratori e dei servizi.

Di queste il 38,1 per cento ha parlato di incompatibilità tra occupazione e assistenza al neonato per mancato accoglimento al nido; per un ulteriore 7,6 per cento la causa è l’assenza di familiari a supporto per la cura dei figli; infine il 7,2 per cento si è scontrato con l’elevato costo dei servizi dedicati alla primissima infanzia. Il 21 per cento delle donne neo-mamme che hanno rassegnato le dimissioni lo ha fatto per passare ad un’altra azienda. Solo il 16,1 per cento ha motivato l’addio al posto di lavoro con la scelta di occuparsi direttamente dei figli. Infine il 5,1 per cento si è dimessa perchè ha cambiato residenza e la distanza casa-lavoro non era sostenibile; il 2,8 per cento ha motivato con la crisi la decisione di lasciare il lavoro.

Il mondo del lavoro è e rimane «in prevalenza maschile – rileva il segretario della Cisl di Udine, Roberto Muradore -, così come l’organizzazione dell’attività produttiva dell’azienda. Prima della crisi qualche timido tentativo di cogliere la sfida di un cambio di mentalità c’era anche stato, sia pure con molta difficoltà. Oggi direi che le cose sono peggiorate.

L’esempio del part time è emblematico - secondo il sindacalista -: in tempi di piena occupazione spesso veniva negato, oggi invece viene imposto. Ma se prima a chiederlo erano soprattutto le donne per cercare di conciliare vita lavorativa e famiglia, oggi diventa un’opzione dell’azienda per ridurre i costi. Per i lavoratori, però, significa dimezzare il reddito. Pensiamo ad una famiglia dove c’è un lavoratore in cassa integrazione, quindi con un salario già ridotto, collocare a part time l’altro significa mettere quella famiglia in forte difficoltà».

Gli esempi positivi sono rintracciabili «nel mondo cooperativo - indica Renata Della Ricca, esperta Cisl sulle pari opportunità -, penso a Itaca che si è aggiudicata un finanziamento nazionale per il proprio progetto di conciliazione, o ad altre coop che, potendolo fare, hanno puntato sul telelavoro. Altri accordi hanno riguardato enti pubblici come Camere di commercio e Province e sono intervenuti sulla flessibilità degli orari».

Elena Del Giudice

Renata Della Ricca
Renata Della Ricca
archivio
Roberto Muradore
Roberto Muradore
archivio

altre risorse: