La Vita Cattolica

Mercoledì 19 Ottobre 2016

 

Non c’è Giubileo senza dignità per il lavoro

di Roberto Muradore - Segretario generale della Cisl di Udine

Sarebbero davvero tante le cose da dire sul tema del «lavoro e dignità», scelto per la celebrazione del Giubileo ai cantieri di Monfalcone. Solo poche riflessioni nel tentativo di individuare almeno un paio, forse le principali, ragioni per cui il lavoro ha perso, al di là delle dichiarazioni ufficiali, la sua centralità nell’economia, nella società e nella politica.

Parto dalla constatazione che il capitalismo finanziario, a differenza di quello produttivo, non risponde delle proprie scelte (speculative) a nessuno se non a se stesso, cioè al proprio tornaconto. Non avendo nessun legame con gli Stati, i territori e le comunità non sa neppure cosa sia la «responsabilità sociale dell’impresa» ed è addirittura tanto irresponsabile da mettere in ginocchio economie nazionali e danneggiarne i cittadini. E, di più, non ha alcun bisogno del lavoro, della professionalità e dell’impegno perché la speculazione fa semplicemente «soldi con i soldi», mai con il lavoro. Nel film «Nove settimane e mezzo», vero e proprio manifesto politico dell’edonismo reaganiano e del neo liberismo, il protagonista, interrogato su quale fosse il suo lavoro, risponde: «I make money by money», faccio soldi con i soldi. Ancora, «è tutta una questione di soldi, ragazzi, il resto è conversazione», afferma il protagonista di Wall Street, film che denuncia il cinismo imperante nel cosiddetto mondo degli affari. Le persone e il lavoro sono proprio nulla rispetto al danaro, ai soldi: i lavoratori sono ridotti, per l’appunto, a semplice conversazione.

Anna Maria Furlan, segretaria generale della Cisl, afferma spesso: «E se il lavoro non è più indispensabile per produrre la ricchezza, se l’impresa ha meno valore, figuriamoci le donne e gli uomini del lavoro». La rendita finanziaria, quindi, sostituisce l’impegno e la competenza del lavoro. Il facile arricchimento, peraltro di pochi, spazza via la dimensione, anche etica, della fatica, della laboriosità e della responsabilità. Ma senza lavoro, per i più, non esiste alcun diritto effettivo di cittadinanza. Abbiamo attraversato e ancora viviamo una fase nella quale il lavoro deregolato, precario e sottopagato potrebbe, a detta di troppi, risolvere i problemi di competitività del nostro sistema produttivo. La svalutazione del lavoro è indotta anche dall’errato convincimento che sia possibile rilanciare l’economia reale agendo quasi esclusivamente sui costi e sui prezzi. Questo postulato, tanto ingiusto quanto inefficace, ha portato con sé lo svilimento dello status del lavoro, della sua considerazione sociale e l’ha impoverito non solo in termini salariali.

Ma il lavoro non è mai una merce, è sempre un valore. Il lavoro, anche il più umile, rappresenta qualcosa che è, insieme, necessario e nobile per sé, la famiglia e tutta la società. Il lavoro, infatti, dà senso e identità alle persone. Il lavoro va rivalutato culturalmente, socialmente ed economicamente. Va riconosciuto merito alle persone che ogni giorno producono beni e offrono servizi creando ricchezza non solo per sé ma per tutti. Il lavoro è fondamentale per la ripresa economica e occupazionale, ma non grazie al suo basso costo bensì solo se sarà riconosciuto e valorizzato. Il «lavoro usa e getta» ha distrutto la vita a chi lo ha subito e non ha giovato alle imprese.

La povertà è certamente correlata alla disoccupazione, ma è in aumento esponenziale il numero di lavoratori poveri (working poor). L’applicazione delle teorie neo liberiste, a partire dagli anni ’80, ha aumentato le diseguaglianze nei Paesi industrializzati. Il grande economista Federico Caffè, infatti, sosteneva che gli anni ’80 fossero stati attraversati da uno «spirito maligno» distruttore dell’uguaglianza e delle speranze collettive. La povertà, oramai, è inglobata nel lavoro e ciò alimenta la diseguaglianza. Una maggiore equità si realizzerà senz’altro con una migliore redistribuzione tra profitto e lavoro ma anche, forse soprattutto ridando il primato alla produzione rispetto alla rendita.

Va superato il dualismo tra i precari e i garantiti, eliminata la differenza ingiustificabile tra uomini e donne, ridotto il divario tra il Nord e il Sud, riequilibrata la crudele asimmetria tra i «pre globali», cioè gli adulti che fruiscono di diritti e protezioni frutto di anni precedenti la globalizzazione, e i «post globali», cioè i giovani oggi senza alcuna tutela a causa dell’avvenuta e ingovernata globalizzazione.

Infine, parlando di lavoro, il pensiero va spontaneamente a Giorgio La Pira e al suo «materialismo cristiano», cioè a come, secondo lui, a tutti i cittadini vanno forniti i cosiddetti «beni/valori»: il pane, la casa, la salute, l’istruzione e il lavoro, per l’appunto. L’Italia è una Repubblica, rifondiamola sul lavoro.

Roberto Muradore
Roberto Muradore
archivio

altre risorse: