PONTI DI PACE LE DONNE E LA GUERRA IERI OGGI DOMANI

Saluti

La Cisl ha promosso questo convegno dal titolo ponti di pace Le Donne e la Guerra di ieri, oggi, domani. E’ un Tema scottante, sottaciuto da molti. Le donne invece hanno tanti e complessi rapporti con la guerra e la conoscono molto bene purtroppo..

Il teologo Erasmo da Rotterdam scrisse che “ La guerra è dolce e piace a chi non la conosce”.

Le donne, invece, sanno quale dolore e morte spetterà ai loro mariti, figli, padri, che dovranno andare in guerra. Sanno che da sole, con gli uomini impiegati a combattere, dovranno affrontare la vita economica, sociale, famigliare dell’intera nazione e che spetterà a loro la salvaguardia della vita.

Sanno che, da quando esiste la guerra, sono proprio loro ad essere esposte alla violenza più brutale : stupri, prostituzione forzata, schiavitù. Ciò accade fin dall’antichità, passando per le guerre mondiali del secolo scorso per giungere alle attuali guerre esistenti in Siria, Africa, Afganistan e in molti altri paesi e le stragi etniche hanno sempre le donne, con i bambini come vittime sacrificali.

Durante la prima guerra mondiale ebbero un ruolo di primo piano, e non solo nelle retrovie. Ci fu un imponente ingresso nel mondo del lavoro perché le donne sostituirono per quattro anni gli uomini partiti per il fronte. Lo fecero in tutte le professioni, comprese quelle più faticose.

L'assenza di tantissimi uomini chiamati a combattere contro l'esercito austro-ungarico, infatti, provocò delle conseguenze rilevanti nell’economico e nella sociale.

La gran parte dei nuclei famigliari era di origine contadina, legata alle consuetudini e alle tradizioni di quel mondo ancora arcaico: i componenti maschili avevano il compito di lavorare fuori dalle mura domestiche mentre loro eseguivano le proprie mansioni all'interno, accudendo i figli e sbrigando le faccende di tutti i giorni. Le cose non erano, però, molto diverse nemmeno per le famiglie "operaie" dove l'unica differenza era l'impiego degli uomini nelle fabbriche anziché nei campi.

Una situazione che mutò profondamente nel 1915. I posti di molti contadini ed operai furono lasciati vuoti e vennero coperti da chi era restato e non sarebbe mai stato chiamato al fronte: le donne, per l’appunto. Si trattò di un momento, nella sua tragicità, importante per la storia sociale del Paese e per le donne. Il loro ruolo, per la prima volta, passò da "angelo del focolare domestico" a soggetto attivo dell'economia e della società collettiva.

Non che fossero del tutto nuove a questo tipo di esperienza: molte di loro erano già abituate a contribuire al lavoro nei campi mentre, a livello industriale erano già presenza nel settore tessile. Ma durante la guerra il loro numero aumentò considerevolmente e furono presenti in settori del tutto nuovi come la metallurgia (riconvertita alle esigenze belliche), la meccanica, i trasporti e in mansioni di tipo amministrativo.

Ovviamente questo processo non fu indolore.

Furono obbligate a compiere tutti i lavori dei colleghi maschi, anche quelli più pesanti. Nei campi era necessario spostare i covoni di fieno o i sacchi di grano, accudire il bestiame e utilizzare tutte le macchine agricole. Allo stesso modo all'interno delle fabbriche dovevano essere sollevati pesi non indifferenti e compiuti gesti ripetitivi e meccanici.

Presero il posto dei propri mariti (o figli) anche in quei adempimenti famigliari tipicamente maschili come le questioni burocratiche, gli acquisti o le vendite di prodotti agricoli ed i problemi di natura legale.

A questa sorta di "emancipazione" lavorativa non corrispose però una maggiore libertà a livello personale. Nonostante l'assenza dei maschili in età arruolabile, spesso nelle case rimanevano gli anziani i quali, come da tradizione, continuavano ad esercitare il loro ruolo autoritario all'interno della famiglia. Inoltre non mancavano diffidenze e atteggiamenti di rifiuto da parte dei moralisti e tradizionalisti: "Nelle fabbriche metalmeccaniche la presenza femminile era talvolta avvertita, specialmente dai vecchi operai, come un sovvertimento dell'ordine naturale e un attentato alla moralità." Un modo di pensare che peggiorò col tempo, quando le ragazze più giovani, si dovettero allontanare, sempre più spesso, dalla loro casa per trovare un'occupazione.

Donne con lunghi capelli raccolti e con i vitini da vespa guidarono tram, lavorarono al tornio facendo proiettili, montarono fucili, si occuparono dei raccolti. Vennero cioè utilizzate come forza lavoro perché erano disponibili in grandi quantità e costavano meno degli animali da soma. Particolarmente famose erano le portatrici Carniche. Le donne lavoravano duramente lungo tutta la linea del fr-italo austriaco. In Carnia alcune di loro, fin da giovanissime, rischiarono la vita per rifornire gli uomini che combattevano al fronte trasportando i rifornimenti nelle gerle con carichi di 30/40 chili. A ogni viaggio percepivano 1,50 lire o addirittura nulla. Nel Goriziano e nella zona di Trieste molte diventarono crocerossine ed è proprio dalla città di Trieste che parti la prima donna che diventò medico radiologo ( Buffulli Ada)

Tutto cambiò quando gli uomini tornarono dal fronte: la stampa le dipinse come coloro che rubavano il lavoro agli uomini e furono spinte a tornare all’interno delle mura domestiche per liberare i posti di lavoro per gli uomini.

