La Vita Cattolica

Mercoledì 11 Maggio 2016

 

Nel ‘76 democrazia, oggi esclusione

Di Giorgio Cavallo

Le ricorrenze servono a farci riflettere e possibilmente trarre dalle vicende del passato indicazioni per l’oggi. Il terremoto del ’76 e la ricostruzione successiva offrono una occasione formidabile per farlo. Possibilmente stando lontani dall’agiografia e dai luoghi comuni.

È vero: in un momento storico non facile si è riusciti ad attivare un processo i cui risultati tutti possono valutare. Ma ogni vicenda ha il suo tempo, e probabilmente a ben guardare, gli elementi complessivi di quella vicenda sono profondamente diversi dalle relazioni sociali, culturali, economiche e politiche dell’oggi. Sento commenti che suonano falsi e spingono soprattutto ad addomesticare le rugosità dell’attuale scontro politico ed istituzionale.

Non mi riferisco ai discorsi dei reduci chiamati ad appendersi medaglie che dopotutto hanno meritato: ma al richiamo di quella vicenda per improbabili connessioni santificatrici di chi oggi, di fronte ad una «analoga» emergenza sia pure di diverse caratteristiche, tenta di applicare ben altre ricette.

Quale è la differenza: il Friuli del ’76 come l’Italia di oggi non era il paradiso terrestre, era una società attraversata da contraddizioni e conflitti di politica internazionale, di rottura sociale, di contrasto su politiche territoriali e di risveglio di concezioni identitarie. Era un intreccio di spinte e controspinte non facili da ricondurre a interpretazioni. Non era una terra di contadini beoti pronti a risvegliarsi alle prime scosse ed a rimboccarsi le maniche per ricostruire le proprie case. E l’Italia dell’epoca era segnata da crisi profonde e avvoltoi pronti ad aggredirne le forme di rappresentanza democratica in nome dell’efficienza di governo e dell’emarginazione delle diversità politiche.

Non siamo a prima vista quindi molto lontani dall’Italia di oggi anche se all’epoca tutti eravamo convinti che il futuro potesse essere meglio del presente.

Quale fu la «grande sapienza» di allora in qualche modo ormai iconograficamente rappresentata dalla figura di Aldo Moro che propone a Comelli il modello istituzionale di ricostruzione, centrato sull’operatività della Regione e degli Enti Locali? Fu, a mio parere, quella di affrontare le difficoltà ed il confronto sociale non certo facendo semplicemente leva sulla efficienza delle macchine comunali e regionale, ma proponendo un processo di «allargamento della democrazia» e costruendo le occasioni pratiche affinché questa democrazia potesse esplicitarsi.

Quali furono i motivi alla base di questa «fiducia nella democrazia»? Motivi di bottega e di rapporto tra correnti Dc, coinvolgere la crescente e minacciosa presenza del Pci che bramava l’aria di governo, o semplicemente una superiore cultura politica? Non lo sappiamo con certezza.

Quello che però vediamo nell’Italia di oggi è la proposta di un modello politico radicalmente diverso di fronte ad una situazione generale della cui complessità e conflittualità è inutile parlare e di fronte ad una maggioranza di cittadini che non credono più al futuro, Accentramento dei poteri, incapacità di concepire la dialettica politica come momento di costruzione di sintesi, esclusione dei corpi sociali da forme di protagonismo e partecipazione civile. E ci viene proposto un plebiscito centrato sulla figura di un premier che si presenta come il salvatore, anche se per ora non sembra poter camminare sulle acque.

Non è così che si gestiscono i conflitti e proprio l’esperienza del 1976 in Friuli può darne concreta testimonianza. L’efficienza ma soprattutto l’autorevolezza può derivare solo da una crescita degli spazi di democrazia, non da una loro soppressione in nome di una semplificazione di facciata. Non è perciò il caso di rincorrere tecnicamente un modello Friuli che probabilmente è irripetibile ma di capirne il senso politico e sociale prima che la III Repubblica affondi praticamente prima ancora di essere varata.

Giorgio Cavallo
Giorgio Cavallo
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