Messaggero Veneto

Lunedì 20 Febbraio 2017

 

Fallimenti in Friuli

Ogni quattro giorni chiude un’impresa: circa 900 in dieci anni

Nel 2016 le sentenze del tribunale di Udine sono state 96
Ma il trend degli ultimi mesi è in calo: frenano anche i concordati

Novecento imprese risucchiate nel baratro della crisi in 10 anni. Una chiusura ogni quattro giorni. Il processo di desertificazione imprenditoriale è ancora in corso, meno forte che in passato. Ma c’è, si nota e coinvolge tutti i settori, anche i big. Aziende di calzature, imprese edili, del legno, della sedia e del mobile, piccole catene di supermercati e punti di ristorazione a conduzione familiare: sono loro le ultime vittime della crisi. Accanto a questi, colossi che hanno fatto la storia del Friuli, dalla Stratex che aveva vinto un appalto a Expo 2015, a Tonutti Group, l’immobiliare di famiglia di Carlo Tonutti, il “re” delle macchine agricole, e dulcis in fundo, la Vidoni spa. I dati del tribunale di Udine parlano di un calo di fallimenti nel 2016: 96 quelli dichiarati, a fronte di 195 richiesti da creditori e dipendenti. Nel 2015 erano 118 e 102 nel 2014. Frenano anche i concordati: tre anni fa 26, nel 2015 21, nel 2016 18 «ma in questo caso – sottolinea Andrea Zuliani, giudice delegato ai fallimenti – bisogna tener conto che la procedura concorsuale è stata resa dal legislatore, attraverso l’introduzione di nuove norme, di difficile accessibilità. Non a caso c’è un abisso tra domande di concordato quasi sempre “in bianco”, ovverosia con riserva di presentare poi la proposta e il piano, e l’esito felice della procedura con l’omologazione del tribunale successiva all’approvazione dei creditori». Dall’inizio dell’anno “solo” 7 aziende rispetto alle 12 dello stesso periodo del 2016 hanno chiuso i battenti.

Difficile, però, interpretare il motivo del rallentamento del fenomeno. A tal punto che gli stessi sindacati danno chiavi di lettura diverse. Se la Cisl parla di «buona notizia», la Cgil imputa il dato a «un calo fisiologico», mentre la Uil non esita a definire la situazione «da ultimo stadio». «Purtroppo abbiamo già dato – esclama Roberto Muradore, segretario provinciale della Cisl –. Confido nel fatto che in questa provincia, per le capacità imprenditoriali e per la qualità dell’offerta politica e istituzionale, ci siano tutti i presupposti per una ripartenza vera e propria. Siamo usciti falcidiati da questa crisi sia nella capacità produttiva sia nell’occupazione. Credo però che ci siano in Friuli tutte le possibilità per poter nuovamente crescere». Muradore ricorda come «questa Regione, negli ultimi tre anni soprattutto, abbia messo in atto politiche che vanno nella direzione della ripresa. Pensiamo al Rilancimpresa, che è stato un buon lavoro di razionalizzazione dell’offerta pubblica e di organizzazione degli incentivi. Ma si può fare di più e meglio in tutti i settori e va trovata ogni risorsa possibile per sostenere le imprese. La ripresa – aggiunge – non passa solo attraverso l’impegno delle aziende. Deve essere lo Stato a intervenire. America, Francia e Germania hanno dato l’esempio». Il segretario della Cisl intravede anche un rilancio del manifatturiero. «È finito – sentenzia – il periodo nel quale non era più di moda».

Più pessimistica la visione di Natalino Giacomini, segretario provinciale della Cgil, che si fa forte di alcuni dati resi noti da Confindustria regionale. «In tutto il Friuli Venezia Giulia – dice – sono state 85 le aziende chiuse solo nel settore metalmeccanico nel triennio 2013-2015, 1250 complessivamente dal 2008 al 2015 e 1350 dal 2000. Il calo dei fallimenti è da imputare al fatto che è venuta meno la base delle imprese. Siamo arrivati agli sgoccioli. Siamo ormai ridotti all’osso. Ciò non induce a pensare che ci sia una ripartenza del sistema produttivo, stando a quanto ci dicono gli indicatori economici. Probabilmente – continua – non abbiamo nemmeno toccato il fondo. I segnali che abbiamo dal punto di vista occupazionale non ci inducono all’ottimismo». La sua ricetta? «Occorre rilanciare gli investimenti – suggerisce – nei settori dell’edilizia scolastica e popolare con un riposizionamento dei settori tradizionali sui nuovi mercati. C’è necessità poi di accompagnare i giovani nel mondo lavorativo. Serve però un confronto tra Regione, sindacati e imprese. Una sorta di patto per la ripresa». Ferdinando Cerchia, segretario provinciale della Uil, dal canto suo non ha dubbi. «Siamo arrivati all’ultimo stadio – spiega –. Non c’è altro da far fallire. Ma all’orizzonte non c’è nemmeno il rilancio. Sono un convinto assertore che il Friuli uscirà da questa crisi peggio che altre realtà. Abbiamo sentito parlare di ripresina, ma la realtà è più complessa di quella che noi vediamo. E mancano le risposte. L’economia è cambiata in questi 10 anni – continua –, ma in molti hanno faticato ad adeguarsi. Pensavamo negli anni ’90 che il boom degli sportelli bancari fosse la testa d’ariete per sfondare all’est. Ma alla fine non abbiamo saputo aggredire i mercati. Abbiamo parlato tanto del Corridoio V ma non siamo arrivati da nessuna parte. Insomma stiamo raschiando il barile senza intravedere alcuna speranza».

Roberto Muradore
Roberto Muradore
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