L'esigenza di trovare un lavoro per i reduci spinse al licenziamento rapido e completo delle donne dalle occupazioni ricoperte anche se, in alcuni settori quali il terziario la loro presenza continuò a esserci.

La difficoltà di trovare lavoro scatenò la guerra tra i sessi che, ovviamente, fu perduta dalle donne, le quali ebbero diritto al sussidio di disoccupazione un breve periodo.

La sconfitta dell’occupazione femminile fu rilevata formalmente solo nel 1921, data in cui risultano occupate nell’agricoltura 3 milioni di donne, nell’industria un milione e 173.000 in meno rispetto al 1913, mentre le donne inattive sono ben 14 milioni. La retorica dominante è infatti quella che prescrive alle donne il rientro nei ranghi, nei ruoli familiari, nei compiti procreativi e materni.

La II guerra mondiale avviò un nuovo ordine politico ed economico mondiale, modificando anche la cultura, la vita sociale e privata delle persone. Studiare i comportamenti delle donne permette di comprendere molti aspetti trascurati dalla storia ufficiale che si concentra solo sui grandi eventi e trascura gli effetti che questi hanno avuto sulla vita delle persone.

Nella resistenza il comportamento di queste donne autorganizzate, coraggiose, creative, pronte di spirito, senza armi è ancora da conoscere ed approfondire compiutamente. Le gesta di cui sono state protagoniste non sono ancora fatti sufficientemente noti. Esse si i impegnarono in prima persona e rappresentarono modelli di comportamento da emulare in un paese invaso da Sud a Nord da due eserciti stranieri e diventato un vero e proprio campo di battaglia. La scelta resistenziale di queste italiane ci impone un di più di riflessione e considerazione.

Sotto il fascismo e più ancora nel periodo bellico, nella vita di tutti i giorni le donne hanno dovuto combattuto le privazioni e gestire tra enormi difficoltà i figli e la casa. Sono state contemporaneamente madri, mogli, sorelle, compagne di lotta e hanno dovuto far fronte ai soprusi e ai tentativi di sfruttamento dei piccoli o grandi ras del regime. Le donne, a casa. in guerra, nella Resistenza, nella solitudine di una resistenza personale o familiare, nei posti di lavoro. Le donne dappertutto! Affrontarono i pericoli, furono staffette e infermiere, si impegnarono nei GAP, nelle SAP ( squadre di azione patriottica), nelle GDD ( gruppo di azione patriottica). Durante l’occupazione nazista, molte donne Friulane, sfidando il pericolo, raccoglievano i biglietti di saluto lasciati cadere dai convogli ferroviari carichi di prigionieri diretti verso i campi di concentramento e di sterminio. Queste silenziose “eroine”, che si recavano lungo la linea ferroviaria anche per portare generi di conforto ai deportati, consegnavano i messaggi raccolti agli impiegati delle poste che, a loro volta, provvedevano a spedirli ai familiari dei prigionieri. Organizzavano anche scioperi contro la guerra e per ottenere un numero sufficiente di alimenti per la propria famiglia, Parecchie donne soffrirono dure privazioni del carcere, delle torture fino all’estremo sacrificio.

35.000 partigiane riconosciute che operavano come combattenti , 20.000 patriote , 70.000 facenti parte dei Gruppi di Difesa della Donna, 4653 arrestate e torturate, 2750 deportate in Germania nei lager nazisti, 2900 fucilate o cadute in combattimento, centinaia di migliaia in silenzio contribuirono con indicibili sacrifici e sofferenze alla vittoria sulla barbarie della dittatura fascista e dell’occupazione nazista. Noi dobbiamo profondo rispetto , riconoscimento e gratitudine a queste donne ecco il perché di questo giornata.

Con il suffragio universale ed il mutamento della normativa familiare, il costume ovviamente si è modificato, ma le donne non avevano ancora raggiunto il ruolo che spetta a loro nella nostra società.

E' solo durante gli anni ’60, a seguito del boom economico, che assistiamo a un maggior consolidamento del ruolo femminile nella società soprattutto grazie al l loro massiccio inserimento nel mondo del lavoro in tutti i settori produttivi e anche grazie a nuove tutele sociali e previdenziali.

«L'Italia è stato uno degli ultimi paesi ad aprire le Forze Armate anche al sesso femminile. Dal 2000 anche nell’esercito italiano troviamo le donne. Oggi sono 7.200, il 7 per cento. In tutte le Forze Armate sono già 11.000 e i numeri sono in continua crescita. Prestano la loro attività in paesi come Afganistan.

Le soldatesse intervengono negli aiuti umanitari, sono un sostegno fondamentale nei rapporti con le popolazioni dei territori occupati, acquisiscono più facilmente la fiducia delle comunità locali. Meno scontri e più dialogo. Anche qui sangue risparmiato. Le previsioni dicono che l'Italia avrà la sua prima donna generale nel 2030.

La CISL ha pensato a questa giornata per rendere omaggio alle donne che soffrirono, patirono e morirono durante le guerre senza che il loro immenso contributo fosse mai stato riconosciuto e vogliamo ricordare a tutti che ancora oggi milioni di madri, mogli e figlie, patiscono e muoiono per lo stesso identico motivo. La Guerra.

Renata Della Ricca
Renata Della Ricca
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